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Era tardi! Doveva correre
a casa, o sarebbe andato a lavorare senza cena. Il turno di notte lo costringeva
ad uscire prima dalla palestra, lo sapeva, ma quella sera si era fermato
a discutere negli spogliatoi, ed il tempo era scivolato via, come acqua
dallo scarico.
Non si lamentava, questo no, fare la notte non gli pesava, anzi. Oltre
tutto la paga era migliore, e per quella settimana era di servizio con
la spazzatrice.
Fabio si divertiva a guidarla: guardare le spazzole rotanti, capaci di
ingoiare chili di foglie morte, e precise a tal punto da aspirare anche
un mozzicone di sigaretta caduta sotto il bordo del marciapiede. Gli riportava
sempre alla mente l'immagine di una balena, che con la sua bocca spalancata
setaccia l'oceano a caccia di plancton. E lui guidava la sua balena per
gli oceani d'asfalto della città.
Ma c'è sempre una cosa che rovina tutto, il rovescio della medaglia.
Nella fattispecie, l'elemento di disturbo era il collega con il quale
divideva quella settimana in notturna: era un fissato del cellulare, fino
a sfiorare la paranoia. Anzi, ad essere sinceri la paranoia l'aveva già
superata. Fabio era sicuro che, nell'intimità, avesse anche rapporti
sessuali con il suo telefonino!
Aveva deciso così, che per quella sera avrebbe lasciato il suo
cellulare a casa.
Non voleva dare spunti di dialogo a quell'ossesso, ed un cellulare era
più che sufficiente, figurarsi due.
-E se serve una telefonata, come fai? Ti metti a cercare una cabina?-
gli aveva chiesto sua madre, con disappunto.
-Non ti preoccupare mà, in sette anni non c'è mai stata
un'emergenza, adesso proprio questa notte deve succedere?- le rispose
Fabio, mentre preparava la sua divisa da lavoro verde.
-Non si può mai dire nella vita...- insistette lei, spietata.
-Come si dice: "la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo",
vero?-
-Si, scherza, scherza, ed intanto io mi preoccupo.-
Le sorrise, poi le posò un bacio sulla guancia ed uscì.
Erano le 21.30, ed alle 22.00 iniziava il suo turno di notte.
Arrivò un quarto d'ora prima dell'inizio del turno. Gli altri erano
già arrivati, si erano cambiati ed attendevano il momento di raggiungere
i loro mezzi: spazzatrici, furgoni, apetti elettrici, camion di raccolta
e tutti gli altri figli dell'AMA, Azienda Municipale Ambiente.
Fabio aveva vinto il concorso per entrare nell'azienda sette anni prima,
ed ora, a 28 anni, si ritrovava con un posto fisso, statale, ma senza
una ragazza. Ma c'era tempo per quel particolare, per ora l'importante
era godersi ciò che la vita gli offriva, poi, più in là...
Fu dopo essersi cambiato che venne a sapere che quella notte avrebbe lavorato
da solo; il suo collega era rimasto a casa, malato.
"Forse il cellulare aveva la batteria scarica, ed a lui è
preso un colpo..."pensò, ma il suo sospetto reale era che
al suo collega doveva essere venuto un attacco cronico ed improvviso di
paraculite acuta. Meglio così, sarebbe stata una nottata tranquilla,
lontano da tutti i cellulari di questo mondo!
Prese posto sulla spazzatrice ed iniziò il turno.
Quel lunedì sera faceva particolarmente freddo. L'aria ghiacciata
pungeva di gelo la sua testa, e dai capelli, quasi rasati, non poteva
sperare alcuna protezione.
Tolse dallo specchietto retrovisore la patina di gelo che lo ricopriva.
Il cristallo gli restituì l'immagine del suo volto lungo, dagli
zigomi calcati. Fissò i suoi occhi verdi. Cercò di riscaldare
il metro ed ottantadue del suo corpo con l'aria calda che usciva dalle
bocchette di riscaldamento della spazzatrice. Era come se un gigante cercasse
di scaldarsi il corpo con una candela; il risultato era lo stesso: inutile.
Il veicolo procedeva, ronzando, su Lungotevere.
