Natale, freddo…
La sera era arrivata da poco. Il vento, come un torrente impetuoso di ghiaccio secco, si divertiva a scorrere veloce tra i palazzi, e a ghermire e strappare la pelle gelata dai volti delle persone. Era inutile cercare di ripararsi da quell'aggressione con sciarpe o cappelli: il minimo lembo di pelle lasciato scoperto, era strappato e trascinato via dal ghiaccio.
Camminando tra quel ghiaccio Enrico si stava allontanando dall'ufficio, diretto a casa. Aveva passato un'altra giornata a potenziare la memoria dei computer della sua ditta. I primi tempi gli piaceva quel lavoro, ma ora era diventato solo noiosa routine di giornate passate tra schermi e telefoni. La sera, uscire dall'ufficio, situato al quarto piano di quel grande, antico, palazzo del centro, era una benedizione per il suo cervello.
Una serata fredda, e lui era costretto a tornare a casa con i mezzi pubblici. La sua Panda lo aveva abbandonato il giorno prima, rifiutandosi di partire e lasciare il suo posto lungo il marciapiede, davanti la casa di Enrico. Così adesso si era concessa una vacanza da Ezio, il meccanico che stava due isolati dopo la casa del suo padrone…
Camminava verso le scale della metropolitana. C'era molta gente intorno a lui, tante persone indifferenti a ciò che succedeva intorno a loro, tutte prese dalla loro vita, dal loro vagare verso una meta, o forse senza una meta, travolti dalle loro esistenze, sempre uguali, giorno dopo giorno. Gente come lui, con la sua famiglia, la casa, il mutuo da pagare…
"Mamma mia che pensieri la sera di Natale… Piuttosto devo trovare un regalo per Antonietta… Devo passare dal gioielliere, avrà qualche cosa di carino…" Pensava mentre scendeva le scale della metropolitana. Mostrò il biglietto al controllore, e si diresse verso la banchina.

Ancora gente, tanta gente… Doveva essere da un po' che non passava la metropolitana. Molte persone erano poggiate, stanche, ai muri, in attesa. Un gruppetto di ragazzi si era portato uno stereo e la musica rimbalzava dalle pareti alle volte del tunnel; vedeva i giovani accennare qualche passo.
"Quando andavo anche io in discoteca… Ne è passato di tempo, saranno quasi dieci anni che non entro in un locale! Ad Antonietta non piacciono le discoteche, i pub. Però mi piacerebbe andarci. Un giorno ci vado, la lascio a casa e via…"
Ancora nulla, e l'impazienza cominciava a farsi sentire. Gli dolevano i piedi, non vedeva l'ora di togliersi quelle maledette scarpe, di sdraiarsi sul divano davanti alla televisione.
Poi una lieve brezza, un soffio che cresceva, prima appena una sfioritura sul volto, piacevole… Poi sempre più forte, insistente. Potente; una massa d'aria spinta da un maglio, dal convoglio in arrivo.
"Finalmente!" pensò Enrico. Lontano il riverbero dei fari sulle rotaie. Ed eccolo, il treno, veloce e preciso, determinato e spietato. Enrico si fece vicino all'orlo della banchina, e si fermò: la metropolitana non accennava a rallentare. Il primo vagone sfrecciò davanti a lui, e tutti gli altri in corsa, in un assurdo inseguimento di lamiere. E via. Il convoglio se ne era andato, e tutto ciò che era rimasto nella mente di Enrico era il ricordo del conducente: gli sembrava che lo avesse fissato. Nel lasso di tempo in cui il locomotore era passato davanti a lui, in quei brevi istanti, Enrico aveva avuto la chiara sensazione di essere sotto lo sguardo del conducente. Eppure non riusciva a ricordare nulla di quel volto, solo una strana sensazione, un disagio diffuso in tutto il suo animo. Come la sicurezza di un'infinita tristezza che gli riempiva il cuore; era certo, in fondo al suo animo, che sarebbe finito tutto…

Poi si voltò a guardare le persone sulla banchina. Ad ascoltare le loro parole.
