Era li, seduto, stava semplicemente fissando il vuoto.
La scrivania era davanti a lui; le statuine di piombo erano sparse sul piano di noce: cavalieri medioevali, principesse, elfi armati di lance, maghi e streghe pronte per i loro duelli magici, mostri ancestrali. Tutti in fila davanti a lui, come un plotone in parata. Posò il pennello, aveva appena finito di pitturare uno gnomo, lo guardò con aria soddisfatta. Lo gnomo sorrideva dalla stretta della sua mano. Lo mise accanto alle altre statuine e rimase a guardarle.
Si alzò dalla scrivania, spense la luce da tavolo ed uscì dalla stanza. Aprì la porta ed entrò nello studio: la scultura era ancora incompiuta. La teneva al centro della stanza. Si avvicinò a lei, la sfiorò con reverenza e pensò che presto avrebbe raggiunto le altre statue che ornavano la sua enorme casa. Ma ora doveva andare, aveva ancora molto lavoro da sbrigare. La mostra era vicina e lui doveva fare presto a preparare le altre sculture. C'era poco tempo. Poi, ancora una volta, avrebbe dimostrato a suo padre di che cosa era capace, quel figlio che lui disprezzava tanto.

Dal diario di Paolo(estratto):
" Caro Diario,
sono le 03,36, e sono rientrato da poco dalla mia missione. Ho avuto una fortuna sfacciata: una madre con carrozzina!
Erano le 24 circa, ed io non riuscivo a capire dove potessero andare madre e figlio a quell'ora. Ma quando li ho visti non ci credevo, era troppo bello. Con la mano tremante per l'emozione ho preso il rasoio. Mi stavo avvicinando alla donna. Mentre le andavo dietro ripensavo al telegiornale, che da giorni invitava alla prudenza i cittadini. Pensai anche a quanto incauta potesse essere quella madre.
L'ho sgozzata con un gesto veloce, netto. Non ha emesso neanche un gemito, è caduta e basta. Ma in quel momento non mi è bastato, volevo di più. Non so come funzioni nel mio cervello, so solamente che devo agire, con forza. E' come se dentro la mia mente ci fosse uno spiritello che mi dice di insistere, di andare più a fondo. Il fatto, o forse il guaio, è che io obbedisco a questa voce.
Le ho sbottonato la gonna, le ho tirato giù le calze e le mutande. Il bambino nella carrozzina mi guardava. Poi, lentamente, le ho infilato la testa del rasoio nel suo sesso, con il filo della lama rivolto verso l'alto. Ho iniziato a far salire il rasoio. La sua carne era tenera, non ho trovato ostacoli. Sono arrivato fino all'ombelico. Le ho allargato la ferita con le mani guantate, aiutandomi con il rasoio a separare le carni in profondità. Faceva freddo. Forse fu per questo che il bambino iniziò a piangere. Mi voltai verso di lui: stava urlando in lacrime. Avrà avuto, si e no, due mesi. Qualcuno poteva sentirlo. L'ho preso, gli ho tolto il berretto. Urlava da morire, ma nessuno sembrava rispondere alle sue grida, per ora...
Affondai il suo volto nel ventre squarciato di sua madre, si agitava. Ma ora si sentiva solo un lieve mormorio, affogato com'era nelle viscere di mamma. Gli tenevo la testa con la mano, spingendola sempre più in profondità, in quel caldo abbraccio materno. E lui continuava a muoversi, ad agitare le sue braccia, le sue gambe, mentre il sangue di sua madre gli inondava il volto. Sembrava un ragno impazzito. E continuava ad urlare. Ma io continuavo a spingere. Affogai così i suoi vagiti, fino a quando non si mosse più.
Li ho lasciati così, l'uno dentro l'altra, in quella assurda parodia di un parto cesareo.
Poi ho portato via il corpo della madre. Presto troveranno il bambino, e chi sa se capiranno come è morto..."

