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Ormai so che non esistono
posti sicuri, non dopo quello che ho scoperto. Quante volte dopo quel
momento ho ringraziato di essere vivo, e quante volte mi sono pentito
di essere capitato in quel posto! Se solo potessi dimenticare tutto e
tornare nell'ignoranza in cui vivevo…
Ed era iniziato tutto così semplicemente. Cercavo un lavoro, e
quella mattina avevo letto un annuncio su un giornale, una società
che cercava personale da inserire come scaffalasti in vari negozi. Ho
spedito il curriculum, tramite e-mail, quella mattina stessa. Neanche
un paio d'ore dopo mi è giunta una telefonata. Quella società
mi chiamava per fissare un appuntamento per un colloquio. Andai quel pomeriggio,
e mi spiegarono tutto, dal tipo di lavoro alla paga mensile. Firmai il
contratto e fui assunto. In quel momento mi sembrava un miracolo: solo
quella mattina ero disperato senza un soldo, e nel pomeriggio mi ritrovavo
con un lavoro e uno stipendio.
Adesso che so come sarebbero andate le cose dopo, penso invece che sia
stata una maledizione trovare quel lavoro.
Insomma, mi presentai il giorno dopo all'indirizzo che mi aveva lasciato
la segretaria della cooperativa. C'era un negozio, ad angolo, di articoli
per la casa, saponi e altre cose, un po' di tutto, tranne che cibo.
Il negozio era grande, tre vetrine da un lato e cinque dall'altro, dentro
era diviso in cinque corsie. In mezzo, a tagliare tutte le corsie, un
corridoio centrale che le univa tutte. Appena entrato, la cassiera mi
fece notare che dovevo passare da un lato, ma io mi diressi alla cassa,
dicendole che il proprietario mi aspettava, e infatti lo trovai li: un
uomo di media altezza, normale nei modi come nel vestire, circa quarant'anni,
sportivo; me lo immaginavo diverso: in giacca e gravata, forbito magari.
Invece lo trovai cordiale, alla mano, e disposto al dialogo. Meglio, almeno
il direttore era una persona tranquilla, avrei lavorato con più
serenità. Gli zigomi pronunciati e le guance lievemente scavate
mi ricordarono il maggiordomo della famiglia Addams… Si chiamava
Daniele. Mi fece fare il giro del negozio, chiedendomi varie cose, per
fortuna avevo già lavorato in altri grandi magazzini e per me non
era una novità quello che mi diceva. Mi spiegò subito quali
sarebbero stati i reparti dei quali mi sarei occupato: legno, tessile
e cartoleria.
Alla fine avevo trovato
il mio ritmo, ormai ero pratico. Mi era bastato un mesetto per capire
tutti i meccanismi e diventare padrone di quegli spazzi: la merce arrivava,
ed io la mettevo in ordine con velocità e precisione. Naturalmente
a tutto questo si doveva anche aggiungere il servizio ai clienti. A volte
era un piacere farlo, altre un tormento.
Ho imparato che ci sono due tipi di clienti: quelli gentili e quelli idioti.
I primi sembrano quasi sentirsi in colpa a chiederti le cose, a domandarti
informazioni, i secondi no. A detta loro dovresti essere un servitore
fedele e devoto. Un cagnolino pronto a scodinzolare a ogni loro comando.
Doretta apparteneva alla seconda categoria.
Francesca, la cassiera, mi aveva già messo in guardia su di lei.
-E' la tipica persona, - mi disse mentre metteva in ordine i flaconi della
doccia schiuma, -che non trova mai quello che cerca. E sono anni che viene
qua in negozio!- Le passavo i flaconi mentre mi parlava. -Ha una costante
espressione di sofferenza, ma in realtà vuole solo che tu le faccia
la spesa al posto suo.
Già, Doretta. Età: cinquantasei anni. Bassa e rotonda, gambe
come tronchi, taglio degli occhi tra lo sconsolato e l'afflitto, orecchini
assurdi piantati nei suoi orecchi, enormi e rilucenti come lampadari in
miniatura. Ma in fondo non era altro che uno dei tanti personaggi, né
l'unico, né il peggiore, che affollava il variopinto palco del
negozio.
A ripensarci adesso molte cose mi appaiono sotto una luce nuova: era proprio
la massa di persone a confondere il tutto, e se non fosse stato proprio
per Doretta io, non avrei capito nulla.
