Lo avrebbe aperto?
L'ombrello, naturalmente, e cos'altro… La pioggia era fitta, sembrava un pianto generale di angeli. Quello era l'incarnato della definizione "un muro di pioggia". Si trovava sotto quella grande, strana tettoia di plastica, fatta di pannelli sagomati a ragnatele incurvate, come una tenda da campeggio. Il rumore della pioggia, che colpiva quella grande parabola di plastica, era simile allo scroscio di una cascata. Se qualcuno avesse chiamato al cellulare, e avesse sentito quel rumore, lui avrebbe mentito, avrebbe detto che si trovava accanto alle cascate delle Marmore, in una piacevole gita fuori città.
Era sotto quella tettoia da un pezzo, aveva imparato a riconoscere ogni mattonella del marciapiede, ognuna con un disegno diverso.
L'ombrello era stretto nella sua mano.
Lo guardava, ma non voleva aprirlo. Erano quasi le dieci di sera.

Era successo tutto quel pomeriggio, appena uscito da casa. Lo zaino in spalla, si era recato alla fermata dell'autobus; aveva aspettato il 5 che lo avrebbe portato alla stazione al centro, poi avrebbe preso il 90 e sarebbe arrivato al lavoro. Alle diciotto iniziava il suo turno alla mensa, alla sezione lavaggio: una batteria di pentole sporche lo aspettava, attendeva la sua mano purificatrice e saponata; pronta per la lucentezza finale.
Il cielo era coperto e grigio, minacciava di piovere. Lui aveva dimenticato a casa l'ombrello. Ne avrebbe comprato uno in strada, da un ambulante, a cinque euro. Uno di quegli ombrelli che si rovesciavano alla seconda volta che lo usavi, e alla terza volta saltava sempre una stecchetta di ferro. Il caso volle, però, che non incontrasse nessun ambulante: era assurdo, gli altri giorni appena cominciava a piovere sbucavano fuori come funghi, pronti a placcarti per poterti vendere anche un pezzo d'ombrello, ed ora che gli servivano, non ce n'era ombra.
Era ormai giunto nei pressi della stazione centrale.
Camminava sotto una pioggerella fina come vapore. Lui sapeva che tra poco sarebbe venuto un acquazzone con i controfiocchi, e doveva trovare un ombrello al più presto. In quella zona erano tanti i vicoli che scivolavano ai lati delle vie principali, e queste stradine erano il regno dei negozietti di souvenir. Pensò che in uno di quei negozi avrebbe potuto trovare un ombrello, n'era sicuro. Decise quindi di infilarsi in un vicolo e cercare un negozio. Ci mise poco a trovarlo.
Era in una via stretta e scura. I portoni dei palazzi erano piccoli e squallidi, su di un lato i secchi dell'immondizia stavano accatastati, con i sacchi della spazzatura accumulati da giorni. Il negozio spiccava in quel grigiore, a causa delle luci che illuminavano le vetrine, anche perché, a dire la verità, era il solo del vicolo. Ce n'erano altri due, ma dovevano essere chiusi da tempo, a giudicare dallo stato delle serrande.
Si avvicinò, camminando rasente al muro, cercando di prendere meno pioggia possibile…
Le vetrine erano stipate d'oggetti e soprammobili d'origine orientale: dalle statuine di divinità, ai cuscini ricamati, dagli scialli ai narghilé, era la vetrina di un bazar… Entrò, accolto da un forte aroma d'incenso. Dietro il banco, una signora di colore lo osservava, era alta, forse africana, la pelle lucida. Lui si guardava attorno, i suoi occhi scavavano tra tutti quegli oggetti, alla ricerca di ombrelli. La donna si avvicinò.
-Posso esserle utile?-
-Cerco un ombrello. Ne avete?-
-Certo, venga.-
La donna si avvicinò ad una cesta, piena di ombrelli a manico lungo.
