Ormai so che non esistono posti sicuri, non dopo quello che ho scoperto. Quante volte dopo quel momento ho ringraziato di essere vivo, e quante volte mi sono pentito di essere capitato in quel posto! Se solo potessi dimenticare tutto e tornare nell'ignoranza in cui vivevo…
Ed era iniziato tutto così semplicemente. Cercavo un lavoro, e quella mattina avevo letto un annuncio su un giornale, una società che cercava personale da inserire come scaffalasti in vari negozi. Ho spedito il curriculum, tramite e-mail, quella mattina stessa. Neanche un paio d'ore dopo mi è giunta una telefonata. Quella società mi chiamava per fissare un appuntamento per un colloquio. Andai quel pomeriggio, e mi spiegarono tutto, dal tipo di lavoro alla paga mensile. Firmai il contratto e fui assunto. In quel momento mi sembrava un miracolo: solo quella mattina ero disperato senza un soldo, e nel pomeriggio mi ritrovavo con un lavoro e uno stipendio.
Adesso che so come sarebbero andate le cose dopo, penso invece che sia stata una maledizione trovare quel lavoro.
Insomma, mi presentai il giorno dopo all'indirizzo che mi aveva lasciato la segretaria della cooperativa. C'era un negozio, ad angolo, di articoli per la casa, saponi e altre cose, un po' di tutto, tranne che cibo.
Il negozio era grande, tre vetrine da un lato e cinque dall'altro, dentro era diviso in cinque corsie. In mezzo, a tagliare tutte le corsie, un corridoio centrale che le univa tutte. Appena entrato, la cassiera mi fece notare che dovevo passare da un lato, ma io mi diressi alla cassa, dicendole che il proprietario mi aspettava, e infatti lo trovai li: un uomo di media altezza, normale nei modi come nel vestire, circa quarant'anni, sportivo; me lo immaginavo diverso: in giacca e gravata, forbito magari. Invece lo trovai cordiale, alla mano, e disposto al dialogo. Meglio, almeno il direttore era una persona tranquilla, avrei lavorato con più serenità. Gli zigomi pronunciati e le guance lievemente scavate mi ricordarono il maggiordomo della famiglia Addams… Si chiamava Daniele. Mi fece fare il giro del negozio, chiedendomi varie cose, per fortuna avevo già lavorato in altri grandi magazzini e per me non era una novità quello che mi diceva. Mi spiegò subito quali sarebbero stati i reparti dei quali mi sarei occupato: legno, tessile e cartoleria.

Alla fine avevo trovato il mio ritmo, ormai ero pratico. Mi era bastato un mesetto per capire tutti i meccanismi e diventare padrone di quegli spazzi: la merce arrivava, ed io la mettevo in ordine con velocità e precisione. Naturalmente a tutto questo si doveva anche aggiungere il servizio ai clienti. A volte era un piacere farlo, altre un tormento.
Ho imparato che ci sono due tipi di clienti: quelli gentili e quelli idioti. I primi sembrano quasi sentirsi in colpa a chiederti le cose, a domandarti informazioni, i secondi no. A detta loro dovresti essere un servitore fedele e devoto. Un cagnolino pronto a scodinzolare a ogni loro comando.
Doretta apparteneva alla seconda categoria.
Francesca, la cassiera, mi aveva già messo in guardia su di lei.
-E' la tipica persona, - mi disse mentre metteva in ordine i flaconi della doccia schiuma, -che non trova mai quello che cerca. E sono anni che viene qua in negozio!- Le passavo i flaconi mentre mi parlava. -Ha una costante espressione di sofferenza, ma in realtà vuole solo che tu le faccia la spesa al posto suo.
Già, Doretta. Età: cinquantasei anni. Bassa e rotonda, gambe come tronchi, taglio degli occhi tra lo sconsolato e l'afflitto, orecchini assurdi piantati nei suoi orecchi, enormi e rilucenti come lampadari in miniatura. Ma in fondo non era altro che uno dei tanti personaggi, né l'unico, né il peggiore, che affollava il variopinto palco del negozio.
A ripensarci adesso molte cose mi appaiono sotto una luce nuova: era proprio la massa di persone a confondere il tutto, e se non fosse stato proprio per Doretta io, non avrei capito nulla.