Ricordo quel giorno come fosse adesso (e non credo che lo dimenticherò
più tanto facilmente): era ora di chiusura, mancavano solo quindici
minuti, e come sempre bisognava spingere i clienti alle casse. A quel
punto si faceva il giro dei reparti per controllare se vi fossero ritardatari.
Fu allora che vidi Doretta. Vagava lungo una corsia trascinandosi dietro
il suo carrello.
-Scusi signora, ma stiamo chiudendo. Deve avvicinarsi alle casse.- Le
dissi.
-Certo caro ragazzo… Solo un ultimo giro per trovare la carta igienica.
Volevo quella profumata alla camomilla, è emolliente, ma non la
trovo…-.
-Guardi, è subito dietro allo scaffale che ha di fronte.-
Con un'espressione di sorpresa, come se le avessi rivelato un incredibile
mistero riservato solamente a pochi prescelti, si voltò verso lo
scaffale, stupefatta della semplicità con cui avevo risolto uno
dei problemi fondamentali della sua esistenza.
-Grazie caro, farò in un minuto. -
S'infilò dietro lo scaffale, fu l'ultima volta che la vidi.
Quindici minuti dopo avevo terminato il giro di controllo, e mi avvicinavo
alle casse. Giovanni era all'entrata, si assicurava che nessun cliente
dell'ultimo minuto avesse possibilità di entrare. Francesca era
alla cassa a contare l'incasso.
-Doretta è uscita?- Chiesi.
Francesca mi guardò. -Veramente non l'ho vista oggi. - Chinò
la testa e riprese a contare.
-Ma come? Sei sicura? Le ho anche indicato la carta…-
Giovanni venne alle casse, -neanche io l'ho vista uscire. -
Pensai allora che fosse rimasta nel negozio. Andai al reparto carta, naturalmente
non c'era. L'unica cosa che trovai era quell'aria fresca che sembrava
essersi stabilita tra quegli scaffali in modo stabile. Possibile che Doretta
se ne fosse andata senza pagare? Non lo credevo possibile: era una rompiscatole,
non una ladra.
Un pacco di carta camomilla era a terra, rotto; alcuni rotoli erano usciti
dall'involucro e si erano sparsi a terra, sotto gli scaffali. Mi chinai
a raccoglierli.
Per la prima volta notai che, dietro alla fila di pacchi impilati uno
sopra l'altro, non c'era nulla, era vuoto. Avevo sempre creduto che dietro
la prima fila di colonna ce ne fossero altre, ma mi ero sbagliato. O meglio:
sugli scaffali, dietro alla prima fila ce n'era una seconda e una terza,
fino al muro; ma non in quella sezione. Non a terra.
Spostai una delle colonne di pacchi, dietro c'era solo buio e fresco.
Guardai meglio, ma non vidi nulla, a parte una forte penombra: la luce
delle lampade non riusciva ad arrivare fino lì sotto.
-Cosa fai?-
Mi voltai di scatto, Daniele mi osservava, rigido, all'inizio della corsia.
Mi alzai.
-Si è solo rotto un pacco di carta, raccoglievo i rotoli sotto
lo scaffale.-
-Lascia stare, ci penso io!- Sembrava quasi infuriato. -Te l'ho detto
che questo reparto è mia competenza, ci penso io.-.
-Si, ok, tranquillo; stavo solo tirando su la carta.-
-Vieni via, lascia stare tutto!-
Mi alzai e uscii dal reparto. Era stato brusco per i miei gusti, e anche
troppo. Ho capito subito che c'era dell'altro dietro, e non mi riferisco
solo allo spazio dietro la carta, ma al comportamento di Daniele in generale.
E' stato questo ad aumentare la mia già cresciuta curiosità.
Questo mi ha spinto verso cose che adesso che so, non avrei mai voluto
conoscere, cose che vorrei dimenticare, ma non riuscirò più
a togliermi dalla mente il fatto che ho visto…
Quella sera decisi di rimanere. Dissi agli altri che andavo via, ma mi
nascosi tra gli scaffali, e attesi.
Alle venti e venti circa spensero le luci, rimasero accese solo le lievi
lampadine delle luci d'emergenza. Qualche minuto dopo sentii scattare
la serratura. Ero chiuso dentro. Fortunatamente l'anti furto, che scatta
solo se rileva il movimento negli ambienti, era attivo solo nel magazzino,
essendo quello l'unico punto d'ingresso più sensibile del negozio.