Marco accese la radio, ormai era diventato un rito che si proponeva puntuale tutte le mattine, quando apriva gli occhi. Erano le sette, ed alle nove doveva trovarsi in officina. Era un meccanico della BMW. Aveva trovato quel posto dopo aver preso il diploma di tecnico industriale. Era comunque un posto che gli permetteva di vivere solo. Si era potuto comprare casa, e pagare un mutuo. Non era sposato, non ancora, ma a ventisei anni aveva ancora voglia di divertirsi: per il matrimonio c'era tempo. Certo, un giorno avrebbe avuto una moglie e dei bambini, ma per ora no.
La radio dava le sue notizie: il folle aveva colpito di nuovo quella notte. Ed un'altra persona, un bambino questa volta, era stata trovata morta. C'era stato del sangue, sicuramente quello della madre di cui non era stato trovato il corpo. Sicuramente era stata mutilata, molto mutilata, vista la quantità enorme di sangue che c'era sul luogo. Il bambino era morto soffocato, ma non si capiva come. Nella bocca del neonato c'era il sangue della madre. Forse il folle glielo aveva fatto bere?
"Ne succedono di cose assurde", pensò Marco, "ora ci mancava pure il pazzo!"
Si alzò, fece la doccia, si vestì ed uscì di casa. Con la moto si fermò al bar, come ogni mattina, per fare colazione. Poi arrivò all'officina.
Fu una mattinata massacrante. Ma verso le 11.00 aveva ricevuto una telefonata da Paolo. Gli chiedeva se dopo il lavoro poteva passare a casa sua, voleva mostrargli "una cosa!" Così gli aveva detto. La fantasia di Marco si era accesa: ogni volta che Paolo gli diceva che aveva qualche cosa da mostrargli si trattava sempre di arte. Ed a lui piaceva. Vedeva il mondo dell'arte come un pianeta alieno, una realtà a parte per pochi eletti. Era il mondo delle sensazioni, delle idee, delle ispirazioni e delle visioni impossibili. Per lui era come se ci fosse un linguaggio misterioso che solo certe persone potevano decodificare. Ed anche se lui non faceva nulla di "artistico", gli piaceva il fatto di avere comunque una finestra dalla quale potersi affacciare in quell'universo. E quella finestra era Paolo.
Un'altra cosa che gli faceva piacere era il fatto che lui era sempre il primo a poter ammirare le opere di Paolo. Per lui era il suo migliore amico.

Posteggiò la moto nella piazzetta sotto casa di Paolo e scese. Suonò al citofono, il portone scattò e si aprì. Marco entrò, e raggiunse il quarto piano. La porta dell'appartamento era aperta, Marco la aprì lentamente.
-Paolo?- Chiamò.
-Entra pure, sono in camera mia.-
Fabio entrò, attraversò il lungo corridoio. Le statue di Paolo lo osservavano dai loro piedistalli. Marco le fissava affascinato e timoroso: quelle creature gli trasmettevano un senso di minaccia. Quei corpi contorti, umani e deformi.
Sembravano potergli leggere nell'anima, spiavano i suoi pensieri dall'alto della loro deformità. Erano naturali nel loro orrore, e facevano sentire lui uno storpio, in un modo in cui la devianza era una regola.
Erano conturbanti, soggiogavano la volontà delle persone. Mostravano una realtà allucinatoria eppure possibile: era la realtà di feti deformi, degli effetti delle radiazioni sui corpi, delle manipolazioni genetiche.
Era la deturpazione della mente.
Arrivò alla stanza di Paolo, lui era seduto alla scrivania. Come al solito stava pitturando i suoi soldatini di piombo.
-Buon giorno!- Esclamò Paolo. Era la sua frase di inizio discorso, non parlava mai senza un "buon giorno" prima, era una regola per lui.
-Buon giorno.- Rispose Marco.
-Allora? Cosa ne pensi?- Gli chiese Paolo mentre gli porgeva la statuina di un drago in miniatura. Marco la esaminò con cura.
-Molto bello,- disse convinto, mentre restituiva il drago a Paolo, -ma spero che tu non mi abbia fatto venire solo per mostrarmi il modellino di un drago?-
-Certo che no, sarei stato una carogna...-
Marco sorrise.