Ricordo quel giorno come fosse adesso (e non credo che lo dimenticherò più tanto facilmente): era ora di chiusura, mancavano solo quindici minuti, e come sempre bisognava spingere i clienti alle casse. A quel punto si faceva il giro dei reparti per controllare se vi fossero ritardatari. Fu allora che vidi Doretta. Vagava lungo una corsia trascinandosi dietro il suo carrello.
-Scusi signora, ma stiamo chiudendo. Deve avvicinarsi alle casse.- Le dissi.
-Certo caro ragazzo… Solo un ultimo giro per trovare la carta igienica. Volevo quella profumata alla camomilla, è emolliente, ma non la trovo…-.
-Guardi, è subito dietro allo scaffale che ha di fronte.-
Con un'espressione di sorpresa, come se le avessi rivelato un incredibile mistero riservato solamente a pochi prescelti, si voltò verso lo scaffale, stupefatta della semplicità con cui avevo risolto uno dei problemi fondamentali della sua esistenza.
-Grazie caro, farò in un minuto. -
S'infilò dietro lo scaffale, fu l'ultima volta che la vidi.
Quindici minuti dopo avevo terminato il giro di controllo, e mi avvicinavo alle casse. Giovanni era all'entrata, si assicurava che nessun cliente dell'ultimo minuto avesse possibilità di entrare. Francesca era alla cassa a contare l'incasso.
-Doretta è uscita?- Chiesi.
Francesca mi guardò. -Veramente non l'ho vista oggi. - Chinò la testa e riprese a contare.
-Ma come? Sei sicura? Le ho anche indicato la carta…-
Giovanni venne alle casse, -neanche io l'ho vista uscire. -
Pensai allora che fosse rimasta nel negozio. Andai al reparto carta, naturalmente non c'era. L'unica cosa che trovai era quell'aria fresca che sembrava essersi stabilita tra quegli scaffali in modo stabile. Possibile che Doretta se ne fosse andata senza pagare? Non lo credevo possibile: era una rompiscatole, non una ladra.
Un pacco di carta camomilla era a terra, rotto; alcuni rotoli erano usciti dall'involucro e si erano sparsi a terra, sotto gli scaffali. Mi chinai a raccoglierli.
Per la prima volta notai che, dietro alla fila di pacchi impilati uno sopra l'altro, non c'era nulla, era vuoto. Avevo sempre creduto che dietro la prima fila di colonna ce ne fossero altre, ma mi ero sbagliato. O meglio: sugli scaffali, dietro alla prima fila ce n'era una seconda e una terza, fino al muro; ma non in quella sezione. Non a terra.
Spostai una delle colonne di pacchi, dietro c'era solo buio e fresco. Guardai meglio, ma non vidi nulla, a parte una forte penombra: la luce delle lampade non riusciva ad arrivare fino lì sotto.
-Cosa fai?-
Mi voltai di scatto, Daniele mi osservava, rigido, all'inizio della corsia. Mi alzai.
-Si è solo rotto un pacco di carta, raccoglievo i rotoli sotto lo scaffale.-
-Lascia stare, ci penso io!- Sembrava quasi infuriato. -Te l'ho detto che questo reparto è mia competenza, ci penso io.-.
-Si, ok, tranquillo; stavo solo tirando su la carta.-
-Vieni via, lascia stare tutto!-
Mi alzai e uscii dal reparto. Era stato brusco per i miei gusti, e anche troppo. Ho capito subito che c'era dell'altro dietro, e non mi riferisco solo allo spazio dietro la carta, ma al comportamento di Daniele in generale. E' stato questo ad aumentare la mia già cresciuta curiosità.
Questo mi ha spinto verso cose che adesso che so, non avrei mai voluto conoscere, cose che vorrei dimenticare, ma non riuscirò più a togliermi dalla mente il fatto che ho visto…
Quella sera decisi di rimanere. Dissi agli altri che andavo via, ma mi nascosi tra gli scaffali, e attesi.
Alle venti e venti circa spensero le luci, rimasero accese solo le lievi lampadine delle luci d'emergenza. Qualche minuto dopo sentii scattare la serratura. Ero chiuso dentro. Fortunatamente l'anti furto, che scatta solo se rileva il movimento negli ambienti, era attivo solo nel magazzino, essendo quello l'unico punto d'ingresso più sensibile del negozio. Nel negozio stesso la sicurezza era data dalle serrande di acciaio e dai vetri infrangibili.