Nel negozio stesso la sicurezza era data dalle serrande di acciaio e dai
vetri infrangibili.
Uscii dal mio nascondiglio.
Il negozio vuoto era irreale. Il silenzio era attutito solo dal ronzio
dell'impianto elettrico. Le lunghe corsie vuote sfilavano con le loro
offerte di prodotti per la casa, e solo in quel momento mi resi conto
di quanto era forte l'odore del negozio, quel misto di plastica e sapone,
un odore dolce tipico di quei locali. Un odore che anche adesso risento
quando entro in un qualunque altro negozio. Un odore che ora associo alla
paura, al terrore, che mi seguirà, mi spierà e mi sarà
sempre vicino per tutta la mia vita. Un odore che ora associo alla putrefazione
e alle fogne, ai canali sotterranei regno di marciume e morte.
In poco tempo i miei occhi si erano abituati alla penombra. Avevo con
me una torcia elettrica, l'avevo presa dal reparto ferramenta. Non so
perché, però non la volevo accendere, forse per il timore
che qualcuno, passando dalla strada, potesse vedere i riverberi di luce…
Arrivai allo scaffale della carta igienica e mi chinai. Come sempre Daniele
aveva fatto un ottimo lavoro: aveva rimesso tutto in ordine, e ora quella
pila di pacchi di rotoli sembrava un muro invalicabile. Mi bastò
spingere una di quelle colonne per rivelare l'illusione. Tolsi tutti i
pacchi per potermi muovere meglio; lavoravo in ginocchio, mentre percepivo
l'aria fredda che scivolava sul mio viso. Mi chinai per vedere meglio.
Oltre la penombra c'era il muro, ma vidi benissimo che era sfondato!
C'era un'apertura circolare di circa un metro, e da li usciva quell'aria
fredda; potei sentire anche un odore nauseante provenire da quel foro.
La curiosità era enorme ormai, e fu lei a spingermi dentro quel
foro. M'infilai sotto lo scaffale e strisciai dentro la cavità.
L'aria fresca, pregna di quell'odore, mi veniva in faccia, come se volesse
darmi il suo beffardo benvenuto, con l'offerta di una nausea che lenta
mi saliva allo stomaco.
Le pareti e il pavimento erano scivolosi, ma non umide. Direi levigate,
come se fossero state ricoperte con cera. Più di una volta fui
sul punto di scivolare, a stento riuscivo a frenare la caduta. Erosione
era la parola che mi veniva di continuo alla mente, intanto che osservavo
quelle pareti lisce; sembrava che qualcuno si fosse preso la briga di
levigare quelle pareti per chissà quale scopo.
Comunque potevo vedere. C'era nel cunicolo una diffusa e lieve luminosità,
un riverbero viola del quale non riuscivo a capirne la provenienza. Sembrava
emanare dalle pareti.
Poi persi la presa e iniziai a scivolare. Il cunicolo terminò di
colpo, facendomi cadere su un pavimento di pietra. Rimasi intontito per
qualche istante, poi mi guardai attorno. L'apertura del cunicolo dal quale
ero scivolato fuori si trovava a circa un metro dal pavimento. Vidi anche
che oltre a quello ce ne erano molti altri di cunicoli.
Alzai lo sguardo, e non potei credere a quello che vedevo. Sicuramente
ero sceso parecchio dal livello del terreno, ma non mi aspettavo di trovar,
sotto il negozio, una caverna, una cattedrale di roccia, alta fino a contenere
una palazzina di cinque piani. Era una grotta rotonda e vasta, illuminata
da torce appese alle pareti, sulla cui sommità non ardeva un fuoco,
ma s'irradiava quella luce violacea che offriva il suo riverbero all'ambiante.
E ce ne volevano di quelle torce strane, per illuminare l'immensa volta
che mi chiudeva in se, come prigioniero di quelle rocce, simile al ricordo
del feto protetto dalla placenta, all'interno del suo utero caldo.
Al centro della caverna c'era quello che sembrava un altare sacrificale.
Solo che la cosa da sacrificare non era sull'altare, ma sparsa nella caverna.
Ossa, ovunque. E tra le ossa, a coprire il pavimento nella sua totalità,
corpi straziati e frammenti di arti, gambe e teste strappate via dai loro
corpi. Un macello di esseri umani.
