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Grigio,
il cielo era tutto grigio, come il suo umore del resto. Infilò
il motorino nel parcheggio semi deserto, gli bastò un colpo d'occhio
per capire che la biblioteca doveva essere deserta: c'erano soltanto cinque
macchine nell'ampio parcheggio.
Certo, a quell'ora dovevano essere tutti a casa, a pranzare, come la gente
normale fa' di solito. Il rito di mezzogiorno.
"Già", pensò, "la gente normale..."
Mise la catena al motorino. "La gente normale non litiga con la famiglia
25 ore al giorno!" Si accese una sigaretta, aspirò profondamente
la prima boccata. Così anche quel giorno Andrea aveva pranzato
al bar vicino alla biblioteca, che si trovava in uno spiazzale, in fondo
alla via di casa sua.
Ed ora si trovava lì, finalmente.
Aveva mangiato diverse volte in quel bar, ma non era mai entrato in quel
tempio del sapere, eppure a lui piaceva leggere. In camera sua aveva una
libreria, che praticamente faceva da seconda parete, stracolma di libri.
Tutte edizioni economiche, per due motivi: primo, costavano poco; secondo,
avendo la copertina leggera occupavano meno spazio. Era tutta una questione
di risparmio, e, a casa sua, quella era la parola d'ordine! Ed era proprio
quell'imperativo la causa delle liti.
I soldi, sempre i soldi.
Suo padre e sua madre, con la pensione che percepivano, mandavano avanti
la baracca, e lo mantenevano. A ventotto anni, capelli biondo tinti (in
origine erano castani), look moderno ed arte nelle vene, non aveva ancora
trovato un posto fisso, e si barcamenava tra cento lavoretti. Poteva spesarsi,
forse anche dare qualche soldo a casa, ma non poteva certo permettersi
di vivere solo.
Ed ecco le liti
Anche due o tre volte al giorno, liti in cui lui era sempre la causa della
loro disgrazia, della loro povertà, lui e la sua incapacità
di pensare a loro. Cosa avrebbe fatto in futuro? Quali scelte per la sua
vita? Come sarebbe finita una nullità come lui? Era colpa sua se
loro si trovavano in quelle condizioni!
E puntuale alle liti seguiva la fuga: fisica, fuori di casa negli orari
più strani; o mentale, dentro i suoi libri. Naturale conseguenza
di tutto ciò erano le scarse amicizie che frequentava, soprattutto
la sera, dopo cena ( ammesso che ci fosse stata una cena)!
Un tuono, lontano.
Il temporale si stava avvicinando. Avrebbe fatto bene a sbrigarsi ad entrare
nell'edificio, se non voleva prendersi un carico d'acqua; odiava i vestiti
bagnati a contatto con la pelle. Corse verso l'ingresso, ma si fermò
di fronte all'edificio.
Era enorme. Un gigantesco parallelepipedo di cemento che quasi si confondeva
con il grigio del cielo. Era costellato di larghe ed alte finestre ad
intervalli regolari, opprimente nella sua vastità!
Sembrava che volesse travolgere Andrea, con tutto il sapere contenuto
nel suo interno, e sarebbe stata una valanga di proporzioni bibliche.
Quello era un posto serio, lì non si scherzava. Quello era il centro
del progresso della mente, e non erano ammessi perditempo. Non era concesso
nulla alla frivolezza, lì si faceva sul serio. Gettò a terra
la sigaretta fumata per metà, e la spense col tacco.
Decise di entrare.
Superò la pesante porta di legno con vetrate dell'ingresso, udì
i cristalli tintinnare alle sue spalle, mentre il meccanismo a molla richiudeva
l'anta.
Si trovava ora in un grande atrio, ma rimase interdetto da ciò
che vide, l'idea che si era fatto della biblioteca fu spazzata via in
un attimo: dall'esterno si poteva ammirare uno splendido esempio di "brutto
edilizio", mostro metropolitano di fine secolo; mentre all'interno
si veniva violentemente sbalzati in piena fine 1700.
L'alto soffitto a volta si chiudeva su di lui ad un'altezza di circa dieci
metri: gli sembrava di trovarsi in un monastero. Ai lati c'erano dei divani
di legno, con gli schienali pesantemente intarsiati; i divani erano poggiati
alle pareti.
Nella sua mente poteva vedere chiaramente un conclave di monaci incappucciati,
riuniti lì, seduti su quei "troni" a discutere; a decidere
chi avrebbero potuto bruciare sul rogo, per quel pomeriggio.