Uscii dal mio nascondiglio.
Il negozio vuoto era irreale. Il silenzio era attutito solo dal ronzio dell'impianto elettrico. Le lunghe corsie vuote sfilavano con le loro offerte di prodotti per la casa, e solo in quel momento mi resi conto di quanto era forte l'odore del negozio, quel misto di plastica e sapone, un odore dolce tipico di quei locali. Un odore che anche adesso risento quando entro in un qualunque altro negozio. Un odore che ora associo alla paura, al terrore, che mi seguirà, mi spierà e mi sarà sempre vicino per tutta la mia vita. Un odore che ora associo alla putrefazione e alle fogne, ai canali sotterranei regno di marciume e morte.
In poco tempo i miei occhi si erano abituati alla penombra. Avevo con me una torcia elettrica, l'avevo presa dal reparto ferramenta. Non so perché, però non la volevo accendere, forse per il timore che qualcuno, passando dalla strada, potesse vedere i riverberi di luce…
Arrivai allo scaffale della carta igienica e mi chinai. Come sempre Daniele aveva fatto un ottimo lavoro: aveva rimesso tutto in ordine, e ora quella pila di pacchi di rotoli sembrava un muro invalicabile. Mi bastò spingere una di quelle colonne per rivelare l'illusione. Tolsi tutti i pacchi per potermi muovere meglio; lavoravo in ginocchio, mentre percepivo l'aria fredda che scivolava sul mio viso. Mi chinai per vedere meglio.
Oltre la penombra c'era il muro, ma vidi benissimo che era sfondato!
C'era un'apertura circolare di circa un metro, e da li usciva quell'aria fredda; potei sentire anche un odore nauseante provenire da quel foro.
La curiosità era enorme ormai, e fu lei a spingermi dentro quel foro. M'infilai sotto lo scaffale e strisciai dentro la cavità.
L'aria fresca, pregna di quell'odore, mi veniva in faccia, come se volesse darmi il suo beffardo benvenuto, con l'offerta di una nausea che lenta mi saliva allo stomaco.
Le pareti e il pavimento erano scivolosi, ma non umide. Direi levigate, come se fossero state ricoperte con cera. Più di una volta fui sul punto di scivolare, a stento riuscivo a frenare la caduta. Erosione era la parola che mi veniva di continuo alla mente, intanto che osservavo quelle pareti lisce; sembrava che qualcuno si fosse preso la briga di levigare quelle pareti per chissà quale scopo.
Comunque potevo vedere. C'era nel cunicolo una diffusa e lieve luminosità, un riverbero viola del quale non riuscivo a capirne la provenienza. Sembrava emanare dalle pareti.
Poi persi la presa e iniziai a scivolare. Il cunicolo terminò di colpo, facendomi cadere su un pavimento di pietra. Rimasi intontito per qualche istante, poi mi guardai attorno. L'apertura del cunicolo dal quale ero scivolato fuori si trovava a circa un metro dal pavimento. Vidi anche che oltre a quello ce ne erano molti altri di cunicoli.
Alzai lo sguardo, e non potei credere a quello che vedevo. Sicuramente ero sceso parecchio dal livello del terreno, ma non mi aspettavo di trovar, sotto il negozio, una caverna, una cattedrale di roccia, alta fino a contenere una palazzina di cinque piani. Era una grotta rotonda e vasta, illuminata da torce appese alle pareti, sulla cui sommità non ardeva un fuoco, ma s'irradiava quella luce violacea che offriva il suo riverbero all'ambiante. E ce ne volevano di quelle torce strane, per illuminare l'immensa volta che mi chiudeva in se, come prigioniero di quelle rocce, simile al ricordo del feto protetto dalla placenta, all'interno del suo utero caldo.
Al centro della caverna c'era quello che sembrava un altare sacrificale. Solo che la cosa da sacrificare non era sull'altare, ma sparsa nella caverna.
Ossa, ovunque. E tra le ossa, a coprire il pavimento nella sua totalità, corpi straziati e frammenti di arti, gambe e teste strappate via dai loro corpi. Un macello di esseri umani.