Era febbraio, il mese della febbre, come lo chiamava lui. Dal Tevere saliva
una densa coltre di umidità che deponeva, sull'asfalto, e su tutto
quello che si trovava nei pressi del fiume, una leggera patina di acqua
ghiacciata. Fabio sentiva il gelo penetrargli nelle ossa, certamente il
suo scheletro non ne avrebbe gioito il giorno dopo.
Si strinse nella sua tuta verde, ma era inutile, non riusciva a scaldarsi.
I getti di aria calda erano praticamente inutili in quel mezzo, attraversato
da centinaia di spifferi invisibili, che rendevano l'aria nell'abitacolo
simile a quella esterna.
Erano appena le 23.30, e già la monotonia del lavoro aveva invaso
l'animo di Fabio. Ormai non percepiva più il rumore delle spazzole
rotanti, tanto quel ronzio gli era penetrato nel cervello: era diventato
un tutt'uno con il paesaggio metropolitano. Spense il motore e scese dal
mezzo. Si fermò al muretto dell'argine del fiume. Il Tevere scorreva
muto sotto di lui. L'erba degli argini scoscesi era alta e folta. Diresse
il suo sguardo verso il ponte successivo.
Le banchine di cemento, che si trovavano in fondo ai margini erbosi, erano
popolati da coloro che Fabio chiamava "i figli della notte":
emarginati senzatetto, persone disperate, costrette a passare le loro
notti tra i cartoni, da loro ammassati sotto i ponti. Nascosti là
sotto, lontani dagli sguardi infastiditi della "gente per bene",
che non voleva vederli, per non sentirsi in colpa del fatto che non è
successo a loro. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, come diceva il
proverbio.
Quello era un altro mondo, un altro popolo che viveva parallelo a quello
delle persone del giorno. Una società formata da barboni, drogati
senza più realtà, prostitute pronte a qualunque sconto.
Quella era l'anima nera della città.
Poche persone ne conoscono l'esistenza, e Fabio era una di queste.
Le luci della città si riflettevano nel fiume, che ne restituiva
le immagini come in un quadro di un pittore espressionista. Un soffio
di vento accarezzò il volto del ragazzo, portandogli l'odore salmastro
delle acque che scorrevano placide in fondo agli argini.
Naturalmente Fabio non era l'unico dipendente AMA che lavorava, quella
notte.
I suoi colleghi erano sparsi tutti per il quartiere di Trastevere, la
loro area d'azione; come battaglioni armati ripulivano la città
dai nemici dell'igiene.
E furono proprio due suoi colleghi del camion di raccolta dei cassonetti
che, ignari, fecero sparire le prime tracce.
I due portarono il cassonetto dietro al camion e lo agganciarono alle
guide, poi premettero il pulsante che comandava l'impianto idraulico che,
a sua volta, faceva alzare il cassonetto per ribaltarlo, e fare così
in modo che tutti i rifiuti cadessero nella compattatrice.
Ma nessuno dei due, durante l'operazione, fece caso alla mano che, per
alcuni istanti, fece capolino, come a volerli salutare con un gioioso
"ciao" tra i sacchi neri, per poi scivolare, veloce, tra gli
scarti dei ristoranti, ed essere, insieme a loro, ridotta in poltiglia.
Nessuno avrebbe più potuto riconoscere quel frammento umano in
mezzo a tutto il resto.
Così i due colleghi di Fabio continuarono la loro missione di pulizia.
La spazzatrice continuava ad avanzare, macinava cumuli su cumuli di foglie
secche. Le due spazzole rotanti sembravano artigliare le foglie come le
chele pelose di un gigantesco scorpione, e se le ingoiavano voracemente,
insaziabili e fameliche.
Frenò e si fermò.
Fabio scese dal mezzo e si avvicinò al parapetto di mattoni del
fiume.
Sfregò le mani tra loro, ma non riuscì a scaldarle. Appoggiata
al muretto c'era una ragazza. Lei gli sorrise, un sorriso smagliante,
esagerato. Portava una minigonna di finta pelle nera, calze a rete a maglie
larghe e scarpe con tacchi a spillo. Sopra era coperta soltanto da un
risicato bolerino nero, senza nulla sotto. Com'era logico l'occhio di
Fabio scivolò dentro il bolerino.