-Vieni, andiamo di là...-
Paolo usci dalla stanza, Marco si voltò a fissare le statuine di piombo. Paolo era stato sempre un po' eccentrico. Lo aveva visto la prima volta nella palestra dove andava anche lui. Alla fine dell'orario di lezione Paolo si appendeva spesso, con i gambaletti, per le caviglie alla sbarra e restava così per alcuni minuti, a testa in giù. Portava sempre una maglietta e pantaloncini neri: a Marco ricordava un pipistrello. A dir la verità gli stava anche un po' antipatico. Anzi, non lo poteva proprio vedere! Ma poi, tramite un amico in comune, lo aveva conosciuto, e da allora era rimasto colpito dalla strana personalità di Paolo. Si erano rivisti spesso dopo quella volta, ed alla fine erano diventati molto amici.
Poi Marco aveva scoperto il pessimo rapporto che correva tra Paolo e suo padre. Un padre despota, che praticamente controllava il figlio in ogni occasione, e sempre lo denigrava, anche davanti agli altri. Lo umiliava mettendo allegramente in mostra la sua presunta idiozia. Ogni occasione era buona per infliggere nuovi insulti al ragazzo.
E Marco provava una rabbia enorme per il fatto che Paolo non riusciva mai a rispondere a suo padre. Sapeva di essere un sostegno morale per l'amico, e più di una volta lo aveva aiutato nei suoi momenti bui. Momenti in cui Paolo si lasciava andare ad azioni che sfioravano anche l'autolesionismo. Si ritrovava le braccia ed i polsi segnati da graffi e ferite di vario genere, che Paolo si procurava nei modi più fantasiosi. Una volta si era procurato una ferita ripassando, svariate volte nello stesso punto, la punta di uno stuzzicadenti. Marco si infuriava con lui in quei casi, non voleva che faceva quelle cose. Sapeva che erano azioni dettate dall'odio e dalla rabbia. Ma con la sua amicizia le cose erano migliorate, almeno un po'. Paolo se ne era andato di casa, viveva da solo, ed era riuscito a diventare uno scultore di successo. Le sue mostre erano sempre gremite di potenziali acquirenti. Ed il suo conto in banca era aumentato considerevolmente, tanto da permettergli di vivere della sua passione.
L'unica cosa che Marco non era mai riuscito a cancellare era l'eterna espressione di tristezza che velava il volto dell'amico, anche nei momenti in cui appariva gioioso.
Lui si era convinto che quella di Paolo era una gioia forzata.
-Allora, cosa aspetti?- Lo chiamò. Marco distolse la sua attenzione dai suoi pensieri ed andò nella stanza accanto: lo studio di Paolo.
Era un posto che lo affascinava sempre, ogni volta che vi metteva piede: lo studio dell'alchimista!

Nella stanza buia poteva vedere le sagome di diverse sculture. In realtà Marco non capiva come, a tanta gente, potessero piacere quelle sculture, belle quanto inquietanti.
La luce si accese, e lui poté vedere l'opera. E tutto il fiato che aveva in corpo gli uscì fuori dai polmoni in un unico respiro.
Ora, al centro della stanza, enorme fino a sfiorare il soffitto, stava un ammasso, estremamente elegante, di corpi di marmo fusi con parti animali in gesso ed autentici pezzi di meccanica. Qua e la sbucavano contorti complessi di ossa, creando un morboso, allucinante e sensuale insieme.
E sulla sommità, glorioso nel suo orrore, un corpo, un angelo di dolore, con le braccia al cielo, aperte come a voler accogliere in sé tutte le lacrime del mondo.
Pronto a spiccare il volo da un momento all'altro.
Marco stava ancora ammirando quello splendido incubo, quando Paolo gli parlò.
-Allora? Ti piace?-
-E' qualche cosa di megalomane. Non eri mai arrivato a tanto.-
-Lo credo anch'io, penso che sia il mio capolavoro.-
-Lo esporrai vero?-
-Certo, naturalmente. Tu ci sarai alla mostra, vero?-
-Si certo che ci sarò.-
-Bene, poi ti rimedio i biglietti, è la prossima settimana.-
Marco si guardò attorno. Lo studio di Paolo era molto grande: nel lato opposto al muro dove c'era la porta, stava la grande finestra dalla quale entrava la luce del sole di mezzogiorno. Accanto alla porta c'era un letto molto basso, con solo la rete di ferro.. Accanto al letto si trovava il piano di una sega circolare. Sul bancone da lavoro stavano diversi attrezzi da falegname, una specie di fornelletto a gas con una grossa pentola poggiata sopra. Sotto al bancone c'erano dei sacchi di uno strano materiale, una polvere simile a stucco.
