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A.D. 1487
La donna era in piedi, i riverberi delle torce facevano danzare ombre
sul suo volto fiero e altero. Quelle ombre, simili a dannati che si agitavano
spasmodici al dolore delle loro pene infernali, erano proiettate su tutte
le pareti di pietra della grande stanza. Le grida erano le voci di quelle
ombre. Quegli urli pieni di dolore, così forti da straziare la
mente di qualunque persona con un minimo di bontà nell'animo, salivano
fino ai recessi più nascosti delle alte torri del castello. Gli
uomini si affaccendavano, intorno a quella donna, che li dirigeva con
pochi, secchi, ordini. A lei bastavano poche parole, perché ciò
che diceva era legge. Legge divina. La povera ragazza era sdraiata sul
tavolo, mentre le corde, legate ai suoi polsi ed alle sue caviglie, la
tiravano, allungandola. L'uomo con il cappuccio era alla ruota, e più
lui la girava e più le corde tiravano. La ragazza era incinta.
Un'altra donna si avvicinò a quella signora, chinando la testa.
-Mia signora, la strega continua a non voler ammettere le sue colpe..-
La donna la guardò, un sorriso benevolo colorì il suo volto.
-Sorella mia, dobbiamo continuare, per quanto doloroso può essere
per noi questo straziante compito. Dobbiamo preoccuparci per la salvezza
di tutte queste anime. Possiamo noi permettere al demonio di procreare?-
-No, mia signora.- -Per questo che dobbiamo insistere. Per la loro salvezza...
Vai ora, e sii forte davanti a queste dure prove. Perché sappi
che tutto questo fa più male a noi che a loro.- La donna tornò
al suo compito, lasciando la signora alla sua battaglia contro il male.
Francesca Guidonia da Valentia, una delle rare donne inquisitrici, prendeva
con molta cura il gravoso compito che la madre Chiesa le aveva affidato.
Figlia di una famiglia molto potente di Sicilia, aveva precocemente sviluppato
una forte passione, un ardore mistico, per la Chiesa, ed aveva avvertito
in sé una vocazione che l'aveva spinta a diventare suora, per poter
meglio servire il Papa. All'età di ventuno anni era già
stata in Spagna, accanto all'inquisitore generale Tommaso di Torquemada,
dal quale aveva imparato molti dei segreti e delle astuzie usate dal demonio
per corrompere le anime degli uomini, indifesi e deboli al suo attacco.
Ma lei sarebbe stata la guida, il baluardo contro il dilagare del male
sulla terra. Lei, e le sue consorelle, avevano già, più
volte, salvato molte anime, anche se quasi sempre non potevano salvare
anche i corpi. Ma quello era un prezzo minimo, se paragonato alla gioia
celeste che attendeva quelle povere vittime innocenti e corrotte. E lei,
in cuor suo, sapeva che tutto quel bene le sarebbe stato ripagato, prima
o poi... Ed ora era li, in quella cripta, circondata da tutta quella pena,
da tutto quello strazio che le tormentava l'anima, perché sapeva
che le sue azioni erano dolorose, e questo la faceva soffrire di più.
Ma in fondo non era lei ad imporre tutto quel male. Era costretta da quella
dura battaglia. Doveva aiutare l'umanità, salvare quante più
anime dal male. Era questo l'arduo compito che le era stato dato. Ed il
male ora era nella sua terra, nel suo stesso paese. Ventisette ragazze,
tutte in un'età compresa tra i quattordici e i ventuno anni, erano
gravide, tutte nello stesso periodo. Non poteva essere una coincidenza.
Il male stava spargendo il suo seme sulla terra, tra quelle giovani carni.