Alle pareti, come addobbi di una festa di compleanno, o di Halloween, festoni d'intestini e di stomaci ormai rinsecchiti, intrecciati tra loro come drappi funebri di un trionfo macabro e mortale.
Su tutto l'odore nauseabondo sconvolgeva il mio stomaco.
Dovevo farmi forza per trattenere i conati di vomito che mi salivano alla gola, rimasi a respirare per calmare i nervi. Tornai a fissare la caverna, inorridito da quello che vedevo, ma ancor più incuriosito. Che cosa poteva essere successo in quel luogo? Come poteva esistere un posto simile sotto il negozio? Capii subito che Daniele sapeva tutto, non c'era altra spiegazione. Ora collegavo tutto. Era lui che doveva occuparsi del reparto carta, e nascondeva o forse custodiva l'ingresso di quel luogo. Lui ci veniva giù? Ne ero convinto, anche se non capivo quando lo faceva. In negozio era sempre attivo, non c'erano momenti in cui spariva, anche perché ne era il responsabile. E la sera usciva con noi, era lui a chiudere. E' anche vero che nulla gli impediva di tornare dopo la chiusura.
Ora ero più calmo, anche se avevo i sensi allertati, iniziai a muovermi lentamente, stando bene attento a dove mettevo i piedi, anche se a volte calpestavo qualche frammento umano, e ogni volta che succedeva mi si stringeva lo stomaco. Arrivai a quella specie di altare, era di semplice pietra, un quadrato liscio, eroso dal tempo, dalla superficie scheggiata. Nel momento in cui sentii un rumore mi resi conto dell'assoluto silenzio che permeava la grotta. Era un suono umido e strascicato, come se avessero fatto cadere una busta di plastica con dell'acqua dentro.
Il rumore era venuto dai uno dei tanti cunicoli che foravano quelle pareti; non capivo da quale, ma avevo intuito la zona. Fui cauto a camminare verso quel luogo. Non volevo calpestare qualcuno di quei frammenti, anche se non sempre riuscivo a evitarlo, e allora il mio piede calcava qualche cosa di morbido, cedevole, come se camminassi su gommapiuma, e la sensazione mi faceva salire vertigini di disgusto allo stomaco.
Poco alla volta riuscii ad arrivare nel punto in cui mi sembrava fosse uscito il rumore, e fu lì che ascoltai un sommesso grattare. Ancora non riuscivo a trovare il cunicolo giusto, e quindi iniziai a spostarmi per trovarlo, lento e cauto. Lo trovai, era di fronte a me, un budello di circa un metro e mezzo di diametro, nero come un pozzo di petrolio, profondo come un lago oscuro.
Avvicinai la testa e rimasi in ascolto: era da lì che potevo sentire quel rumore, amplificato dal pozzo che faceva da cassa di risonanza. Capii che forse non era poi così profondo, saranno stati circa tre metri. Per fortuna avevo ancora la torcia elettrica nella tasca dei pantaloni. C'era sempre quel riverbero viola nella grotta, ma non poteva certo penetrare la profondità di quel foro.
Il rumore continuava sommesso, e anche se non sapevo cosa lo producesse ero comunque infastidito, anzi, nauseato al sentirlo. Non ero sicuro di voler illuminare quel buco, ma alla fine mi decisi e puntai la torcia dentro. Vorrei non averlo mai fatto…
Fu il mio olfatto, prima ancora degli occhi, a essere offeso da quello che si trovava in quella tana. All'inizio la luce non mi fece capire cosa stavo vedendo, dovetti rimanere un po' in contemplazione per riuscire a dare un significato alle forme viscide che si muovevano nell'anfratto. Poi lentamente iniziai a riordinare le idee, e a capire che quello che vedevo erano i resti di Doretta…
Le carni straziate, le ossa spezzate e screziate di rosso, e quei denti assurdi, irregolari, marci e taglienti come aghi, intenti a lacerare e masticare le carni, e in fine quell'occhio, un globo di lucido putridume, con la pupilla vitrea che scattava da un lato all'altro per osservare meglio la direzione del morso, cercando di non lasciare vie di fuga al minimo brandello di carne dal quale poteva tirar fuori il suo nutrimento. E a tratti la lingua saettava fuori da quell'orrendo orifizio che poteva essere la bocca, a lambire e prosciugare ogni traccia di sangue che cercava disperatamente di fuggire fuori da quel relitto corporale.