-Ciaoooooo!!!- lo salutò, la sua voce sembrava il trillo di una
sveglia. Il rossetto brillante staccava letteralmente la sua bocca dalla
pelle mulatta del suo volto.
L'ombretto sugli occhi era di un celeste pesante. Fabio si domandò
come facesse a tenere gli occhi aperti, sotto il peso di tutto quel trucco.
Si fermò al muretto, accanto a lei.
-Ciao Yvonne, come va'?-
-Come al solito-, aveva un forte accento sudamericano, forse del Brasile,
-non mi lamento.- Lanciò uno sguardo in fondo alla strada; non
c'era neanche una macchina. Sembrava che quella notte la città
non avesse voglia di divertirsi. Erano poche le insegne luminose dei locali
che offrivano il loro riflesso al fiume.
-Ma non hai freddo,- le chiese con un brivido; vederla vestita (svestita)
in quel modo gli faceva sentire ancor di più il gelo notturno.
-Io sto morendo!-
Si portò le mani a coppa davanti alla bocca e vi soffiò
dentro: fu inutile, il freddo era implacabile.
-Ma se vuoi ti riscaldo io...- gli rispose lei, ancheggiando civettuola.
-No, non me lo posso permettere, dovrei fare gli straordinari, ma non
mi va'!-
-Su, andiamo,- gli mise una mano sul petto, -lo sai che a te lo farei
gratis...-
-Si, lo so, il fatto è che non voglio approfittare del tuo buon
cuore.-
-Uh che palle che siete voi uomini,- si allontanò indispettita,
-una vuole fare un favore e tu guarda come viene ringraziata...-
-RingraziatO, Yvonne!-
-E va be', ma che stai a guardare queste piccolezze? Perché non
guardi queste altre, che di piccolo non hanno nulla!- E prese ad agitare
i suoi seni, chiaramente siliconati, davanti a lui. Fabio allungò
una mano e li tastò: tondi e sodi. Pura gomma arabica.
-Saranno di gomma, ma son fatte proprio bene!- Continuava a soppesarle,
come a volerne constatare la consistenza.
-Perché non hai visto il resto...- lo invitò lei, un sorriso
malizioso si stava allargando sulle sue labbra gonfie; dovevano essere
della stessa marca del seno, si disse Fabio.
-E' proprio QUELLO che non voglio vedere!-
-Che ipocrita. E pensare che ci sono un sacco di uomini che vogliono vedere
proprio quello. Anzi, lo vogliono sentire! Non ti dico dove...- sorrise
ammiccando.
-Lo immagino...- Fabio alzò gli occhi al cielo stellato.
-E sono tutte persone normali,- continuò Yvonne imperterrita, -insomma,
normali... banchieri, impiegati, persone che proprio non te lo aspetteresti!-
-Che ci vuoi fare, la gente è strana.-
-E sai una cosa?-
-No, ma sospetto che tu me la stia per dire...-
-Pagano più per prenderlo che per darlo.-
-E' un mercato fiorente. Mi dovrei inserire nel giro, così alzo
qualche soldo in più, e anche qualcos'altro!- Fabio scoppiò
a ridere.
-Su questo stanne certo!- Gli rispose lei, ridendo a sua volta.
In quel momento una macchina si avvicinò ai due, suonando un paio
di brevi colpi di clacson.
-Be', il dovere mi chiama,- Yvonne ancheggiò verso la macchina,
mentre, dall'interno, l'uomo al volante si era allungato sul sedile del
passeggero per aprire la portiera. Yvonne si voltò verso Fabio
agitando la mano.
-Ciao belu ragasu, ci vediamo!!!-
Fabio le mandò un sorriso di risposta, e quando fu salita la macchina
partì.
"Un impiegato..."pensò, mentre rimase a fissare la macchina
che si allontanava. Si avvicinò alla spazzatrice, rimase lì
fermo, a fissare il fiume che scorreva, e pensando ai banchieri, agli
impiegati, ai preti, ai padri di famiglia ed a tutti quelli che "...pagano
più per prenderlo che per darlo...".