"La giuria elegge vincitore l'eretico Tal de' Tali".
Sorrise al pensiero di Tal de' Tali mentre, trionfante, veniva condotto
sul podio.
Una vittoria bruciante!
Continuò la sua ispezione.
Lampade in vetro lavorato, affisse ai muri, emanavano una luce calda,
non riuscendo, però, ad illuminare le alte volte.
Andrea si guardava attorno roteando gli occhi da una parte all'altra.
"Com'è grande...", pensò a bocca aperta. Si sentiva
come un bambino di sette anni che entra, per la prima volta, nel tendone
di un circo a tre piste.
In fondo all'atrio c'era un bancone di legno di mogano; affisso al muro
dietro al banco, un cartello recitava lo scopo del mobile: INFORMAZIONI.
Un altro cartello, sotto il primo, ricordava che era: VIETATO FUMARE NEI
LOCALI DELLA BIBLIOTECA. Ovvio. Si toccò istintivamente la tasca
dove teneva le sigarette e l'accendino. Si avvicinò al banco, i
suoi passi echeggiavano nell'atrio silenzioso, andandosi a disperdere
tra le volte del soffitto. Un grande quadro era appeso sulla parete di
sinistra: un grande bosco nelle prime ore del mattino, o del tramonto.
Si fermò ad osservare il dipinto.
Guardarlo gli apriva la mente; si sentiva come se avesse potuto passeggiare
in quel bosco. Era una sensazione rinfrescante, gli sembrava quasi di
poter sentire l'odore dell'erba umida, il profumo della resina di quei
pini, ed anche qualcos'altro, qualche cosa nascosto dall'erba e dalla
resina, qualche cosa di sgradevole, ma non riuscì a capire cosa,
perché passò subito, e l'odore dei pini allagò di
nuovo la sua mente. Bello e fresco, non era più nella biblioteca,
ora stava facendo una passeggiata nel bosco, lontano da tutto, dalla famiglia,
dai soldi, dal mondo, dal...
-Buon giorno!-
"Un monaco!!!", urlò nella sua mente, mentre si voltava,
col cuore in gola, per vedere chi lo aveva di nuovo scaraventato nella
realtà, nell'atrio poco illuminato della biblioteca.
Rimase qualche istante a guardare chi gli stava di fronte, il cuore gli
trottava ancora nel petto. Davanti a lui non c'era un monaco, ma un'anziana
signora dal volto severo. La faccia della donna era velata da ragnatele
di rughe, il naso aquilino le arrivava quasi fino al labbro superiore,
gli occhi erano due strette fessure orizzontali nelle quali erano incastonate
iridi celesti, quasi di ghiaccio.
Sembravano lanciare lampi che avrebbero potuto paralizzare chiunque si
fosse trovato a tiro. I capelli bianchi erano raccolti ed arrotolati dietro
la nuca, nella più classica pettinatura per signora anziana oltre
i settanta. Per concludere, con un tocco di originalità, era completamente
vestita di nero: golfino, scialle, gonna, tutto nero. Andrea non poteva
vedere dietro il banco, ma era sicuro che indossava calze e scarpe intonate
al vestito, e cioè nere.
"Non è un monaco", pensò, ora che la vedeva, "è
una strega!"
-Posso esserle utile?- gli domandò la donna, aveva una vocetta
acuta, penetrante, come i suoi occhi di ghiaccio.
-E' la prima volta che vengo, e non...- non sapeva cosa dire, perché
si trovava lì?
-Allora guardi,- lo interruppe lei, senza dargli il tempo di continuare,
-deve compilare questo modulo per poter entrare come visitatore, poi dovrà
riempire la scheda per il prestito ed il consulto dell'opera che intende
scegliere. Dovrà recarsi agli schedari, e lì potrà...-
Era un fiume di parole, un torrente in piena che scorreva sicuro in un
letto formatosi con il tempo, e con l'abitudine di ripetere quelle parole
ad ogni nuovo venuto che si presentava a quella porta.
Improvviso tornò l'odore.
Scivolò nelle narici di Andrea, e di nuovo provò quella
sensazione sgradevole, come l'aveva provata di fronte al quadro. Ma ancora
non riusciva a capire che odore fosse. Possibile che quel quadro lo aveva
influenzato tanto? Eppure non soffriva della sindrome di Stendhal, non
provava ansia quando si trovava di fronte ad un'opera d'arte fortemente
suggestiva. Lo sapeva perché a Parigi, sotto le volte maestose
di Notre Dame, aveva provato stupore, meraviglia, ma nulla che si potesse
neanche paragonare a svenimenti o nausee, neanche uno starnuto...