Ero fermo e guardavo quello spettacolo, e mi sono reso conto più tardi che sul momento ero indeciso se credere a quello che vedevo. Poi quell'occhio cieco scattò verso di me e rimase fisso. Ho sentito una vertigine salirmi su per lo stomaco, è stato come un comando interno: ho lasciato cadere la torcia, mi sono voltato e sono corso al foro dal quale ero arrivato. Cercai di issarmi su, ma quella roccia scivolosa era una barriera insormontabile per le mie mani sudate: cercavo di issarmi sulla roccia, ma era inutile. Poi il panico dilagò nel mio cervello nel momento in cui sentii dietro di me quel rumore liquido, come di un sacco di anguille morte che cade a terra. Mi voltai e vidi la cosa che era scivolata fuori della sua tana. Era disgustosa. Un verme è l'unica cosa che mi venne alla mente, che con movimenti spasmodici e convulsi riusciva a strisciare a terra verso di me. La lingua, lunga e vischiosa, saettava fuori a sondare il terreno intorno, riuscendo a trovare la pista che lo portava a me. Con frenesia ripresi ad artigliare il pavimento del foro di discesa, ma non serviva a nulla, scivolavo senza poter fare altro, e lui si avvicinava. Mi china di scatto, presi della terra a piene mani e me la sfregai sui palmi, puntai le mani all'interno del foro e m'issai su. Questa volta andò bene. La terra fece attrito con la liscia superficie, e d io potei issarmi su per il foro. Non che in questo modo fu più facile. Dovetti faticare molto a non scivolare di nuovo indietro, ma la terra che mi rimaneva sulle mani sembrava funzionare, e cercavo di usare ogni parte di me pur di andare avanti: le mani, le unghie che cercavo di far penetrare nella roccia levigata, le punte dei piedi che urtavo con forza sperando di creare un minimo di scalfittura pur di avanzare in quel budello. Ma non finiva mai, non vedevo l'uscita. O ero troppo lento io o era il budello a essere troppo lungo. E poi quell'essere cosa stava facendo? Dubitavo che fosse nella sua grotta a leccarsi i resti di Doretta. Sicuro come il buio che si era lanciato alla mia ricerca, o forse era meglio dire caccia.
Ansimavo nel terrore di sentire, a ogni istante, quella lingua schifosa e viscida arrotolarsi attorno alla mia caviglia. Sono sicuro che se fosse successo mi sarei lasciato andare, non mi sarebbe più importato nulla della vita e mi sarei consegnato a quei denti, incapace di reggere un confronto con quell'orrore. Ma continuavo ad avanzare, e quando sentii sotto le mani il ruvido pavimento del negozio ebbi un colpo al cuore. Sentii chiaramente le lacrime di gioia salirmi agli occhi. Non feci in tempo ad alzarmi, un colpo alla schiena mi fece crollare al pavimento. Al mio fianco, in piedi, stava Daniele.
-Me lo ero immaginato che ti saresti impicciato… Troppe domande, troppa curiosità…-
Mi disse. Era chiaramente pazzo, gli occhi erano spalancati, ma anche nella penombra delle luci d'emergenza potevo vedere le sue pupille strette. Le scosse di dolore alla schiena mi arrivavano al cervello, ma non potevo permettermi il lusso di rimanere fermo. Lui mi guardava come se avesse avuto un cane rabbioso ai suoi piedi.
- Adesso mi basta solo aspettare che lui ti mangi, e tutto tornerà come prima. -
Era pazzo, totalmente fuori di testa. Non volevo mollare proprio ora, non dopo tutta la fatica e il terrore che avevo provato. Fu la rabbia a spingere le mie azioni. Lo afferrai per i piedi con entrambe le mani e tirai forte, lui non se lo aspettava. Cadde contro lo scaffale, e fu un turbinare di pacchi di carta igienica e cellophan.
Da quel momento in poi accadde tutto velocemente, o almeno a me sembrò così. Mi alzai da terra e iniziai a trascinarmi lungo la corsia, mentre sentivo dietro di me i lamenti di Daniele. Non credevo di avergli fatto tanto male, mi fermai e mi voltai.