La fredda brezza della
notte avvolgeva il suo volto, le sue mani. Oltre al rumore liquido dello
scorrere del fiume, un altro ne arrivò al suo orecchio. Simile
ad un richiamo lontano, un fruscio monotono. Si voltò, si guardò
attorno alla ricerca dell'origine di quel ronzio. Un grosso topo, un ratto,
saltò giù da un cassonetto. Il ratto si fermò al
centro della strada, si voltò a guardare Fabio. Lo fissava dritto
negli occhi. Fabio percepì un odio fiammeggiante nelle pupille
del topo, poi lo vide correre verso il parapetto del fiume, vi saltò
sopra e scese dall'altra parte.
Fabio si affacciò oltre il muretto: lo vide lì, acquattato
nell'erba incolta, e continuava a fissarlo con la stessa espressione d'odio
di poco prima. Poi scattò di lato, e sparì nell'erba alta
del margine del fiume.
Rimase a fissare il punto verde dove il topo era stato inghiottito dai
cespugli, per far ritorno nel suo regno di pattume nauseante, poi si voltò
verso il cassonetto dal quale il roditore era saltato fuori.
"Chi sa cosa c'era di tanto appetitoso?" si domandò mentre
si avvicinava al contenitore. Lentamente cominciò a distinguere
una macchia scura sull'asfalto, sotto al cassonetto. "Lo sanno i
ristoranti che non si devono gettare liquidi nei cassonetti, ma loro se
ne fregano. Poi tanto tocca a noi pulire..."
Si infilò i guanti, meglio essere prudenti a rovistare nella spazzatura.
Potevano esserci altri topi, cocci rotti, o magari siringhe. Non gli andava
di beccarsi un'epatite o qualche altro tipo di infezione.
Fece scorrere il coperchio, ed il cassonetto offrì subito il suo
odore acido al naso del ragazzo. Fece una smorfia di disgusto, poi il
vento portò via l'olezzo nauseante, e Fabio poté guardare
dentro.
La luce giallognola del lampione cadeva perpendicolarmente dentro il cassonetto,
e permise a Fabio di vedere quel corpo in tutti i suoi dettagli.
Era una donna di circa trent'anni, i capelli, arruffati tra i rifiuti,
erano castano chiari. Il corpo era adagiato, scomposto, tra i sacchi.
Era stata colpita in diversi punti con un'arma da taglio, al ventre ed
alla faccia. Aveva ancora gli occhi sbarrati, persi nel buio fetido della
morte. La gola era tagliata, i bordi sfrangiati della ferita si ripiegavano
in fuori, lucidi di rosso. Era stata asportata una parte di cuoio capelluto,
tanto da mostrare il biancore umido del cranio. Anche i polsi erano stati
tagliati, le mani penzolanti, unite alle braccia soltanto da un piccolo
lembo di carne.
Fabio continuava a guardare quel corpo; stava cercando di decidere se
era una cosa reale oppure uno scherzo, una burla molto particolareggiata,
e forse molto costosa. Forse una candid-camera. Ora si sarebbero accese
le luci e l'operatore ed il regista sarebbero saltati fuori con una risata.
Attese, ma nessun riflettore si accese.
Aveva sentito di altri colleghi che avevano trovato cadaveri nei cassonetti,
o nei bagni pubblici, ma non vi aveva mai creduto veramente. Per lui erano
leggende metropolitane, come quella dei coccodrilli albini nelle fogne
della città.
Ma questa volta la favola si era avverata, e la realtà era lì,
davanti ai suoi occhi, e non c'era modo di negarla. Questa volta era toccata
a lui.
Richiuse il coperchio del cassonetto, e rimase a fissarlo, le braccia
abbandonate lungo i fianchi. Senza muoversi, senza pensare. Strane ondate
gli salivano su per lo stomaco, una vertigine dopo l'altra. Gli si annebbiò
la vista.
Poi vomitò accanto al cassonetto.
Quando ebbe finito si asciugò le lacrime con il dorso della mano.
Gli doleva lo stomaco per lo sforzo, ma si sentiva già meglio.
Pensò a cosa doveva fare: avvertire qualcuno, i superiori in zona,
la polizia. Doveva trovare un telefono pubblico, a gettoni o a schede.
Se solo avesse portato il cellulare... Pensò a sua madre, seduta
accanto al tavolo, ed il cellulare posato sopra, inutile ed irraggiungibile.