Ed ora era possibile che un semplice quadro, per quanto grande e ben fatto,
potesse addirittura procurargli allucinazioni olfattive?
Ma no, sicuramente si sbagliava, quell'odore non era dovuto al cattivo
funzionamento del suo naso, quell'odore era vero.
Ma cos'era?
- ...e compilato il talloncino, lo restituisce a me.- Terminò la
donna, poi rimase a fissarlo.
-Mi ha capito?- Gli domandò. La mente di Andrea tornò velocemente
nel suo corpo. La donna non si era accorta minimamente del breve viaggio
che Andrea aveva fatto per qualche istante, ma ora era di nuovo lì,
davanti a lei, anima e corpo.
-Si, certo,- le rispose.
-Bene, ecco cominci a compilare il modulo.- Gli porse un modulo prestampato.
Andrea cominciò a scrivere i suoi dati; quando ebbe finito consegnò
il modulo alla donna, lei lo prese e lo infilò nello schedario.
"Ecco, sono schedato!" Pensò Andrea. "Ora non potrò
più sfuggirle, mi troverà ovunque andrò..."
-E con questo ora lei fa parte della nostra famiglia!- Gli tese una mano
ossuta ( l'orlo del polsino del golf era merlettato) in segno di saluto,
Andrea contraccambiò porgendole la sua. Si stupì nel constatare
quanto energica fu la stretta della donna.
"Spero non le se siano spezzate le falangi," pensò mentre,
automaticamente, si ripuliva la mano lungo il fianco dei pantaloni, senza
farsi vedere da lei.
-Io mi chiamo Claretta Tilde, e sono la bibliotecaria. Per qualunque cosa
si rivolga pure a me, sarò lieta di aiutarla.- Gli offrì
un sorriso di denti larghi, particolarmente nauseante; Andrea contraccambiò,
facendo finta di nulla: quella donna cominciava a dargli fastidio.
-Ora venga, la accompagno agli schedari.-
Tilde uscì da dietro il banco, facendogli cenno di seguirla. Quando
lei gli diede le spalle Andrea le controllò le gambe: portava calze
e scarpe nere! Aveva indovinato.
La seguì in uno stanzino, una specie di vestibolo, dove la luce
era ancora più bassa; alla parete opposta da dove erano entrati,
c'era un'altra porta ad arco, con una pesante tenda rossa chiusa. Sopra
l'arco un cartello di metallo dorato recitava, anzi, ordinava: SILENZIO!
-Prego.- Disse Tilde spostando la tenda con un gesto plateale.
Vi fu luce nel vestibolo. Andrea superò anche quella porta.
E fu nella biblioteca.
Se pensava che l'atrio era grande allora adesso si sentiva perso...
Era, praticamente, dentro una cattedrale. Sentì una vertigine al
cuore, come quando iniziava la discesa più ripida sulle montagne
russe. Gli sgorgarono lacrime agli occhi.
"Non ci posso credere," pensò, "non è possibile,
non può esistere un luogo così, non può essere vera..."
Il soffitto a volta era a quaranta metri sopra di lui, alla base degli
archi grossi cornicioni correvano lungo tutto il perimetro dell'edificio.
Era un ambiente rettangolare; in fondo, a circa novanta metri da lui,
c'era un incrocio a T con altre due sale, a destra ed a sinistra, e da
quelle chissà cosa poteva raggiungere: altre sale, altri corridoi,
fino ai più profondi recessi della terra, od alle più elevate
sfere celesti.
Disseminati nella ciclopica sala, in cinque file ordinate, una cinquantina
di tavolini da lettura gli ricordavano una fila di formiche, in una stanza
normale; le proporzioni erano quelle, su per giù. Ed alle pareti,
intervallati da enormi finestroni, c'erano gli scaffali, le librerie,
altissime. Altri chilometri di librerie si srotolavano nella sala, alte
come quelle alle pareti, e collegate tra di loro da una ragnatela di soppalchi,
scale e passerelle. Si aspettava di vedere scendere dal soffitto, da un
momento all'altro, un enorme ragno di legno, intento a tessere nuovi soppalchi
e nuove scale, nell'attesa che un incauto si perdesse in quella rete.
E c'era da aspettarsi che qualcuno si potesse perdere in quel dedalo marrone,
era un'ipotesi da considerare.
Nelle librerie poté vedere distintamente i libri, tutti rilegati
in pelle, ordinatamente disposti sugli scaffali. Miliardi di libri, era
possibile che ne fossero stati scritti tanti?