Alle pareti, come addobbi di una festa di compleanno, o di Halloween,
festoni d'intestini e di stomaci ormai rinsecchiti, intrecciati tra loro
come drappi funebri di un trionfo macabro e mortale.
Su tutto l'odore nauseabondo sconvolgeva il mio stomaco.
Dovevo farmi forza per trattenere i conati di vomito che mi salivano alla
gola, rimasi a respirare per calmare i nervi. Tornai a fissare la caverna,
inorridito da quello che vedevo, ma ancor più incuriosito. Che
cosa poteva essere successo in quel luogo? Come poteva esistere un posto
simile sotto il negozio? Capii subito che Daniele sapeva tutto, non c'era
altra spiegazione. Ora collegavo tutto. Era lui che doveva occuparsi del
reparto carta, e nascondeva o forse custodiva l'ingresso di quel luogo.
Lui ci veniva giù? Ne ero convinto, anche se non capivo quando
lo faceva. In negozio era sempre attivo, non c'erano momenti in cui spariva,
anche perché ne era il responsabile. E la sera usciva con noi,
era lui a chiudere. E' anche vero che nulla gli impediva di tornare dopo
la chiusura.
Ora ero più calmo, anche se avevo i sensi allertati, iniziai a
muovermi lentamente, stando bene attento a dove mettevo i piedi, anche
se a volte calpestavo qualche frammento umano, e ogni volta che succedeva
mi si stringeva lo stomaco. Arrivai a quella specie di altare, era di
semplice pietra, un quadrato liscio, eroso dal tempo, dalla superficie
scheggiata. Nel momento in cui sentii un rumore mi resi conto dell'assoluto
silenzio che permeava la grotta. Era un suono umido e strascicato, come
se avessero fatto cadere una busta di plastica con dell'acqua dentro.
Il rumore era venuto dai uno dei tanti cunicoli che foravano quelle pareti;
non capivo da quale, ma avevo intuito la zona. Fui cauto a camminare verso
quel luogo. Non volevo calpestare qualcuno di quei frammenti, anche se
non sempre riuscivo a evitarlo, e allora il mio piede calcava qualche
cosa di morbido, cedevole, come se camminassi su gommapiuma, e la sensazione
mi faceva salire vertigini di disgusto allo stomaco.
Poco alla volta riuscii ad arrivare nel punto in cui mi sembrava fosse
uscito il rumore, e fu lì che ascoltai un sommesso grattare. Ancora
non riuscivo a trovare il cunicolo giusto, e quindi iniziai a spostarmi
per trovarlo, lento e cauto. Lo trovai, era di fronte a me, un budello
di circa un metro e mezzo di diametro, nero come un pozzo di petrolio,
profondo come un lago oscuro.
Avvicinai la testa e rimasi in ascolto: era da lì che potevo sentire
quel rumore, amplificato dal pozzo che faceva da cassa di risonanza. Capii
che forse non era poi così profondo, saranno stati circa tre metri.
Per fortuna avevo ancora la torcia elettrica nella tasca dei pantaloni.
C'era sempre quel riverbero viola nella grotta, ma non poteva certo penetrare
la profondità di quel foro.
Il rumore continuava sommesso, e anche se non sapevo cosa lo producesse
ero comunque infastidito, anzi, nauseato al sentirlo. Non ero sicuro di
voler illuminare quel buco, ma alla fine mi decisi e puntai la torcia
dentro. Vorrei non averlo mai fatto…
Fu il mio olfatto, prima ancora degli occhi, a essere offeso da quello
che si trovava in quella tana. All'inizio la luce non mi fece capire cosa
stavo vedendo, dovetti rimanere un po' in contemplazione per riuscire
a dare un significato alle forme viscide che si muovevano nell'anfratto.
Poi lentamente iniziai a riordinare le idee, e a capire che quello che
vedevo erano i resti di Doretta…
Le carni straziate, le ossa spezzate e screziate di rosso, e quei denti
assurdi, irregolari, marci e taglienti come aghi, intenti a lacerare e
masticare le carni, e in fine quell'occhio, un globo di lucido putridume,
con la pupilla vitrea che scattava da un lato all'altro per osservare
meglio la direzione del morso, cercando di non lasciare vie di fuga al
minimo brandello di carne dal quale poteva tirar fuori il suo nutrimento.