Il verme era uscito dalla sua tana, e adesso era di fronte a Daniele. Lui lo stava supplicando.
-Ti prego, ti ho nutrito, avevamo stabilito i patti. Non ti ho tradito, è stato lui a volerti cercare…-.
Poi iniziarono le grida, mentre la lingua dell'essere scivolava fuori da quella bocca schifosa, e risaliva simile a una serpe impazzita, lungo la gamba di Daniele, oltre la vita, sullo stomaco. Una volta giunta al collo si arrotolò intorno a questo e scivolò nella bocca aperta dall'urlo. Daniele fu trascinato dalla lingua verso quella bocca, finché la sua testa scomparve tra quei denti simili a lamette. In quel momento le urla cessarono, ma non i movimenti scomposti del corpo del ragazzo, ormai scosso dall'isteria. In mezzo a quei rotoli di carta si stava consumando il banchetto. La decisione apparve alla mia mente in quell'istante: corsi alle casse, e presi un accendino. Andai al reparto saponi e portai via tre bottiglie di alcool. Tornai dal verme che ancora divorava quello che restava di Daniele: era ormai arrivato a rosicchiare il ventre del ragazzo, strizzandone fuori gli organi interni, i vestiti erano ormai laceri, e la cosa più disgustosa, quello che non potrò più dimenticare, fu la visione degli intestini del ragazzo che scivolavano guizzanti fuori dal suo ano. Ero sull'orlo della nausea. Non volevo vedere più. Fui veloce a togliere i tappi delle tre bottiglie. Gettai l'alcool a terra e sulla carta. L'occhio del verme scattò verso di me. Lasciò la presa su Daniele, e subito quello che rimaneva delle interiora del ragazzo, dalla vita in giù, si allargò sul pavimento. In mezzo a quello scempio il corpo del verme si mosse dalla mia parte, e cominciò a venire da me con i suoi movimenti sincopati. Ma ormai avevo acceso l'accendino. Lo gettai verso di lui e corsi via. Sentii solamente un rumore ovattato, un colpo lieve. Avevo capito che la fiammella dell'accendino aveva incontrato l'alcool. Una vampata di calore arrivò alla mia nuca mentre correvo. La porta secondaria, quella del magazzino, era chiusa, male chiavi erano infilate nella toppa. Daniele doveva averle lasciate lì quando era tornato. Girai la chiave per aprire, e mi voltai verso il verme. Lui era lì folle di dolore mentre le fiamme alte lo avvolgevano. L'intera corsia era un corridoio di fuoco, e le fiamme si sarebbero presto allargate a tutto il locale: al reparto cartoleria, pieno di quaderni e albi, il reparto plastica, con le posate, i piatti, le stoviglie; quello del legno, con le cornici, gli scaffali per la cucina, tutto quel legno… E c'erano molte altre bottiglie di alcool al reparto saponi…
Iniziava a fare troppo caldo, e le urla dell'essere erano ormai troppo alte per le orecchie di un uomo. Uscii dal magazzino e mi chiusi la porta alle spalle.
Non chiamai i pompieri, non chiamai nessuno. Fuori la luna era alta, ma non piena. Mi misi a osservare il negozio. Da sotto le serrande abbassate iniziava a salire un filo di fumo. Presto sarebbe scoppiato l'allarme e sarebbero venuti a spengere il fuoco, ma c'era ancora tempo, ed io volevo che lì dentro tutto bruciasse per bene…

Sono passati due mesi, e non ero più tornato in quel luogo. Non volevo tornarci. Ma alla fine l'ho fatto, è stato più forte di me. Dovevo sapere, ma sarebbe stato meglio rimanere ignorante…
Un altro negozio ha occupato il posto dei casalinghi. Ora so che non tornerò più a controllare quel luogo, ho paura di quello che so, di quello che ho visto. Ho distrutto quell'essere, forse. Ma la caverna era ampia. C'erano molti fori come quello in cui viveva quel verme; e se ce ne fossero altri come lui, se non fosse stato solo…
C'è un nuovo negozio in quel luogo adesso, ed ho saputo che va bene, molto bene.
Dicono che hanno carne di prima scelta.
Perché adesso al posto del casalinghi c'è una macelleria…