Francesca Guidonia da Valentia fissava quelle poverette, sdraiate davanti
a lei, su tavoli di legno, circondate da uomini con cappucci dei quali
potevano vedere solo gli occhi brillanti di disprezzo. E quegli uomini,
al servizio di Francesca Guidonia e delle sue consorelle, straziavano
le carni delle ragazze, in cerca di una confessione, di una redenzione
estrema della loro anima. A lungo durarono le torture, e molti ventri
vennero squarciati, per estrarne gli abomini che ne sarebbero nati. E
i pianti e le urla erano gli unici suoni che in quella notte si udirono
accompagnare il canto dei lupi e le grida delle civette. Il lavoro ebbe
fine quasi all'inizio del nuovo giorno, quando anche l'ultima ragazza
diede il suo addio alla vita. Erano innocenti. I feti strappati con tanta
cura da quei corpi erano sani. Una delle sorelle si avvicinò a
Francesca Guidonia. -Ed ora cosa facciamo sorella? Nessuna di loro era
infetta...- -Non dobbiamo essere tristi mia cara. Abbiamo ad ogni modo
salvato le loro anime dalla corruzione del peccato. Viviamo in un'epoca
oscura, e dobbiamo gioire per ogni piccola anima che riusciamo a preservare
dalla dannazione. Ricordati che quelle donne innocenti sono ora al cospetto
delle porte del Paradiso, e noi non possiamo fare altro che rallegrarcene,
e gioire della nostra vittoria.- La suora sorrise. Si allontanò
da Francesca Guidonia e tornò ai suoi doveri. Francesca Guidonia
iniziò a recitare preghiere nel suo animo: pregò per tutte
quelle anime salvate, e glorificò il Cielo per averle dato la forza
e la capacità di aiutare i più deboli nella feroce guerra
per la salvezza celeste. Il fragore si fece sentire sempre più
forte. Francesca Guidonia da Valentia aprì gli occhi interrompendo
la sua litania. Si avvicinò alla finestra: tutto quel rumore proveniva
dal portone del palazzo di giustizia. Una folla enorme si accalcava davanti
l'ingresso del palazzo, a stento le guardie poterono trattenere quella
gente vociante. -Cosa succede?- Esclamò Francesca Guidonia, una
sorella le si fece subito accanto. -E' la gente del paese mia signora...-
-E cosa vogliono qui?- -E' arrivata al paese la voce della purezza di
quelle donne, della loro innocenza, ed ora quelle persone pretendono giustizia.-
-Come osano chiedere giustizia! E per cosa poi? Quelle anime hanno avuto
la giustizia che spettava loro, sono assurte al regno dei Cieli. Quale
dono maggiore di questo.- -Mia signora, entrano nel palazzo. C'è
pericolo per voi. Vi prego, venite via.- Francesca Guidonia si voltò
verso la monaca, lo sguardo fiero, risoluto. -Pericolo? Per me? Mai.-
La monaca si allontanò da Francesca Guidonia, gli occhi sbarrati
dal terrore. Si voltò e corse via, seguita dalle altre sorelle.
I carnefici indietreggiarono lasciando i loro ferri ancora caldi a terra,
mentre il vociare del popolo aumentava, si avvicinava. Francesca Guidonia
rimase sola nella sala. Immobile, il volto di ghiaccio. Colpi dalla grande
porta della sala. Il legno si scheggiò, le ante si creparono, la
porta si spalancò: sulla soglia gli abitanti del paese, fermi,
badili e forconi e torce nelle mani. Guardavano Francesca Guidonia. E
lei era li, al centro della stanza, immobile, gli occhi fiammeggianti
di sacro furore. Le due parti si fissavano. Poi la gente fece un passo.
Francesca Guidonia alzò una mano, i popolani si fermarono, come
se li avesse pietrificati con lo sguardo di una sacra Gorgone. -Fermi!
Come osate venire qui?- Un contadino armato di forcone sciolse la sua
lingua dall'incantesimo. -Tu donna, hai ucciso le nostre figlie.- -Bifolco!
Io ho salvato le loro anime...- Voci si aggiunsero a quella del contadino.
(...assassina...) -Hai ammazzato le nostre figlie e i nostri nipoti...-
(...assassina...) Entrarono nella sala, brandivano le armi. -Non vi avvicinate...-
(...assassina...) -Non potete farlo- urlava verso di loro, ma ormai non
poteva più fermarli. (...assassina... sei tu la strega!!!) -IO
SONO LA CHIESA!!!!- Il bastone la colpì alla testa. Francesca Guidonia
vide nero, poi cadde a terra. Non riusciva a vedere chiaramente, poi lentamente
la vista le tornò del tutto. Un corridoio, lamenti di dolore intorno
a lei, in lei. Odore di morte, di marcio e di sangue. Aria di pestilenza
e malattia entrava nei suoi polmoni. E grida e urla in eco infinite. Era
stesa su un tavolo, su legno nudo. Anche lei era nuda. Ebbe l'istinto
di coprirsi con le mani, ma non poté farlo, le sue braccia erano
legate al tavolo, ed anche le gambe. Si volse da un lato. Attorno a lei
c'erano persone, ma vide subito che non erano uomini, non potevano esserlo:
volti distorti, piagati, occhi venati di giallo, pupille come serpi, orecchie
marce. Indossavano abiti strani per lei: abiti bianchi, leggeri che sembravano
grosse camicie che arrivavano loro alle ginocchia, ed avevano delle bende
sulla bocca... Uno di quegli esseri si accorse che Francesca Guidonia
si era svegliata. Subito si chinò su di lei, e Francesca Guidonia
poté vedere che dietro la benda che gli nascondeva la bocca, quell'essere
le stava sorridendo. -Stai tranquilla,- le disse, il fiato fetido di carogna,
-andrà tutto bene. Questo è uno splendido atto di amore
e gioia...- "Un atto di amore e di gioia..." Francesca Guidonia
iniziò a piangere, a sussultare di dolore. Tese una mano verso
uno di quegli esseri. Lui prontamente si voltò verso di lei, c'era
un sorriso dietro la benda che aveva sulla bocca. -Ti prego, aiutami...-
"Salvami!!!" -Siamo tutti qui per salvarti, mia cara,- le sorrise,
-salveremo te e la tua anima...- Francesca Guidonia non riusciva a capire.