Marco guardava tutto questo, e non si accorse neanche della scultura che si trovava dietro di lui, quella piccola donna senza braccia, dalle cui spalle partivano fini tubolari che gli sparivano nel ventre. E lui la urtò. Sembrò di vedere una scena al rallentatore: Marco si voltò cercando di afferrare la scultura che si stava inclinando. Paolo fissava la scena incredulo, paralizzato. La mano di Marco sfiorò il collo della statua, ma non riuscì a prenderlo. La statua toccò terra. Videro la sua superficie di marmo irradiarsi di linee di rottura. Schegge luminose iniziarono a viaggiare sul pavimento, mentre nell'aria risuonava il cristallino rumore del materiale infranto. La statua giaceva a terra. Nell'aria una lieve nuvola di polvere. La testa della scultura era scivolata via dal corpo. Istintivamente Marco si chinò a raccogliere il moncone. Un odore acre si sparse nella stanza. Fissava il collo spezzato che aveva nella mano, e dentro il marmo vide la putrefazione della carne.
Un'esplosione di dolore si allargò nella sua testa.
E Marco cadde svenuto a terra.

Dal diario di Paolo (estratto):
"Caro Diario,
sono le 21.27, in televisione non c'è nulla, e così ti scrivo.
E' stato due anni fa' che ho cominciato ad uccidere. Sicuramente ci sarà chi dice che la mia mente è stata precocemente influenzata dal cinema, dalla televisione e da quegli orrendi fumetti dell'orrore. Devo ammettere che i film del terrore mi piacciono molto, ma non è certo loro la colpa del mio stile di vita. Eppure ci sono persone che credono che siamo troppo scemi per riconoscere la realtà dalla fantasia.
Mi dispiace per loro, ma nel mio caso non è cosi che è successo. Le mie azioni sono state determinate dalla più semplice, e terribile realtà.
La realtà di un padre idiota.
Ricordo che quella sera successe tutto per caso. Una piccola reazione a catena che ha generato un mostro metropolitano. Erano le 22.00 circa. Ero uscito a farmi un giro, dopo l'ennesima lite con quel bastardo di mio padre. Me ne stavo camminando per fatti miei, le mani infilate in tasca. L'aria era fredda, ed a me andava bene così. Ad un certo punto mi si avvicina un barbone. Avrà avuto una quarantina d'anni. Io facevo finta di nulla, continuavo ad andarmene per i fatti miei, ma sentivo che mi seguiva.
Poi mi bussa su una spalla, io mi fermo e mi volto. Mi domanda se ho qualche spicciolo, ed io gli rispondo di no. Ma lui insiste. Gli dico di girare alla larga e ricomincio a camminare. Lo ignoro, lui mi segue, mi posa una mano sulla spalla e mi costringe a voltarmi. Mi punta un coltello alla gola. Mi spinge verso la parete di un palazzo. Io mi guardo attorno terrorizzato: il vicolo è buio, e, a quell'ora, non passa un'anima. Neanche un cane. Abbandonato in una città di morti. Continua a puntarmi la lama al collo, mentre mi bisbiglia parole che neanche capisco. Doveva essere un polacco, uno di quelli che puliscono i vetri delle macchine ai semafori. Un povero disperato giunto in Italia alla ricerca di un futuro migliore. Un futuro che non ancora non sapeva di non avere più.

Io mi ritrovo con le spalle al muro. La sua faccia a pochi centimetri dalla mia. Il suo alito puzzolente di birra di pessima qualità offende le mie narici. Sento che la punta del coltello ha iniziato ad incidere la pelle.
Poi la sua mano, quella ancora libera, scende sulla mia pancia, sulla cinta dei miei pantaloni. Si ferma tra le mie gambe.