-Ecco, sono tutti qui.-
Lui iniziò a guardarli uno ad uno. Erano tanti, colorati, con strani disegni. Ne prese uno rosso, il bordo era decorato con un cerchio di fiamme gialle e arancioni, che puntavano al centro; qua e la erano disegnati occhi aperti. Era strano, gli piaceva e lo prese. Andò al banco e pagò. Mentre la donna batteva lo scontrino, lui si guardò attorno. La luce si era affievolita. Il cielo doveva essersi scurito parecchio, mentre lui era dentro.
-Ha fatto un'ottima scelta.- Disse la donna.
Lo guardava e sorrideva, lui ricambiò il sorriso. Ora voleva solo uscire da lì, non sapeva perché, ma voleva lasciarsi alle spalle quel negozio. Di colpo si pentì di aver comprato quell'ombrello. E la donna continuava a fissarlo, e a sorridere. L'odore d'incenso era più forte adesso. Gli dava uno strano senso di stordimento. Il negozio era più piccolo di come gli era sembrato appena entrato, tutti quegli oggetti parevano stringersi su di lui, gli impedivano di muoversi bene. Si voltò per uscire, stando attento a non urtare nulla. Aprì la porta con i gomiti stretti; la donna, dietro di lui, sorrideva ancora.
La pioggia era diminuita di molto, adesso era solo una fresca carezza sulla sua pelle.
Guardava l'ombrello, ed era contento: tutto il fastidio che aveva provato poco prima era sparito. Guardava quei colori stampati; gli piacevano proprio. Era giunto alla stazione, ora doveva andare alla fermata dell'autobus. Stava per scendere il marciapiede, mentre apriva l'ombrello. Guardò per un istante la grande tabella dei treni, e si bloccò. Sulla tabella erano segnate le destinazioni d'arrivo e partenza dei treni, con i vari orari, ed in alto c'era la data: venerdì 30 ottobre.
Venerdì!
Fu un attimo e tutto cambiò. Non era mai stato superstizioso, lui preferiva dire che era prudente. In quel momento cominciò a pensare a tutto quello che la nonna diceva quando era piccolo, a tutti i proverbi, a quei modi di dire che solo nei paesi, e nelle menti più semplici, trovano terreno fertile per crescere e radicarsi: il gatto nero che attraversa la strada porta male, non passare mai sotto le scale, se ti passa una scopa sulle scarpe non ti sposerai mai, se mandi giù la gomma da masticare ti si legano le budella.
Né di venere, né di marte, non si sposa e non si parte, non si da principio all'arte!
Il martedì ed il venerdì porta sfortuna iniziare le cose, o usare oggetti nuovi…
Anche gli ombrelli.

Ed ora era lì, fuori del palazzo in cui lavorava.
Mancavano pochi minuti alle undici, e la pioggia continuava a cadere forte.
Era stanco di aspettare, voleva tornare a casa. Una doccia e il letto, e avrebbe dormito fino al mezzogiorno della mattina seguente. Il rumore della pioggia gli era entrato nel cervello, non lo sopportava più. I suoi colleghi se n'erano andati da un pezzo, e tra poco anche lui se ne sarebbe dovuto andare, non poteva rimanere lì tutta la notte.