Gli scaffali, in realtà, formavano un vero e proprio labirinto
di corridoi, con svolte, incroci e strade senza uscita. Notò, a
tal proposito, i cartellini con la freccia indicante l'USCITA che erano
stati fissati ai bordi, o di destra o di sinistra, delle librerie.
Gli scaffali non arrivavano al soffitto, ma erano comunque alti, circa
una ventina di metri. Di tanto in tanto ponticelli in legno univano uno
scaffale a quello che gli si trovava di fronte, ad una distanza di circa
dieci metri.
Quelle passerelle aumentavano in lui quell'idea di ragnatela, di trappola
incombente, pronta a scattare, a chiudersi sull'incauto, su di lui.
Non meno inquietanti erano gli enormi lampadari in ferro battuto, dalle
inusuali decorazioni a rami d'albero, che scendevano, appesi a potenti
catene, dal centro delle volte.
"Sono loro i ragni tessitori?" si chiese, poi avvertì
il fresco scorrere di una corrente dietro la sua nuca. Era un posto troppo
grande per poter contenere aria calda, od almeno tiepida. "Per fortuna
che non siamo in inverno!" Si immaginò branchi di pinguini
intenti a cercare libri sui soppalchi: "Il grande freddo", "Via
col vento", o "Zanna Bianca".
Di una cosa era però sicuro, non sapeva cosa leggere!
Era entrato in quel tempio dell'intelletto per curiosità, ed ora
non aveva idea di cosa dire a quella donna.
"Be', mi butterò sull'orrore..."Si voltò verso
Tilde, lei lo osservava con un enorme sorriso a labbra serrate. "La
versione femminile del Joker, chissà se c'è anche Batman
da qualche parte."
-Allora, in cosa la posso aiutare?- gli chiese Tilde. -Come può
vedere siamo molto forniti, qui può trovare TUTTO!-
Quel TUTTO suonò alle orecchie di Andrea come una sinistra minaccia:
attento a cosa chiedi moccioso, potresti essere accontentato! Andrea esitò
un istante, guardò di nuovo quegli scaffali, poi le rispose deciso.
-Cerco libri del terrore.- Sentì che la voce gli tremava lievemente.
-Ah! Bene, ottima scelta!- esclamò Tilde mentre, voltandosi, iniziò
ad avanzare tra gli scaffali, verso il centro della stanza. -Prego, da
questa parte.-
Andrea la seguiva, il solo rumore che si sentiva era quello, sommesso,
dei loro passi: quell'eco ovattato lo fece sentire desolatamente solo,
in mezzo a quella immensità.
Passato uno scaffale, come un'apparizione, vide un altro ragazzo seduto
ad un tavolo, intento alla lettura di un grosso tomo. Il ragazzo distolse
la sua attenzione dal testo e la posò su Andrea. Lo fissò
negli occhi, ed Andrea lesse il terrore nelle pupille del ragazzo; vide
che stava sudando.
Come se avesse percepito qualche cosa, Tilde si voltò verso il
ragazzo al tavolo, lui tornò immediatamente a posare lo sguardo
sul libro: era come se fosse stato colto in flagrante, nel pieno di una
pratica sessuale proibita.
La bibliotecaria riprese il suo cammino, Andrea la seguiva in silenzio.
Gli scaffali scorrevano ai loro lati. Andrea guardò i libri riposti
dietro le enormi ante di vetro.
"Mi stanno osservando," pensò, "mi spiano, controllano
ogni mia mossa, e poi lo vanno a dire a lei."
"Ma cosa sto pensando?" si domandò.
("Non è una biblioteca, è un monastero!")
Che cosa? Quel pensiero gli aveva attraversato la mente come una meteora.
Non era frutto del suo cervello intimorito, era come se qualcuno ce lo
avesse infilato dentro a calci.
Un monastero!
Urtò Tilde alla schiena: lei si era fermata, e lui non se ne era
accorto.
-Scusi...- le disse a mezza voce, lei lo fulminò con gli occhi
di ghiaccio, poi, repentino, tornò il sorriso del Joker. Erano
fermi davanti ad uno scaffale.
-Ecco la sezione che cercava...- si voltò di fronte allo scaffale,
infilò la chiave nella serratura e, platealmente, spalancò
le ante.