-Ma quando passa questa metropolitana, sono già dieci minuti che siamo qui!- Una madre parlava alla sua bambina, mentre la teneva per mano, la piccola non sembrava molto interessata alla faccenda, lo sguardo perso in fondo al tunnel.
"Dieci minuti?" pensò Enrico, "ma è passata adesso! Ma che sono ciechi, non l'hanno vista?"
Era passato il convoglio, ad una velocità assurda. Il risucchio d'aria l'aveva quasi fatto barcollare e cadere a terra, e loro non si erano accorti di nulla?
Eppure eccoli li, accanto a lui, spazientiti dall'attesa, nervosi, pronti a scalciare e menare le mani al minimo cenno di discussione. Le persone che aspettano per molto tempo diventano subito irascibili.
Erano ormai sei minuti che era la sotto. Sembravano pochi, ma trascorsi ad attendere non passavano mai.
Si aggiustò l'impermeabile, facendo finta di nulla, cercando di assecondare, con le sue azioni, le persone che si aspettavano da lui un comportamento normale. Si sentiva come se tutti lo stessero guardando, come se tutti stessero pensando che era strano, che lo dovevano tenere d'occhio, che gente così da di matto per poco. Ma sapeva benissimo che, in realtà, nessuno lo stava controllando: quelle persone avevano altro cui pensare, per esempio alla metropolitana che non passava.

Poi l'aria, il venticello, quella brezza che lo prendeva al volto, che spingeva indietro i suoi capelli. Ed ecco i fari. Ecco, stava arrivando, e tutto sarebbe stato normale. Poi a casa sua, e li la vita sarebbe continuata come sempre.
Apparve il muso del convoglio, correndo verso di lui, lievemente più lento di prima. E di nuovo il conducente lo fissava, ed ora i lineamenti del suo volto erano meno sfuggenti, ora poteva dargli una fisionomia, anche se imprecisa. E nel fondo della sua mente ci fu un suono, un campanello d'allarme. Poi il locomotore sfrecciò via, e cominciarono a scorrere davanti ai suoi occhi i vagoni. E vide bene, molto bene cosa c'era dentro quelle carrozze: gente, urlante, sanguinante, straziata. I corpi lacerati, sbranati da quelle braccia inumane. Le carni strappate via e gettate verso i finestrini mezzi chiusi. Un fiotto di sangue segnò il viso della bambina in attesa sulla banchina, ma né lei né sua madre si accorsero di nulla. E tutto quel rosso che si scioglieva fuori dai finestrini in corsa, decorava le fiancate esterne del treno, ghirigori adatti al periodo natalizio. Enrico osservava tutto questo con gli occhi sbarrati. Il sangue schizzò ai suoi piedi e lui si ritrasse, d'istinto, dal bordo della banchina, evitando di toccare con la punta delle scarpe il vermiglio che si era disegnato sul pavimento coperto di gomma nera. Il treno sparì nel buio del tunnel di testa. La metropolitana era passata di nuovo.
Era finita. Era passata anche questa. Ma ora era stato diverso. Enrico aveva visto, la sua mente aveva registrato ogni immagine, ogni frammento di quel quadro impazzito. Tutto stampato nel suo cervello, un tatuaggio marchiato a fuoco nella sua sinapsi: la carne, il sangue, le urla, il dolore.
Era fermo sulla banchina, immobile, con lo sguardo perso nel vuoto davanti a se. Percepiva la presenza delle altre persone, ma erano così lontane da lui. Sentiva il borbottio dell'impazienza, planare tra la gente, ma non poteva interessarsene. Sapeva benissimo che gli altri non avevano visto il convoglio.
Ma il convoglio aveva visto lui, lo aveva fissato negli occhi, ed il conducente gli aveva sorriso… E ancora i lineamenti di quel conducente non gli erano chiari, si rincorrevano nella mente, come un sogno impreciso, del quale voleva rimettere insieme varie immagini, sfocate, tremolanti, ma che, sapeva, poteva riconoscere se avesse guardato meglio, per qualche istante in più. Solo qualche istante e avrebbe ricordato…
Le persone erano nervose, molti annunciarono che era quasi un quarto d'ora che non arrivava nulla. Ma Enrico sapeva che qualche cosa era arrivata.