"Se avessi dato retta a tua madre", gli stava dicendo lei, accusatrice,
giudice inclemente nella sua mente, "hai visto che avevo ragione
io? Tu non mi ascolti mai!"
Poi udì i colpi di vetri infranti, e la realtà gli ripiombò
sulle spalle. Altri colpi. Si voltò verso la spazzatrice: un uomo
si stava velocemente allontanando dal mezzo.
Lo vide infilarsi in un vicolo, ombra tra le ombre.
Corse alla spazzatrice. I vetri erano infranti, i cocci sul pavimento
sporco e sul sedile rovinato dall'usura del tempo. Il suo sguardo volò
sul cruscotto, e subito il sudore gli imperlò la fronte: la trasmittente
era stata sfondata. Ora era proprio isolato dal mondo.
-Come faccio adesso...- si guardò attorno, la strada era deserta.
Neanche la speranza di un collega in lontananza, nessuno usciva dalla
propria area di servizio.
Poteva rimanere lì, in attesa dei colleghi del camion dei cassonetti,
per avvisarli di ciò che stavano per tritare. Oppure...
Si avvicinò all'imboccatura del vicolo in cui era scomparso l'uomo.
Quel posto era una scacchiera di luci e di ombre. In fondo, alla curva
con un altro vicolo, c'era un cassonetto: un uomo vi stava rovistando
dentro. Fabio guardò in alto, verso gli antichi palazzi dai muri
scrostati. Non una finestra era illuminata, sembrava una strada abbandonata.
Senza fare rumore, cautamente, tornò alla spazzatrice. Ormai non
sentiva più freddo: il sangue gli scaldava il corpo, ed il cuore
gli batteva come un martello pneumatico impazzito. Aprì il vano
che conteneva la pala e la scopa.
Prese la pala.
Tornò nel vicolo, lentamente. L'uomo era ancora accanto al cassonetto,
non si era accorto di nulla. Fabio scivolava raso muro, confondendosi
con le ombre dei piccoli portoni. Era ormai poco lontano dall'uomo, poteva
vederlo protendersi dentro il cassonetto, ma non capiva cosa stava facendo.
Gli tornò alla mente la donna, le ferite, il sangue... Tutto quel
sangue. Una nuova vertigine gli salì alla gola. Si costrinse a
non pensare. Alzò la pala, pronto a calarla sull'uomo. Poi lo caricò
urlando. L'uomo si voltò ed urlò a sua volta, terrorizzato.
Un concerto a due voci. Appena vide la pala il barbone lasciò cadere
le buste che aveva in mano e corse via, nel vicolo che faceva angolo.
Fabio si avvicinò al cassonetto, pronto alla vista del sangue,
ma non servì: dentro c'era solo spazzatura. Il suo cuore rallentò,
e Fabio poté scaricare la tensione accumulata con un sospiro liberatorio.
Posò la pala a terra, respirando profondamente. Doveva calmarsi.
Sicuramente quel povero barbone non c'entrava nulla con chi aveva violato
la spazzatrice. Poteva anche darsi che la persona che aveva ucciso la
donna non fosse la stessa che aveva rotto la trasmittente. Ci credeva
poco, era più sicuro del contrario. Poggiò la schiena al
muro. Tutto quella sera doveva succedere? Si sentiva solo, voleva tornare
a casa e dormire, fregarsene del corpo nel cassonetto, della spazzatrice
danneggiata. Non voleva più pensarci, averci nulla a che fare.
Decise di trovare una cabina, chiamare la polizia ed andarsene, rientrare
nella sua vita, dalla quale si sentiva, in quel momento, scaraventato
fuori.
Stava per tornare alla spazzatrice, quando udì quel rumore, quel
ronzio, che viaggiò fino alle sue orecchie. Molto più forte
di come lo aveva sentito prima. Poi udì l'urlo. Proveniva dal vicolo
che faceva angolo con quello dove si trovava lui, lo stesso vicolo nel
quale era fuggito quel barbone.
Impugnò la pala saldamente, con entrambe le mani. Il cuore aveva
ricominciato a cavalcargli in petto. Nuovo sudore gli colava sulla fronte.
Imboccò il vicolo. Arrivato a circa metà si fermò:
c'era una figura a terra. Diede tempo ai suoi occhi per abituarsi all'oscurità.