E a tratti la lingua saettava fuori da quell'orrendo orifizio che poteva
essere la bocca, a lambire e prosciugare ogni traccia di sangue che cercava
disperatamente di fuggire fuori da quel relitto corporale.
Ero fermo e guardavo quello spettacolo, e mi sono reso conto più
tardi che sul momento ero indeciso se credere a quello che vedevo. Poi
quell'occhio cieco scattò verso di me e rimase fisso. Ho sentito
una vertigine salirmi su per lo stomaco, è stato come un comando
interno: ho lasciato cadere la torcia, mi sono voltato e sono corso al
foro dal quale ero arrivato. Cercai di issarmi su, ma quella roccia scivolosa
era una barriera insormontabile per le mie mani sudate: cercavo di issarmi
sulla roccia, ma era inutile. Poi il panico dilagò nel mio cervello
nel momento in cui sentii dietro di me quel rumore liquido, come di un
sacco di anguille morte che cade a terra. Mi voltai e vidi la cosa che
era scivolata fuori della sua tana. Era disgustosa. Un verme è
l'unica cosa che mi venne alla mente, che con movimenti spasmodici e convulsi
riusciva a strisciare a terra verso di me. La lingua, lunga e vischiosa,
saettava fuori a sondare il terreno intorno, riuscendo a trovare la pista
che lo portava a me. Con frenesia ripresi ad artigliare il pavimento del
foro di discesa, ma non serviva a nulla, scivolavo senza poter fare altro,
e lui si avvicinava. Mi china di scatto, presi della terra a piene mani
e me la sfregai sui palmi, puntai le mani all'interno del foro e m'issai
su. Questa volta andò bene. La terra fece attrito con la liscia
superficie, e d io potei issarmi su per il foro. Non che in questo modo
fu più facile. Dovetti faticare molto a non scivolare di nuovo
indietro, ma la terra che mi rimaneva sulle mani sembrava funzionare,
e cercavo di usare ogni parte di me pur di andare avanti: le mani, le
unghie che cercavo di far penetrare nella roccia levigata, le punte dei
piedi che urtavo con forza sperando di creare un minimo di scalfittura
pur di avanzare in quel budello. Ma non finiva mai, non vedevo l'uscita.
O ero troppo lento io o era il budello a essere troppo lungo. E poi quell'essere
cosa stava facendo? Dubitavo che fosse nella sua grotta a leccarsi i resti
di Doretta. Sicuro come il buio che si era lanciato alla mia ricerca,
o forse era meglio dire caccia.
Ansimavo nel terrore di sentire, a ogni istante, quella lingua schifosa
e viscida arrotolarsi attorno alla mia caviglia. Sono sicuro che se fosse
successo mi sarei lasciato andare, non mi sarebbe più importato
nulla della vita e mi sarei consegnato a quei denti, incapace di reggere
un confronto con quell'orrore. Ma continuavo ad avanzare, e quando sentii
sotto le mani il ruvido pavimento del negozio ebbi un colpo al cuore.
Sentii chiaramente le lacrime di gioia salirmi agli occhi. Non feci in
tempo ad alzarmi, un colpo alla schiena mi fece crollare al pavimento.
Al mio fianco, in piedi, stava Daniele.
-Me lo ero immaginato che ti saresti impicciato… Troppe domande,
troppa curiosità…-
Mi disse. Era chiaramente pazzo, gli occhi erano spalancati, ma anche
nella penombra delle luci d'emergenza potevo vedere le sue pupille strette.
Le scosse di dolore alla schiena mi arrivavano al cervello, ma non potevo
permettermi il lusso di rimanere fermo. Lui mi guardava come se avesse
avuto un cane rabbioso ai suoi piedi.
- Adesso mi basta solo aspettare che lui ti mangi, e tutto tornerà
come prima. -
Era pazzo, totalmente fuori di testa. Non volevo mollare proprio ora,
non dopo tutta la fatica e il terrore che avevo provato. Fu la rabbia
a spingere le mie azioni. Lo afferrai per i piedi con entrambe le mani
e tirai forte, lui non se lo aspettava. Cadde contro lo scaffale, e fu
un turbinare di pacchi di carta igienica e cellophan.
Da quel momento in poi accadde tutto velocemente, o almeno a me sembrò
così. Mi alzai da terra e iniziai a trascinarmi lungo la corsia,
mentre sentivo dietro di me i lamenti di Daniele. Non credevo di avergli
fatto tanto male, mi fermai e mi voltai.