Poi il ventre della donna iniziò a gonfiarsi; gli esseri, gli infermieri,
si affrettarono intorno a lei. Le allargarono le gambe, ed uno si mise
in piedi davanti, tra le sue gambe divaricate, e la stava toccando. Le
toccava la sua intimità! Stava per partorire... "Non è
possibile... Non c'è stato un concepimento..." Poi le urla
del travaglio risuonarono potenti. Uno di quegli esseri, di quegli infermieri,
le asciugava il sudore che le brillava sulla fronte, mentre un altro le
teneva la mano. Tutti solerti a prendersi cura di lei, con affetto. -Su
Francesca... Spingi...- La incitava quello che la stava toccando tra le
gambe, con quelle dita gelide e ruvide. La monaca urlava mentre il suo
ventre era accoltellato dalle contrazioni, poi le labbra del suo sesso
iniziarono ad aprirsi, ad allargarsi. Si cominciava a vedere qualche cosa.
-Tutto regolare.- Disse un infermiere, ed intanto si cominciarono a distinguere
le venosità della placenta. Ma Francesca Guidonia sapeva che non
era tutto regolare: la placenta non si rompeva. La vagina continuò
ad allargarsi, e altrettanto aumentavano di intensità le urla di
Francesca, i tendini del collo tesi dal dolore dello sforzo, e la placenta
che ancora non si rompeva. -Spingi, ancora...- Le gridava l'essere, e
si udì uno strappo, la lacerazione della placenta, ed una superficie
lucida, bianca, lattiginosa, fece la sua comparsa. Cosa stava nascendo
da quella donna? La vagina continuava ad allargarsi, mentre quella superficie
lucida e oleosa continuava a spingere, ora era della grandezza di un'anguria.
Urla, dolore, bruciore nel ventre. "E' impossibile, non è
una testa..." Altro dolore e disperazione. Quelle coltellate che
le salivano fino alla gola. Quel bruciore atroce tra le gambe, simile
ad ami che le graffiavano gli occhi. Poi, con un rumore secco, di stappo
improvviso, la cosa uscì, uno sbotto di sangue inondò l'infermiere,
che rise gioioso. La cosa cadde a terra: quel grande cappello, il bordo
frangiato, i tentacoli urticanti a fare da cordoni ombelicali. L'infermiere,
sorridente, si chinò e raccolse tra le sue braccia la medusa. La
cullò amorevolmente, la coprì di teneri baci. I tentacoli
erano ancora allungati nel corpo della ragazza. L'interno delle cosce
bruciava, con il dolore di mille sigarette spente sulla pelle. I tentacoli
uncinati, uscendo, lacerarono l'interno dell'utero, aggiungendo dolore
al dolore. L'infermiere tagliò i tentacoli con una vecchia lama
arrugginita. Appena tagliate le estremità scivolarono veloci, tornando
all'interno della vagina. Sembrava carta vetrata sulle sue mucose. Il
sangue schizzò fuori dal sesso di Francesca, altra sferzata di
dolore. -Uno splendido maschietto...- Sentenziò l'infermiere, intento
a coccolare il nascituro. Francesca cominciava a rilassarsi, il dolore
atroce del parto le diminuiva, anche se le restava il bruciore di tizzoni
ardenti tra le gambe. L'essere si avvicinò ad un angolo della stanza
e depose la medusa, guizzante come un'anguilla, come un viscido ammasso
di intestini, all'interno di una vasca di pietra. -Qui starai bene, mentre
aspetterai i tuoi fratelli...- "I tuoi fratelli!!!" Francesca
Guidonia cominciò a piangere, iniziava a capire cosa succedeva
e dove si trovava. Poi sentì tornare il dolore, piano piano. Il
ventre iniziò di nuovo a gonfiarsi, qualche cosa dentro di lei
si mosse. Un'altra vita stava per nascere. -NO, vi prego! NON UN'ALTRA
VOLTA!!!- Urlò disperata. Gli infermieri, ghignanti, ricominciarono
i preparativi per il nuovo parto, mentre il travaglio iniziava ancora
una volta. -Stai tranquilla Francesca. Noi estirperemo il male dal tuo
corpo...- E l'infermiere scoppiò in una risata gutturale, ricolma
di catarro. E Francesca Guidonia seppe che quello era l'Inferno. Il travaglio
ebbe di nuovo inizio, e Francesca urlò in eterno.
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