So che è solo colpa mia, tutto quello che è successo... Se fossi stato più attento, più accorto, tutto questo non sarebbe accaduto, e la città adesso non parlerebbe di me in questo modo. Ricordo tutto di quel momento. Ero infuriato, e questo ha portato al disastro; se fossi rimasto calmo non sarebbe accaduto nulla, ma in quel momento era l'ira che muoveva il mio corpo, che dava carburante al mio cervello. E tutto, TUTTO, per una miserabile storia di corna. Lei mi tradiva, ed io non mi ero mai accorto di nulla, fino a quando non ricevetti quella telefonata... Quella voce pulita, fredda, mi chiedeva di lei, di Amelia, mia moglie. Mi ha perfino chiesto se sapevo se lei si era ricordata di acquistare il biglietto per l'aereo. E mentre ascoltavo quella voce lei era con me, in casa, nel bagno a farsi una doccia. Forse a prepararsi per andare via. Ed intanto Caterina, la nostra bambina, era nella sua cameretta, a dormire, nel lettino che io ed Amelia avevamo scelto insieme, quel pomeriggio di sei mesi prima, circa un mese dopo la nascita della piccola. Io al telefono con quella voce, Caterina nel suo lettino e Amelia in bagno a lavarsi. Ho detto a quell'uomo che Amelia non c'era, che era uscita, e che non sapevo nulla del biglietto. Agganciai. Tradito; mia moglie che se ne andava con un altro, ed io solo con la bambina, con il lavoro, con la casa da mandare avanti. E a lei di tutto questo non le importava nulla, lei se ne sarebbe andata, un calcio a tutto e via, una nuova vita... Cosa avrei detto a Caterina un giorno? Come le avrei spiegato che non ero stato un buon marito per sua madre, e lei cosa mi avrebbe risposto? Mi avrebbe odiato, perché la mamma era andata via per causa mia... Amelia uscì dal bagno. Venne in cucina, io le davo le spalle, ero al lavello, le dita delle mani chiuse sul bordo di metallo, strette come gli artigli di un falco sul topo appena catturato, le nocche sbiancate dalla tensione. Mi parlò, mi chiese chi era al telefono. Ed io avevo una furia dentro, una rabbia che riuscivo appena a trattenere al disotto della mia pelle, mi trasudava dai pori, la potevo sentire colare, scivolare lungo le mie braccia, come sudore di lumaca. Ed era tutta per lei, per quella donna... Provai, provai a resistere, a restare me stesso. Provai a far muovere la lingua per cercare di parlarle, di capire... Ma cedetti! Agguantai la prima cosa che mi capitò in mano, la bottiglia dello spirito aperta, e voltandomi gliela scagliai contro. Stava fumando... Un istante dopo era una brace urlante, l'accappatoio che indossava era come paglia tra le fiamme. Io guardavo senza fare nulla, non ci credevo. Le avevo detto più di una volta che il fumo fa male, ma non intendevo in quel modo. E quel ceppo di fuoco continuava ad urlare, e ovunque si poggiava rimanevano orme nere e fiammelle, devastanti segni del suo passaggio. Era veramente successo che la sigaretta aveva incendiato l'alcool? La bottiglia era aperta, ma poteva essere solo uscita qualche goccia. Nulla che potesse giustificare una tale distruzione... E invece Amelia stava rosolando davanti ai miei occhi. Vedevo chiaramente i capelli ardere, arricciarsi e sparire. E quella puzza orrenda di pelo e carne bruciata... Se me lo avessero raccontato ci avrei riso sopra, ma era tutto vero. Come poteva essere? Stavo uccidendo mia moglie! Barcollò per qualche passo, poi uscì dalla cucina; lasciò fiamme dietro di se, e sul tappeto in salotto, e sul divano e sulle poltrone. Capii subito le sue intenzioni, e una pioggia di ghiaccio scivolò sulla mia schiena, costringendomi a muovermi, a correre verso di lei, verso la sua folle destinazione: la stanza di Caterina... Il fuoco frenò la mia corsa, le fiamme in salotto si erano allargate in fretta sul tappeto e sul divano, ed ora iniziavano a graffiare i mobili. Ed intanto Amelia era già in camera della bambina, e si chinava su di lei. E la vidi, mentre le faville mi bruciavano gli occhi, la vidi chinarsi su Caterina, toccarla, e già le fiamme si allargavano sulla culla, poi la prese, in braccio, la strinse nel suo materno e caldo abbraccio... In città si parla di un folle, di un maniaco che uccide le ragazze giovani, che deturpa i loro corpi, che le sfregia. Ma se osservassero più attentamente scoprirebbero che io non sfregio i corpi, ne prendo solo dei pezzi. Certo, lo faccio in maniera un po' grossolana, come quella volta che per togliere gli occhi a quella biondina ho usato i rebbi di una forchetta, per far leva sotto le palpebre. O quell'altra volta che ho usato le punte di una forbice, ficcandole sotto le unghie per poterle togliere meglio. Tutti questi pezzi mi servono. Un giorno mi fermerò, quando sarà tutto terminato, ma quel momento è ancora lontano. Mancano ancora tante parti. Domato l'incendio nessuno riuscì a trovare il piccolo corpo di Caterina. Dissero che era stato consumato dalle fiamme, che l'incendio era stato troppo intenso, e che io ero vivo per miracolo. Una fortuna che avessi avuto la prontezza d'animo di correre in bagno, aprire tutta l'acqua e bagnarmi con la doccia, cercando di resistere al fumo con la finestra aperta. Tutto questo mi dissero mentre correvano a spengere l'incendio, nella confusione dell'azione, e fortunatamente nessuno si prese la briga di esaminare il piccolo fardello carbonizzato che tenevo stretto tra le mie braccia. Ora quel fardello, tanto minuto, è qui davanti a me, dentro la piccola culla nuova, profumata di pulito, che ho comprato per lei. Quel piccolo fardello che ora sto ricostruendo, pezzo per pezzo, un paziente mosaico composto dalle parti migliori che posso trovare in giro, nella città.