-Qui si trova tutto l'orrore del mondo!-
L'odore, forte, penetrante e disgustoso, si riversò fuori dallo
scaffale, uncinando le narici di Andrea. Si portò una mano al naso
per sottrarsi a quell'odore. Sentì un brivido alla schiena: quell'odore
proveniva dai libri!
Per anni, secoli, si era infiltrato in ogni angolo di quell'edificio,
prendendone possesso fin nelle fondamenta. Quell'odore che proveniva dalle
copertine di pelle dei libri, quell'odore simile a... cosa? Ancora non
riusciva ad identificarlo, ancora... Doveva pensarci, lo sapeva che avrebbe
ricordato, bastava solo aspettare, era una questione di tempo, e la causa
di quell'odore gli sarebbe tornata alla mente. Per adesso era meglio scegliere
un libro. Non sapeva perché, ma non voleva far irritare la vecchia.
Passò in rassegna i libri: erano divisi per autore. Alla fine scelse
"Stagioni diverse" di Stephen King.
Le parole scorrevano, il tempo passava. Ai vetri delle finestre il triste
ticchettio delle gocce di pioggia, come formiche che cercano testardamente
di farsi strada attraverso un blocco di marmo. Andrea era arrivato quasi
a metà del libro, non era stanco della lettura, era come una droga:
non ne aveva mai abbastanza, doveva sapere cosa c'era scritto alla pagina
seguente, era la cosa più importante in quel momento. Era come
se la verità di una vita fosse nascosta tra le righe di quel libro,
dentro quella biblioteca.
Alzò lo sguardo dal libro, si voltò, il tavolo dietro di
lui, al quale era seduto il ragazzo che aveva visto prima, era vuoto.
Cercò con lo sguardo il ragazzo, ma la stanza, il salone, era vuoto.
Lontano dei rumori.
"Sono solo..." Ed un lieve tocco di disperazione sfiorò
la sua schiena, raggelandolo.
"Sono rimasto solo dentro
(il monastero)
la biblioteca... Troppo grande, da fuori non era così enorme; c'è
qualche cosa che non va'"
Ancora rumori, colpi, gemiti. Andrea si alzò dal tavolo, una corrente
d'aria fredda lo colpì al volto come una lama. Chiuse il libro,
e fu come se si fosse interrotto un incantesimo, sentì la sua mente
alleggerirsi appena la copertina fu chiusa. Scrutò di nuovo l'orizzonte,
ma del ragazzo nessuna traccia. Gli echi dei colpi giungevano ovattati
alle sue orecchie. Cercò di trovarne la provenienza, facendosi
strada tra i corridoi di scaffali. Il rumore di quei colpi irregolari
era il suo filo d'Arianna. Arrivò in fondo ad un corridoio e svoltò
a destra, continuò a camminare, i colpi erano sempre più
forti, più precisi, ed i gemiti che sentiva gli facevano stringere
il cuore: era il suono dell'agonia, del dolore!
Ancora un corridoio, ed una luce in fondo, i colpi, i gemiti strozzati,
e la voce stridula della vecchia che ciarlava.
Quasi alla fine del corridoio rallentò, non voleva farsi vedere,
voleva restare nascosto a Tilde. Si fermò alla fine di uno scaffale,
e si affacciò, quel tanto che gli bastò per vedere. E fu
comunque troppo!
C'era una porta aperta, una porta normale, con una targhetta incollata
sopra con su scritto WC; oltre la porta il bagno, il lavandino sulla destra,
e la tazza sulla sinistra, e Claretta tra i due: il ragazzo era in ginocchio
davanti a lei, di fronte alla tazza, Claretta era in piedi alle sue spalle,
gli teneva una mano sulla testa, ed urlava.
-Ecco il bagno! Sei contento ora???? Sei felice che lo hai trovatoooooooo??????-
Con la mano spinse la testa del ragazzo dentro la tazza, il mento di lui
urtò contro la porcellana, un dente schizzò in fondo alla
tazza, nell'acqua. Claretta rialzò la testa del ragazzo, il mento
sporco del sangue che gli colava dalle gengive martoriate. Tilde riabbassò
la testa sulla porcellana, il naso colpì il bianco bordo e si spaccò,
lasciò una striscia rossa sulla tazza. Claretta mise la testa del
ragazzo nella tazza, il collo sul bordo lucente, poi abbassò l'anello
di legno ed il coperchio della tazza, e ci si sedette sopra, il ragazzo
gemette.
-Ecco, sei contento del tuo bagno? E' più importante di un libro
vero! Lo desideravi tanto, me lo hai chiesto tre volte, ed eccoti il tuo
bagno!!!!!!-
E cominciò a saltare, seduta, sul coperchio abbassato. Ed il ragazzo
agonizzava sotto di lei, sbattendo le mani contro la base della tazza,
sperando, inutilmente, di potersi salvare.