Io chiudo gli occhi, che iniziano a bruciarmi per le lacrime che sto per versare. Sento la sua mano che abbassa la cerniera dei miei pantaloni, e si insinua dentro. Io mando un gemito. Il mio braccio si muove. Sonda la parete al mio fianco, e trova un oggetto: un tubo di ferro, lasciato lì da chi sa chi.
La mia mano avvolge il tubo e lo alza. Il polacco non si accorge di nulla, è troppo preso ad infilare le sue dita nelle mie mutande.
Ed allora tutta la mia rabbia, il mio schifo per quell'uomo, il mio rancore per mio padre, prende una forma. L'oscura volontà di vendetta nei confronti di tutto. Ed una furia potente anima la mia mano, ed io non so dominarla. Anzi, sono contento di assecondarla. Ed il tubo si abbassa, cala con la forza di un maglio, sulla testa del polacco.
Il coltello cade a terra. Lui si allontana da me, sorpreso e terrorizzato. Non si aspettava una tale reazione. Io lo guardo, mentre barcolla, le mani sulla testa. E lo travolgo! Roteo il tubo e lo colpisco alla guancia sinistra. "L'ho sinistrato..." penso, e sorrido. Lui cade a terra dolorante. Lo sento lamentarsi, ma non mi interessa. Mi implora, e questo mi eccita ancor di più. Con il tubo lo colpisco alle gambe, alle braccia. Lo voglio far soffrire. E gli spacco le costole. Ansima, ed io mi godo il suo dolore. Poi ricomincio a colpire, alla testa, sempre più forte. Ed il suo volto non è che un ammasso di carne informe mista a frammenti di ossa e brani di cervello a pezzi.
E sangue tutt'intorno.
Ciò che ho provato dopo è stato un grande senso di libertà, di potere. E' stato meglio che fare sesso.
Sono rimasto a fissarlo per qualche minuto, ad aspettare che il mio animo si calmasse, tornasse alla normalità. Respiravo lentamente, profondamente, stupendomi di quanto fosse stato facile. E bello!
Poi sono tornato a casa. Il tubo l'ho conservato, l'ho fatto diventare un elemento di una mia scultura. In fondo è grazie a lui se oggi sono diventato la celebrità che sono.
E' un cimelio storico."

Quando Marco riaprì gli occhi, per alcuni istanti vedeva tutto sfocato, poi passò. Si trovava ancora nello studio di Paolo. Ma era legato, polsi e caviglie, alla rete del letto. Guardò fuori della finestra: era notte.
Cercò di ricordare. Il cadavere dentro la statua fece irruzione nella sua mente. Bastò quello, ed in una frazione di secondo la sua mente capì tutto l'orrore di quell'arte meravigliosa: Paolo modellava le sue statue su corpi umani. Ecco il perché di tanta perfezione. Doveva fare qualche cosa, cercare di liberarsi, fermare Paolo. Ma come?
Passi nel corridoio. Gli pulsavano le tempie. Quando la porta si aprì il suo cuore sussultò. Paolo entrò nella stanza, di schiena. Trascinava il corpo di un uomo al quale aveva troncato le gambe. Mise il cadavere al centro della stanza, lasciando a terra due scie di sangue sinistramente parallele.
-Cosa vuoi fare?- Gli chiese Marco.
-Devo scolpire. La mostra sarà tra pochi giorni, te l'ho già detto.-
-Mi ucciderai?-
-No, perché dovrei? Anche se hai scoperto tutto non potrei mai ucciderti. Diciamo che godi di un'immunità politica. Sei il mio migliore amico. Ti terrò qui fino al termine della mostra, poi ti libererò, sperando che tu non dica nulla. E credo che non lo farai. Ma anche se mi sbagliassi ho già pronti i documenti falsi per partire. Ti sarà impossibile ritrovarmi. Perciò non c'è motivo per un omicidio.-
-Hai ucciso tu tutte quelle persone?-
-Ti serve la risposta?-
-Perché?-
-Non pensi di saperlo?-
-Tuo padre?-
-E cos'altro... Per tutta la vita non ha fatto altro che ripetermi che sono un incapace. Un povero minorato senza speranza. Ma ora non può più dirlo. Sono un artista famoso, adesso.-
-Ma tu hai barato.-
Paolo si trovava al fornelletto a gas. Lo aveva acceso, e nella pentola stava versando quella polvere simile a stucco. Aggiunse dell'acqua all'impasto.