Lentamente i contorni della figura iniziarono a delinearsi con maggior
precisione: era il barbone.
Il corpo steso a terra, la schiena poggiata contro il muro. La testa posata
in grembo, tra le cosce. Sangue caldo colava dal collo. Un riflesso di
luce brillava come un occhio sulla vertebra che, dal collo mozzato, faceva
bella mostra di sé.
Una mosca, posata sul bordo sfrangiato della ferita, si preparava al banchetto.
Fabio fissò il cadavere, poi si guardò attorno, gli occhi
sgranati: c'era un assassino lì, e forse lo stava guardando, in
questo momento! Si scostò dal muro, cautamente tornò nel
vicolo del cassonetto, la pala salda tra le mani, le nocche si erano sbiancate,
tanta era la pressione della stretta delle dita sul manico.
Procedette così, lentamente, scrutando nel buio di ogni angolo,
pronto a far scattare la pala ad ogni movimento improvviso.
E nella sua mente la mamma tornò all'attacco.
"Hai visto? Potevi chiamare qualcuno, avvisare la polizia, se solo
mi avessi dato retta! Magari avresti salvato la vita a quel poveretto..!"
-Zitta, ZITTA!!!- scacciò quella voce fuori dalla sua testa. Non
era vero, non avrebbe potuto fare nulla, quel barbone sarebbe morto comunque,
con o senza cellulare.
Vide da lontano la spazzatrice, corse verso di lei, unica ancora di salvezza
in quella notte allucinante. Salì nell'abitacolo, posò la
pala sul sedile del passeggero.
Scrutò oltre il parabrezza: ne macchine ne assassini in arrivo.
Stava per mettere in moto, quando alle sue orecchie tornò, insistente,
quel suono, quel ronzio. Un veloce frullio in crescendo, sempre più
forte, potente.
Tagliente!
Si affacciò dal finestrino infranto, e dietro di lui, lontano,
vide un uomo. Si muoveva scomposto, accanto ad un altro cassonetto accostato
al parapetto di mattoni del fiume. Prese la pala e scese dal mezzo, diretto
verso l'uomo, deciso a capire. Il rumore a quella distanza era assordante.
"Voglio vedere, capire! Almeno questo non mi può essere negato!
Me lo merito."
(...se avessi dato ascolto a tua madre...)
"BASTA!"
Era alle spalle dell'uomo, il rumore gli stava lacerando i timpani, e
le carni della donna che si trovava nel cassonetto. Rimase imbambolato
a fissare quella scena assurda: la donna che, urlando, cercava di ripararsi
dalla lama dentata, mentre l'uomo, di circa trentacinque anni, agitava
la motosega nel cassonetto. La mano della donna saltò via, andando
a cadere, con un tonfo molle, ai piedi di Fabio, ammutolito dall'orrore.
I nervi della mano mozzata si contrassero, e le dita scattarono. Solo
in quel momento i due si resero conto della presenza di Fabio. Un ospite
improvviso. Un intruso per il pazzo, una speranza di salvezza per la donna.
Rimasero per un istante a fissarsi. Fabio li guardava e loro guardavano
lui: la donna si teneva il moncone con l'altra mano, cercando inutilmente
di fermare il flusso di sangue. Il tempo sembrò fermarsi. Una pausa
sul videoregistratore. Il nastro fermo. Il sangue gocciolava lento tra
i rifiuti, goccia dopo goccia.
Calma totale.
Un battito di ciglia, ed il film riprese a scorrere.
-Aiutami...- piagnucolò lei rivolta a Fabio, lo sguardo travolto
dal dolore. Fu allora che Fabio la riconobbe, quando il suo cervello riprese
a funzionare lucidamente.
Yvonne lo fissava con occhi imploranti, le lacrime avevano sciolto l'ombretto
che gli colava, ora, sulle guance, lasciando sulla pelle scura, sottili
rivoli celesti.
Fabio si mosse verso l'uomo, ma lui fu più veloce. Alzò
la motosega con entrambe le mani, facendole descrivere un semicerchio
nell'aria. Yvonne urlò, un urlo stridulo, che racchiudeva in sé
tutto il suo orrore, e tutta la sua disperata voglia di vita.