Andrea si costrinse a non urlare, si portò la mano alla bocca per
impedire alla voce di uscire: era in balia di una pazza!
Strisce cremisi colarono lungo la parete esterna della tazza; il rosso
si raccoglieva a terra, intorno alle ginocchia del ragazzo, mentre lui
si muoveva spasmodico. E su tutto le stridule risa di Tilde, echeggiavano
come gli urli di un rapace impazzito.
Il ragazzo smise di muoversi. Tilde si alzò in piedi, sollevò
il coperchio della tazza: il collo frantumato del ragazzo lasciava che
la sua testa pendesse mollemente dentro la tazza; sul fondo, nell'acqua
rossa di sangue, stavano sparpagliati frammenti di denti spezzati.
Andrea si ritrasse, la schiena contro la libreria, una mano sulla bocca:
doveva uscire da quel posto! Doveva essere silenzioso, o quella donna
lo avrebbe sentito; ma doveva anche fare in fretta. Cauto e preciso, come
un gatto a caccia del topo. Il fatto, però, era che lui si sentiva
più il topo che il gatto...
Piano, lentamente, cominciò a camminare sulle punte, verso l'uscita.
Non sapeva se sarebbe stato facile trovarla in quel labirinto, ma non
voleva certo restare lì, ad aspettare i cordiali servizi di Claretta
Tilde, la bibliotecaria folle!
Una porta si chiuse alle sue spalle, forse quella del bagno; si fermò
un istante per cercare di capire se lei stava andando nella sua direzione.
Non sentì nulla, via libera.
Poi lo squillo.
Forte e nitido.
Il suo cellulare.
La fronte gli si ricoprì di sudore in un attimo, come se gli avessero
gettato una secchiata d'acqua in faccia. E lo squillo continuava. Ed ecco
la voce.
-Chi è! Chi osa violare il perfetto silenzio della biblioteca?!-
la voce di Tilde era acuta, tagliente come la pagina di un libro, ed echeggiò
in tutta la costruzione: adesso era uno stormo di rapaci impazziti.
"Adesso mi uccide," pensò Andrea, "ora mi trova
e mi ficca nella tazza, poi tira lo scarico ed io muoio affogato."
Sentì i passi isterici della donna avvicinarsi a lui, ed Andrea
corse, non gli importava dove, gli bastava allontanarsi da lei, cercare
una via di fuga, una qualunque.
Vide l'ombra di Tilde dietro ad uno degli scaffali, e svoltò subito
nella parte opposta. E vide una porta.
Era chiusa. L'odore aggredì le sue narici, più forte e potente
che mai. Un conato di vomito gli salì alla gola: quell'odore, che
cos'era. Era sicuro di averlo già sentito, ma dove? Il nodo della
sua memoria si stava per sciogliere, sapeva che ci sarebbe voluto ancora
poco per ricordare, ma non aveva tempo. Di nuovo i passi erano dietro
di lui; non sapeva dove andare, solo quella porta gli offriva una possibilità
di fuga.
Prese la maniglia, e la girò. La porta si aprì.
Come degli uncini quell'odore, quel tanfo immondo gli strappò il
naso, e ricordò, la memoria gli invase il cervello come un fiume
in piena, e l'odore di macelleria gli affogò la testa.
I cadaveri erano impilati tutti contro una parete, tutti scuoiati. La
loro pelle era stesa ad essiccare su corde che attraversavano la stanza
da una parte all'altra. Su un tavolo stavano ordinate le pelli già
secche, pronte per essere conciate.
Per diventare copertine di libri.
La consapevolezza dell'orrore illuminò i suoi pensieri: tutti quei
libri, miliardi di libri, tutti rilegati in pelle umana! E Tilde aveva
fatto tutto da sola, chiusa nella sua operosa follia, con cura, con amore,
per offrire ai suoi tesori di carta la prova di una devozione senza limiti.
E per anni, decenni forse, si era dedicata a quel massacro, senza tregua,
con una cura meticolosa, come una madre che protegge i suoi bambini, e
sacrifica tutto per loro.
Non c'era tempo da perdere, doveva scappare al più presto, aveva
visto Tilde uccidere quel ragazzo, e aveva capito che quella donna doveva
avere una forza fuori dal comune.
Un'ombra dietro di lui, Tilde stava arrivando.