-Non importano i mezzi. L'importante è il risultato!-
La polvere iniziava a fondere. Paolo, intanto, stava posizionando il cadavere su un piano di legno di mogano. Andò in un lato della stanza dove si trovava un telone di nylon. Lo sollevò: sotto vi erano cadaveri ammassati alla rinfusa, rinsecchiti, maleodoranti. Prese il corpo di una donna già mutilata di un braccio. Posò il cadavere sul banco della sega circolare e la azionò. In pochi istanti il braccio rimasto si tranciò via. Rimise la donna insieme agli altri corpi, poi, preso il braccio, si avvicinò all'uomo. Mise l'arto di fronte all'uomo, come se il braccio gli uscisse dall'ombelico, ed elegantemente si protendesse a domandare l'elemosina.
Marco lo osservava come si osserva un vero artista al lavoro. Lo vedeva creare.
Ma ciò che lo sconcertava era la totale noncuranza con cui Paolo maneggiava i cadaveri. Come oggetti da assemblare.
"Per lui è solo un gioco di pazienza", pensò Marco, "mettete insieme i pezzi ed avrete la vostra scultura"!
L'artista si recò verso il cucinino, prese la pentola ed iniziò, molto attentamente, a colare la pasta sopra il cadavere. L'amalgama lo ricoprì in maniera uniforme, e dopo qualche istante, con dei guanti, Paolo iniziò a modellare la scultura.
Quando ebbe finito, e la pasta si fu asciugata, davanti agli occhi di Marco si trovava l'ultima opera di Paolo. Una splendida statua che sembrava scolpita nel marmo. La posa era totalmente naturale, come se un fulmine avesse bloccato in un istante, la vita di quel mendicante deforme. Paolo la rimirò per qualche istante: era veramente soddisfatto del suo lavoro. Poi uscì dalla stanza senza dire nulla.
Marco posò la testa sul letto e chiuse gli occhi.
Paolo era un folle, un maniaco omicida. Un serial-killer. E lui lo sapeva.
E conosceva anche il motivo di quella follia. Doveva odiarlo o provare pietà per lui? Non sapeva cosa fare. Paolo aveva ucciso chissà quante persone, e altre ne avrebbe uccise, prima di decidere che aveva dimostrato abbastanza a suo padre, quanto valeva. Ma era anche il suo migliore amico, e gli faceva male l'idea di doverlo tradire. Lui lo aveva sempre protetto, gli era stato sempre vicino. Ed ora gli avrebbe voltato le spalle? Forse era quello il momento in cui aveva più bisogno del suo aiuto. Ed allora? Aspettare di essere liberato o agire? E se la prossima volta avesse ucciso una persona a lui vicino? Che cosa poteva impedirglielo di farlo? Paolo lo aveva detto chiaramente: solo Marco godeva di quell'immunità fornitagli dall'amicizia...
Per questo doveva fare qualche cosa. Fermarlo. Tradirlo.
Alzò lo sguardo verso le mani legate: la corda non era molto nuova, e con un po' di lavoro avrebbe potuto consumarla, facendola scorrere lungo la ruvida sbarra di legno del montante. Iniziò il lavoro di usura, ed in poco i suoi polsi si circondarono di righe rosse. E domande, troppe, si inseguivano nel suo cervello. Aveva sempre detto a Paolo che la loro amicizia era la cosa più importante per lui. Ma fino a che punto doveva essere vera quell'affermazione? Il suo cervello si rodeva nella scelta come il legno stava usurando la corda. Sicuramente la prima cosa da fare era liberarsi. Sentiva l'irritazione crescergli sulla parte bassa della mano, ma non si fermò. Quando fosse arrivato ad un buon punto di usura, avrebbe fatto forza con le braccia ed avrebbe spezzato la corda. Tanti anni di palestra davano i loro frutti.
La porta si aprì.
Paolo era entrato nella stanza, aveva un piatto nella mano.
-Ho pensato che avevi fame. Ti ho preparato un frullato di verdure e...- Vide la corda sfilacciata. I polsi arrossati di Marco gli sventolavano in faccia l'idea del prigioniero: l'espressione calma lasciò il suo volto, sostituita dall'ira.