La lama sfiorò il collo del travestito, i polmoni di Fabio si svuotarono
di colpo, il cuore gli balzò in gola.
La testa di Yvonne si alzò di qualche centimetro dal collo, sorretta
solo da una colonna di sangue. Il corpo decapitato barcollò un
istante, mentre la testa ricadeva sul collo, come a voler provare a ricongiungersi
al corpo. Poi tutto crollò nel cassonetto, ormai rifiuto anch'esso,
carcassa inutile.
Il pazzo si voltò verso Fabio e lo caricò. D'istinto Fabio
alzò la pala e colpì la motosega, ma questa agganciò
la pala con i suoi denti e gli strappò il bastone dalle mani. Fabio
corse alla spazzatrice, inseguito dalle folli grida di quello squalo meccanico.
Salì nel veicolo e mise in moto.
"Ma chi è, che vuole da me, che gli ho fatto!"
Sentì la motosega sferragliare sul cassone posteriore. Inserì
la retromarcia e partì.
-SCHIATTA!!!- esclamò, ma l'uomo non accettò l'invito così
caldamente offertogli. Dallo specchietto retrovisore vide l'uomo saltare
di lato, e poggiarsi al parapetto del fiume.
"E' duro il bastardo!" Fabio sterzò e gli fu di fronte.
Si fronteggiavano, un duello all'ultimo sangue. Fermi tutti e due, a studiarsi
l'un l'altro. Nell'aria solo il rumore della motosega e del motore della
spazzatrice, come due felini acquattati, minacciandosi a vicenda con profondi,
cupi ruggiti.
Con un urlo l'uomo caricò brandendo la motosega. Fabio premette
sull'acceleratore e partì. Lo colpì al petto con gli alti
tubolari anti urto di protezione dei fanali del mezzo, ma l'uomo non cedette,
e si agganciò con un braccio al tubolare. Infranse il parabrezza,
e Fabio fece in tempo a scostarsi, prima che la motosega lo ghermisse
con le sue unghie spietate.
Per un istante Fabio lo fissò negli occhi. In quell'attimo vide,
nelle pupille del pazzo, la stessa folle ira che aveva letto negli occhi
del topo.
Fu un momento, riprese subito il controllo di se.
Il pazzo agitava la motosega contro l'abitacolo, ma Fabio partì,
diretto verso il parapetto di mattoni, spingendo il pazzo che non si decideva
a togliersi, a mollare la presa dai tubolari, finché, con un urlo
dell'uomo, il mezzo si schiantò contro il parapetto.
L'uomo agonizzava, mentre i tubolari gli sfondavano la gabbia toracica.
E la motosega rimbalzò indietro, sul suo volto.
Fu troppo per Fabio, lasciò il volante, le braccia lungo i fianchi.
La lama dentata fece scempio del volto del folle. La carne veniva lacerata,
strappata via in brandelli, per essere poi schizzata sul volto di Fabio,
che guardava allucinato quel rosso spettacolo. L'uomo gorgogliava il suo
dolore; Fabio vide un occhio volare oltre il parapetto, nel fiume, fresco
cibo per i topi dei cespugli. L'erosione del volto dell'uomo aveva portato
alla luce il cervello, subito afferrato dai voraci denti metallici della
lama, e gettato tutt'intorno.
L'uomo non urlava più.
Fabio, sconvolto, inserì la retromarcia e si scostò dal
muretto. L'uomo scivolò a terra, e la motosega, implacabile, fu
di nuovo su di lui. In un istante tranciò la sua testa obliquamente,
lasciandola aperta a metà, la lingua penzolante sulla mezza mandibola
scomposta. La lama continuò la sua opera di democratica divisione,
nelle profondità infrante del suo petto. La motosega continuò
a ruotare in quella posizione, creandosi con pazienza certosina, un letto
dove poter riposare, fino all'esaurimento della benzina del motore. Scavando,
strappando carne ed ossa, circondata da una fitta nube di goccioline rosse.
Fabio rimase li, seduto al volante della spazzatrice, incapace di reagire,
cosciente soltanto del fatto di essere vivo.
E giurando a sé stesso che non si sarebbe più separato dal
suo amato cellulare.
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