-Dove sei? Lo sai che in biblioteca non sono ammessi rumori, DI NESSUN
TIPO!!!!!! Ma non temere, te lo farò capire io, UNA VOLTA PER TUTTE!-
Andrea uscì dalla stanza un istante prima che lei lo potesse vedere
solcare la soglia, e corse via, verso l'uscita. Cercò di ricordare
la direzione da cui Tilde lo aveva condotto nella sala, seguendo le indicazioni
dei cartellini affissi agli scaffali.
Giunse alla tenda, la scostò: un muro gli sbarrò il cammino.
"Non è possibile, sono stato murato qui dentro...", posò
le mani sul muro, graffiò i mattoni con le unghie, come a voler
essere sicuro che non si trattasse di uno scherzo. Le unghie si scheggiarono
contro i mattoni.
Si inginocchiò a terra, e sentì suo padre deriderlo nella
sua mente.
"Che figlio idiota, buono a nulla. Non sei neanche capace di salvare
la tua inutile vita. Meriti di morire in trappola come un topo!"
"No, io non morirò!"
Si alzò in piedi, la rabbia dentro di lui, si guardò attorno:
la finestra era davanti a lui, all'altro capo della sala.
Corse ad una scala che portava ad una delle passerelle, salì, ed
inizio a percorrerla, fino a giungere alla finestra.
"Oltre quel vetro c'è la salvezza. Lo romperò e sarò
fuori."
Percorse gli ultimi metri con passo spedito.
Si fermò davanti al finestrone.
Il cielo era oscurato dalle nubi, un vento folle spazzava l'arido terreno
della collina. Intorno solo desolazione, un albero scheletrico agitava
i suoi morti rami al vento, come a voler graffiare il cielo. E da quella
finestra poté contemplare la vastità del Monastero!
La finestra si trovava al secondo piano di un muro; sul lato destro poteva
vedere una grande torre circolare, mentre sul lato sinistro il muro piegava
in avanti, e proseguiva per centinaia di metri. Sopra quel muro c'erano,
svettanti, alte torri merlate, ciclopiche nella loro vastità. La
collina era circondata da una desolante vegetazione, un'arida foresta
che si allargava a vista d'occhio, fino all'orizzonte.
La città era sparita.
Rimase a fissare quel panorama. Poi lanciò l'urlo, disperato, con
tutto il fiato che aveva in corpo, i polmoni svuotati come sacchi di plastica
sotto vuoto.
L'urlo corse per il salone, amplificato dalle volte del soffitto, scivolando
tra gli scaffali, raggiungendo ogni angolo, riempiendo di angoscia ogni
scaffale.
La risata risuonò stridula dietro di lui.
Si voltò: Claretta Tilde lo fissava con odio compiaciuto.
-Ti ho trovato, ed ora ti insegnerò a rispettare il Sacro Silenzio
della Biblioteca, ed a venerare i Libri.- E fece un passo verso di lui.
Andrea la fissava negli occhi, sapeva che stava per morire per mano di
quella vecchia, e che presto la sua pelle sarebbe diventata la copertina
di un libro, magari un'edizione limitata.
Non poteva finire così.
("Sei un codardo, come fai ad essere mio figlio!")
"Stai zitto bastardo!"
-Zitta TROIA!!!-
Tilde si fermò. Non era mai stata insultata, nessuno si era mai
spinto tanto in là da trattarla in quel modo, era sbagliato. Fece
un passo indietro.
-Puttana, tu e i tuoi libri,- Andrea avanzò verso di lei, -sono
solo fogli di carta rilegati, niente di più. E tu uccidi per questo,-
la sua voce era gonfia d'odio, di rabbia, davanti a lui non c'era Tilde
in quel momento, ma suo padre.
-Guarda la tua vita, un mucchio di pagine ammuffite, il tuo mondo, e non
hai nulla al di fuori di QUESTO!- E con un pugno infranse l'anta di vetro
dello scaffale che gli stava accanto. Tilde vide il cristallo andare in
pezzi, si morse il labbro inferiore mentre le lacrime le riempivano gli
occhi: cosa stava succedendo? Chi era quel ragazzo che contrastava il
suo potere?
-Maledetto, cosa hai fatto...-
-ZITTA! FAI SILENZIO!!!- E con un ampio movimento della mano buttò
a terra tutti i libri che poteva. Con un urlo strozzato Tilde si gettò
a terra in ginocchio, voleva soccorrere i suoi bambini. Li raccolse fra
le braccia, poi si voltò verso Andrea: i suoi occhi di ghiaccio
erano ora due tizzoni ardenti.