Paolo esplose. Scagliò il piatto alla parete. Il frullato si allargò sul muro come un fiore verde. I cocci del piatto caddero sul letto, sfiorando la testa di Marco. Una stilla di sangue gli scivolò dalla fronte.
Marco fissava Paolo senza dire nulla. Aspettava solo la carica d'odio che sentiva nascere nell'animo di Paolo. Lui digrignò i denti, come un cane rabbioso ed affamato privato di una succosa bistecca. Si voltò verso una scultura di donna, la agguantò con tutte e due le mani. Le vene del suo collo erano gonfie. La sua faccia rossa di rabbia. Un toro impazzito. Scaraventò la scultura a terra con un urlo. Marco chiuse gli occhi, aspettando il peggio.
La scultura esplose con fragore, mostrando il suo macabro interno: tra i frammenti faceva bella vista una colonna vertebrale. La pelle essiccata le faceva da guanto.
Il volto di Marco era imperlato di sudore. Paolo si voltò, lo guardava fisso negli occhi.
E lo odiava!
Uscì dalla stanza chiudendo la porta. Marco sentì le inchiavate della serratura.

Doveva agire in fretta. E ricordare... Quando Paolo aveva tirato il piatto contro il muro, ricordava di aver pensato qualche cosa di importante. Era stata solo una frazione di pensiero, ma gli era rimasta impressa nella mente. Ed ora non riusciva a rammentare. Una cosa che poteva salvarlo, ma cosa. Si concentrò sulla scena, la rivisse istante per istante: Paolo che entrava nella stanza, la sua ira, il piatto scagliato contro il muro. Ed il fiore verde sulla parete, i cocci del piatto, e...
(i cocci tagliano!)
I cocci! Uno era sfrecciato accanto al suo volto, lo aveva quasi ferito, ed ora giaceva vicino alla sua testa. Un coccio di porcellana, appuntito, tagliente!
Con il naso riuscì a spingere il coccio verso il polso, e poi, torcendo la mano, cercò di ghermirlo con il medio. Lo sfiorò, ancora un poco. Ed il coccio fu tra le sue dita. Lo aveva ormai impugnato saldamente, tra pollice, indice e medio, e cominciò a farlo scorrere sulla corda. E sorrise quando vide il cavo iniziare a recidersi. Il coccio si faceva strada nella corda.
In poco tempo le sue mani furono libere. Si liberò i piedi e si alzò dal letto. Iniziò a prendere a spallate la porta che cedeva ad ogni colpo. Alla fine si spalancò fragorosamente. Schegge di legno volarono nella stanza. Si affacciò al corridoio. L'appartamento era al buio. Paolo era uscito alla ricerca di nuovi modelli? Oppure era nascosto da qualche parte, nella casa, e lo aspettava?
Lentamente, cautamente, iniziò a percorrere il corridoio.
Si affacciò alla camera di Paolo. Sulla scrivania stava il modellino in piombo del portone a forma di teschio che Marco gli aveva regalato un giorno, mille anni indietro... Il portone era stato deformato da colpi violenti. Accanto c'era posato un martello: quella era la sua condanna a morte.
Aveva ora superato la porta della cucina: anche quella stanza era vuota. Davanti a lui era aperta la porta del salotto, ed anche la non c'era nessuno. Forse era veramente uscito, lo aveva lasciato legato ed era andato a "lavorare".
Era ormai arrivato alla porta di casa, all'uscita. Alla salvezza.
Provò ad aprirla. Allungò la mano verso il pomello e lo ruotò.
-E' chiusa a chiave!-
Marco si bloccò, la mano sospesa nell'aria. Una vertigine si era fatta sentire allo stomaco. I suoi polmoni si svuotarono di tutta l'aria che contenevano, come cornamuse lacere. Il sudore, gelido, gli imperlava la fronte e gli faceva bruciare gli occhi.
Marco si voltò. La voce era venuta dal salotto. Paolo si alzò dalla poltrona, il cui alto schienale lo aveva nascosto alla vista dell'amico.