E se fosse pazzia? Era possibile che la malattia mentale potesse presentarsi con tanta velocità? Forse c'era qualche cosa nel suo cervello che agiva da tempo, e solo ora il tutto era collassato. Ma così? Senza dolore? Senza neanche una nausea o un giramento di testa? Gli sembrava assurdo. Oppure era stato tutto vero, aveva veramente visto un treno fantasma, e questo era ancora più assurdo…
Leggeva molti libri, soprattutto storie dell'orrore. In quei libri c'era un protagonista che doveva combattere contro un cattivo, un mostro, il male in generale. E alla fine della storia, quando il mostro era sconfitto, c'era una ricompensa per l'eroe, una crescita interiore, la consapevolezza di essere più forte, più maturo, e di poter affrontare meglio la vita.
Ma quello non era un racconto, non ci sarebbe stata alcuna crescita interiore per lui. Era una persona comune, con la sua vita di gioie e problemi, come tutti. Una vita semplice, senza pretese. E allora cosa c'entrava quel treno? Cosa voleva da lui? Che motivo aveva di presentarsi davanti ai suoi occhi e sconvolgerlo?
Una voce risuonava nella sua testa.
(Vuole solo te!)
Perché? Voleva sapere perché? Che scopo aveva?
(Esci, vai a piedi o chiama un taxi…)
Ma non riusciva ad ascoltarla. E poi voleva restare, vedere, sapere come sarebbe finita!

Vento, lieve, poi sempre più forte. Vide un foglio di giornale rotolare tra i binari, spinto dalla colonna d'aria che stava per riversarsi fuori dal tunnel, ambasciatrice del convoglio che di li a poco sarebbe arrivato. Il convoglio, quel treno morto, che stava tornando, solo per i suoi occhi. Ed ecco i fari, il rumore sferragliante delle ruote sul ferro dei binari. Tutto correva verso di lui. Ed apparve la testa del convoglio. Ed Enrico vide il volto del conducente, vide quel sogghigno, quei denti fini come aghi, quella testa tesa, la pelle liscia e glabra, gli occhi vuoti e neri, le orecchie tese, schiacciate sul cranio, tirate verso la nuca, quel collo così magro che potevano vedersi le sagome delle vertebre. E poi la mano, il palmo rivolto verso l'alto, le dita chiuse, a parte l'indice che si fletteva come ad invitarlo ad avvicinarsi, piano, in silenzio.
Ed Enrico lo fissò, fino a che non scomparve alla sua vista. Ed ora il treno, il sangue e le urla di strazio erano davanti a lui.
E la metropolitana si fermò. Le porte si aprirono di fronte a lui, ed il suo olfatto venne aggredito dall'odore nauseante della carne cruda, marcia. Le urla di uomini e donne, dentro la carrozza, riempirono le sue orecchie. Vide quelle persone che lottavano, per allontanarsi, sfuggire a quelle braccia invisibili. Alcuni si gettarono verso la porta aperta, ma una barriera invisibile sembrava bloccarli. E loro ricadevano indietro, tra quelle braccia che continuavano a depredare i corpi.
Enrico avanzò, lento incerto, poi fece un altro passo, più deciso.
La carrozza era di fronte a lui, la gente urlante dentro.
Vento dal fondo del tunnel, sempre più forte.
I fari brillarono e crescevano sempre di più. Correvano verso la fermata.
Un altro passo.
E la donna dietro di lui disse:
-Finalmente!-
Un altro passo verso quelle porte spalancate.
Il fischio del treno risuonò nella metropolitana come un urlo disperato.
Ancora un passo, deciso, sicuro come la voglia di vivere.
E la donna dietro di lui disse:
-ATTENTO!!!-
Ed in quel momento Enrico mise piede sulla carrozza, oltre la banchina, nel vuoto, davanti al treno in arrivo.
Il fischio dei freni, forte come l'urlo di mille donne in travaglio.
In un istante il corpo del ragazzo esplose in una fontana rossa, mentre le porte del treno fantasma si chiudevano alle sue spalle.
Facendo di lui un nuovo passeggero di quel convoglio.
Per un viaggio senza fine, che sarebbe durato in un dolore eterno.