Il verme era uscito dalla sua tana, e adesso era di fronte a Daniele.
Lui lo stava supplicando.
-Ti prego, ti ho nutrito, avevamo stabilito i patti. Non ti ho tradito,
è stato lui a volerti cercare…-.
Poi iniziarono le grida, mentre la lingua dell'essere scivolava fuori
da quella bocca schifosa, e risaliva simile a una serpe impazzita, lungo
la gamba di Daniele, oltre la vita, sullo stomaco. Una volta giunta al
collo si arrotolò intorno a questo e scivolò nella bocca
aperta dall'urlo. Daniele fu trascinato dalla lingua verso quella bocca,
finché la sua testa scomparve tra quei denti simili a lamette.
In quel momento le urla cessarono, ma non i movimenti scomposti del corpo
del ragazzo, ormai scosso dall'isteria. In mezzo a quei rotoli di carta
si stava consumando il banchetto. La decisione apparve alla mia mente
in quell'istante: corsi alle casse, e presi un accendino. Andai al reparto
saponi e portai via tre bottiglie di alcool. Tornai dal verme che ancora
divorava quello che restava di Daniele: era ormai arrivato a rosicchiare
il ventre del ragazzo, strizzandone fuori gli organi interni, i vestiti
erano ormai laceri, e la cosa più disgustosa, quello che non potrò
più dimenticare, fu la visione degli intestini del ragazzo che
scivolavano guizzanti fuori dal suo ano. Ero sull'orlo della nausea. Non
volevo vedere più. Fui veloce a togliere i tappi delle tre bottiglie.
Gettai l'alcool a terra e sulla carta. L'occhio del verme scattò
verso di me. Lasciò la presa su Daniele, e subito quello che rimaneva
delle interiora del ragazzo, dalla vita in giù, si allargò
sul pavimento. In mezzo a quello scempio il corpo del verme si mosse dalla
mia parte, e cominciò a venire da me con i suoi movimenti sincopati.
Ma ormai avevo acceso l'accendino. Lo gettai verso di lui e corsi via.
Sentii solamente un rumore ovattato, un colpo lieve. Avevo capito che
la fiammella dell'accendino aveva incontrato l'alcool. Una vampata di
calore arrivò alla mia nuca mentre correvo. La porta secondaria,
quella del magazzino, era chiusa, male chiavi erano infilate nella toppa.
Daniele doveva averle lasciate lì quando era tornato. Girai la
chiave per aprire, e mi voltai verso il verme. Lui era lì folle
di dolore mentre le fiamme alte lo avvolgevano. L'intera corsia era un
corridoio di fuoco, e le fiamme si sarebbero presto allargate a tutto
il locale: al reparto cartoleria, pieno di quaderni e albi, il reparto
plastica, con le posate, i piatti, le stoviglie; quello del legno, con
le cornici, gli scaffali per la cucina, tutto quel legno… E c'erano
molte altre bottiglie di alcool al reparto saponi…
Iniziava a fare troppo caldo, e le urla dell'essere erano ormai troppo
alte per le orecchie di un uomo. Uscii dal magazzino e mi chiusi la porta
alle spalle.
Non chiamai i pompieri, non chiamai nessuno. Fuori la luna era alta, ma
non piena. Mi misi a osservare il negozio. Da sotto le serrande abbassate
iniziava a salire un filo di fumo. Presto sarebbe scoppiato l'allarme
e sarebbero venuti a spengere il fuoco, ma c'era ancora tempo, ed io volevo
che lì dentro tutto bruciasse per bene…
Sono passati due mesi, e
non ero più tornato in quel luogo. Non volevo tornarci. Ma alla
fine l'ho fatto, è stato più forte di me. Dovevo sapere,
ma sarebbe stato meglio rimanere ignorante…
Un altro negozio ha occupato il posto dei casalinghi. Ora so che non tornerò
più a controllare quel luogo, ho paura di quello che so, di quello
che ho visto. Ho distrutto quell'essere, forse. Ma la caverna era ampia.
C'erano molti fori come quello in cui viveva quel verme; e se ce ne fossero
altri come lui, se non fosse stato solo…
C'è un nuovo negozio in quel luogo adesso, ed ho saputo che va
bene, molto bene.
Dicono che hanno carne di prima scelta.
Perché adesso al posto del casalinghi c'è una macelleria…
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