Prese coraggio e si gettò sotto l'acqua. In pochi istanti era bagnato e infreddolito. Fece lunghi passi fino alla fermata, e lì trovò un po' di sollievo dai piccoli balconi del palazzo. Guardò l'ombrello; quegli occhi stampati ammiccavano dalle pieghe della stoffa, gli parlavano: aprici, dai, non vorrai fare tutto il viaggio sotto quest'acqua… Dai, apri quest'ombrello, e noi avremmo cura di te, ti ripareremo, noi sapremmo essere tuoi amici…
No, doveva resistere. Era venerdì, e non si cominciano le cose di venerdì o martedì, porta sfortuna, lo sanno tutti. Un brivido, come una lieve scossa, salì su dall'ombrello, fino alla spalla. Gli occhi lo stavano chiamando, lo sapeva. Non sarebbe dovuto entrare in quel negozio… Ricordava il sorriso di quella donna, un sorriso cattivo. E ora aveva anche capito: lei lo aveva incastrato, gli aveva venduto un oggetto stregato…
I fari dell'autobus si fecero strada nell'acqua, e si fermarono davanti a lui. Salì e si sedette ad un posto, l'autobus era deserto a quell'ora. Posò l'ombrello accanto a sé e lo guardò, e gli fu tutto più chiaro. Quanto era stato assurdo tutto quello che aveva pensato. Ridursi in quello stato per una credenza che aveva da bambino. Era completamente bagnato, sentiva l'acqua nelle scarpe, tra le dita dei piedi. Doveva fare presto a rientrare o si sarebbe preso un bel raffreddore. Possibile che a trentaquattro anni credeva ancora alle favole che gli raccontavano da piccolo? Ma certe abitudini erano dure a morire e molte cose, alle quali si crede da bambini, sono difficili da smentire: anche davanti a prove inconfutabili il dubbio rimane. Lui ricordava sua nonna, e vedeva ancora il suo volto serio, mentre gli diceva quelle cose. Il fatto era che sua nonna credeva a quello che diceva. E anche lui le credeva, certo. Quella donna era morta a novantaquattro anni, e aveva vissuto tutta la vita con quelle regole, per questo dovevano essere vere. Non c'erano mai state smentite a quelle parole. Ora era cresciuto, aveva studiato, si era trovato una casa ed un lavoro, forse si sarebbe sposato e avrebbe avuto una famiglia, e sapeva che quelle cose erano delle semplici superstizioni. Lo sapeva, però…
Scese dall'autobus e percorse i pochi metri che lo separavano da casa. Aveva smesso di piovere, e quando entrò nel portone tirò un sospiro di sollievo. Finalmente a casa.

Erano le undici e mezza. Quel sabato aveva fatto tardi a lavoro, quella sera c'era stato un ricevimento ed i cuochi avevano cucinato di più; di conseguenza lui aveva avuto più pentole da lavare. Quel giorno non aveva piovuto, ma lui aveva con sé il suo ombrello nuovo. Le previsioni avevano annunciato che per la sera ci sarebbero stati dei temporali, e lui si era premunito. Non voleva ridursi come la sera precedente. E poi era sabato, oggi poteva usare il suo ombrello nuovo.
Stava aspettando l'autobus alla fermata. A terra un giornale stava spiegazzato sull'asfalto bagnato. Era da un pezzo che l'autobus non passava, e lui già sentiva qualche goccia d'acqua cadergli sul viso.
Poi quelle gocce divennero una pioggerella, ma lui sapeva cosa fare.
Alzò l'ombrello e lo aprì.
Gli occhi stampati ridevano, mentre i tentacoli caddero fuori dell'ombrello aperto, come una matassa di serpenti aggrovigliati. Lui non fece neanche in tempo ad urlare, che subito gli chiusero la bocca. Sentì quelle ventose scavargli nelle guance, stringersi intorno al suo braccio, al collo; s'incrociavano sul suo torso fino a scendergli giù e legargli le gambe. Si facevano largo lacerando i suoi vestiti, volevano la carne. Incespicò e cadde a terra, mentre l'ombrello sussultava di gioia per quel pasto atteso tanto a lungo. I tentacoli gli circondavano il corpo, lucidi e scagliosi, mentre dalle ventose si dissetavano del suo sangue. Non una goccia ne cadeva a terra, troppo preziosa per essere lavata via dalla pioggia. Lui si dibatteva, ma non serviva a nulla. Le forze iniziarono a mancargli, mentre sentiva una vertigine salirgli alla testa. Ecco che adesso cominciava a finire, la vista iniziava ad annebbiarsi, e una delle ultime cose che vide da cosciente fu il giornale bagnato, e la data che riportava sull'intestazione: sabato, 31 ottobre.
Come diceva sua nonna, quando lui era piccolo, la notte delle streghe…