-Me la pagherai!- Tese le labbra in un urlo e caricò Andrea. Lo
travolse con tutto il suo peso, caddero a terra. Tilde era sopra di lui,
lo stava strangolando, bava gli colava dalla bocca, per scivolare sul
volto di Andrea. Le mani stringevano, e lui non riusciva a liberarsi da
quella morsa d'acciaio, poi ricordò.
Era abbastanza vicino ad uno scaffale, si portò una mano alla tasca
dei pantaloni e tirò fuori l'accendino.
Tilde non si accorse di nulla, tanto era accecata dalla furia, dal desiderio
di lavare nel sangue l'oltraggio subìto. Poi sentì l'odore
di carta bruciata. Si voltò verso lo scaffale: i libri stavano
andando a fuoco.
Lentamente mollò la presa dal collo di Andrea, fissava incredula
le fiamme che lambivano i suoi bambini.
- No... NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!-
Si alzò, si gettò sui libri sperando di spengere le fiamme
con il suo corpo.
Andrea si rimise in piedi, barcollò per un istante, poi capì
che quello era il momento per la fuga. Corse lungo la passerella, si voltò,
vide Tilde lasciare i libri al fuoco e correre verso di lui: era una furia
scatenata, alla quale avevano ucciso i cuccioli.
Andrea iniziò a scendere la scala, si fermò a metà
ed appiccò il fuoco ad un altro scaffale, e poi ad un altro ancora,
e dietro di lui Tilde urlava, isterica.
Arrivato giù gettò i libri alla base della scala, e diede
loro fuoco. Ne aggiunse altri, e le fiamme si alzarono e cominciarono
a divorare il legno della scala.
Dall'alto della passerella Tilde osservava inorridita: il suo mondo stava
andando in cenere! Altri libri vennero aggiunti al falò, mentre
le fiamme iniziarono a propagarsi verso gli altri scaffali.
Il fumo si alzava in dense spire verso gli archi del soffitto, mentre
le fiamme crepitavano la loro voglia di divorare tutta quella carta. Andrea
si allontanò, riparandosi gli occhi dal calore con una mano, la
cenere cominciava a farglieli bruciare. Le lacrime cominciavano a colargli.
E non seppe mai se ciò che vide dopo era vero o si trattava solo
di un'allucinazione dovuta al fumo.
Tilde, dall'alto della scala, urlava circondata dalle fiamme, e tra le
spire di fumo corpi evanescenti si agitavano, e con le loro unghie artigliavano
le carni della donna. Lingue di fuoco esplosero nella sala. Dai libri
altri corpi diafani uscivano fuori, lacerando e strappando, ed il fuoco
bruciava le carni sanguinanti mentre Tilde urlava, dilaniata dalle anime
di coloro che aveva ucciso. Le fiamme avevano avvolto tutto il salone
come un vivo sudario, Le finestre esplosero verso l'esterno, ed il vento
entrò violentemente nella sala, alimentando le fiamme. Le passerelle
iniziarono a crollare. Uno scaffale crollò sugli altri e le fiamme
lo ingoiarono. Il legno scricchiolò, le grida di Claretta Tilde
erano un ruggito di furia dolorosa, mentre la sua carne si liquefaceva
ed il suo sangue evaporava sfrigolando. Un lampadario esplose, subito
seguito dagli altri. E con uno schianto la scala, e Tilde, sprofondò
in un mare di fiamme, in una nube di fumo e scintille incandescenti, precipitando
la donna in un Inferno di fuoco, seppellendola per sempre nella cenere
della sua immonda biblioteca.
Quando Andrea riaprì gli occhi pioveva. La pioggia aveva lavato
il suo volto. Si alzò a sedere e si guardò intorno: si trovava
seduto in mezzo ad un cumulo di macerie, forse una palazzina demolita
da poco.
Si alzò in piedi, un uomo lo osservava da sotto un ombrello, poi
se ne andò. Andrea lo guardò andarsene via. Si guardò
le scarpe; in giro, tra le macerie non c'era la minima traccia di un incendio.
Vide il suo motorino parcheggiato oltre le macerie. Cos'era stato, cos'era
successo? Non trovava risposte. Ed in realtà non gli andava di
trovarne, non ne aveva voglia, ora gli interessava solo pensare alla cosa
più preziosa che aveva, la sua vita, il suo futuro.
Si infilò le mani in tasca e si diresse verso il suo motorino.
In quel momento gli squillò il cellulare.
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