-Ero sicuro, speravo, che a te non avrei mai fatto del male. Non avrei mai potuto fartelo. Tu dovevi restare al di fuori di tutto questo. Ed invece no, ci sei entrato dentro, ci sei scivolato...- Stava piangendo.
-Paolo, tu non puoi continuare così. Non capisci che è sbagliato? La colpa di tuo padre non devono scontarla degli innocenti.-
-Ma tu che ne sai, cosa ne sai della tristezza, della solitudine. Del sentirsi un niente, un incapace.-
-Non ti permetterò di continuare...-
-Lo so, ed io ti impedirò di fermarmi. -
-Vuoi uccidermi..?-
Paolo mandò un gemito. Le lacrime gli rigavano il volto, e Marco sentì riaffiorare l'antica amicizia. A cosa lo aveva ridotto suo padre...
-LO DEVO FARE!!- Si asciugò gli occhi con una mano. -Non voglio finire in prigione!-
E lo guardò. E Marco vide in quello sguardo tutta la follia, tutta l'ira e la bestialità che potevano covare nell'animo di un uomo. L'amicizia era morta, ed ora era soltanto una lotta per la sopravvivenza. Uno dei due sarebbe morto.
Paolo alzò una mano, che fino a quel momento era rimasta dietro lo schienale della poltrona. Aveva una mannaia.
-Non avrei mai creduto di doverla usare contro di te...- E gli sorrise.
Marco fu veloce. Corse lungo il corridoio ed entrò nello studio. Fu circondato dalle statue. I bianchi cadaveri creati dall'artista dell'omicidio.
Paolo lo lasciò andare, la follia era padrona del suo volto. Iniziò la sua avanzata verso la stanza degli orrori. Inesorabile, come la morte che rappresentava. Spalancò la porta. Il puzzo di cadavere invase le sue narici. Nella stanza non c'era nessuno.
-Dove sei,- urlò, -bastardo, vieni fuori.- Colpì una statua con la mannaia.
-Sarai la mia opera migliore. Ti immortalerò in eterno. Ammetterai che almeno questo te lo devo.- La statua colpita, rompendosi, aveva liberato il suo polveroso interno. Ed ora una leggera nebbiolina vagava nella stanza.
-ED ALLORA, VUOI RISPONDERE.-
Ed iniziò a colpire. Le statue esplodevano nell'aria sotto la sua furia. E braccia, ed ossa, e pelle secca ed interiora putrefatte furono padrone di tutto. Mentre lui continuava a liberare la sua pazzia.
-Cane! Vorresti farmi capire che non ti interessa essere una mia creazione? Io ti sto offrendo l'immortalità nella storia, e tu così mi ricompensi?-
Di colpo si fermò.
Intorno a lui solo macerie polverose. Tutte le statue erano distrutte. Solo una restava: la grande scultura, il suo capolavoro. Il totem di cadaveri.
E tra la statua ed il muro, in quello spazio ristretto, stava Marco.
Paolo fissava la statua come preso da un timore mistico. Fissava la sua opera, e per un momento si dimenticò di tutto, e rimase ad ammirarla. Era incredibile che cosa aveva creato, quale meraviglia. Dopo quella non ci sarebbe stato più nulla. Era perfetta, sembrava viva. E lo era, perché la statua si stava muovendo!
Lo stava chiamando a sé, lo voleva, lo desiderava. Il corpo in cima stava protendendo le braccia verso di lui, per offrirgli la sua forza, la sua gloria. E lui la fissava sorridente, la guardava farsi più grande. Lo sovrastava, e lo desiderava. E lui era li, pronto ad accoglierla. Il corpo in cima spiccò il volo.
Paolo allargò le braccia, e la statua gli fu sopra. Lo travolse con la sua mole, con i suoi cadaveri, con i suoi elementi meccanici.
Marco era spossato dallo sforzo. Aveva puntato i piedi al muro ed aveva spinto, finché la statua non aveva vacillato. Poi era caduta.
Ed ora, con il fiato corto, poté vedere il sangue di Paolo allargarsi sotto le macerie. Il suo volto martoriato giaceva accanto al teschio putrefatto che era sorto dalla scultura. Insieme, stretti in un orribile abbraccio di morte.
Inseparabili per sempre.