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Era triste. Sconsolata. Il vuoto che le aveva lasciato nel cuore era enorme, insopportabile. Nonostante lui fosse morto da più di due anni, il dolore le bruciava dentro. A nulla era servito l'aiuto, e l'amore, che Federico le aveva dato. Franca viveva ancora nel ricordo di Romeo. E quando era a letto, tra le braccia di Federico, era Romeo che voleva baciare. Non che non volesse bene a Federico, questo no. Ma Romeo aveva lasciato un solco nel suo cuore, e nessuno sarebbe riuscito a colmarlo. Franca lo ricordava, lo sognava, lo viveva. Ed il dolore era l'unico padrone della sua vita. Un padrone dal quale non sapeva liberarsi. Non voleva parlare del suo dolore con Federico, non le sembrava giusto. Lui era tanto buono con lei, e faceva di tutto per renderla felice. Ma certe cose non si riesce mai a cancellarle. Si calmano, si addormentano, ma prima o poi tornano a galla. E sanno fare ancora più male. Non è vero che il tempo guarisce le ferite. Le rende solo più sopportabili. Ed a volte neanche quello. E sempre, davanti agli occhi, la scena del camion che travolse Romeo. Ogni sera, un frammento, un fotogramma alla volta, come un film proiettato all'infinito sullo schermo della sua memoria. Quelle repliche non sarebbero mai finite nel cinema dei suoi ricordi. Un cinema che con il tempo diventava vecchio, polveroso; ma sotto il sudario degli anni conservava intatto il suo antico splendore. La nostalgia è dura a morire. Era li, seduta sul divano, con quel volantino in mano. Glielo aveva dato un ragazzo, in strada, quel pomeriggio, mentre era andata a fare la spesa. Lo aveva preso distrattamente, mentre pensava a cos'altro doveva comprare per la cena. Non gli aveva neanche dato un'occhiata. Lo aveva preso meccanicamente, e lo aveva infilato nella busta della spesa. Di solito li buttava, ma questa volta lo aveva tenuto, senza neanche accorgersene. Era stato un gesto del tutto istintivo. Sul volantino era disegnato un telefono cellulare, con dei simboli simili a fulmini, come se dai buchi del microfono lanciasse scosse elettriche mortali. "Chiama chi vuoi risentire!!!" urlava lo slogan del volantino, stampato a lettere slanciate, eleganti, sopra il disegno del cellulare. In basso c'era un numero da chiamare: 090-47.17.13 Rispondeva la MEDI-Um.SpA., società di telecomunicazioni, in questo ed altri mondi! Franca fissava quel volantino. Pensieri si rincorrevano nella sua mente: chiamare quel numero; cosa significa "altri mondi"; chi voglio risentire... Chi? Chiunque? Non chiunque, ma una sola persona. Romeo le si affacciò alla mente, e subito le venne una stretta al cuore. "Vorrei sentirti, sapere come stai..." Una lacrima le scivolò giù dall’occhio. E l’amarezza fece il suo ritorno nell’animo di Franca. E con essa tornarono i ricordi dei giorni trascorsi con lui: al mare, a spasso sulla spiaggia; le cene al ristorante cinese, che lei odiava, ma che lui amava. Andare a quelle cene era la sua "prova d’amore", diceva lui. Il vento autunnale soffiava tra gli alberi, facendo cadere le foglie dorate come una pioggia di grossi coriandoli. Franca era seduta sul bracciolo del divano. Il lume, che si trovava sul mobile accanto al bracciolo, emanava una luce discreta, pacata. Prese la cornetta dal telefono accanto al lume, ebbe un fremito, poi compose lo 090-47.17.13. Rimase in attesa. Nella sua mente si rincorrevano i pensieri come cavalli impazziti: poter di nuovo sentire la sua voce. E dopo avergli parlato, chissà, forse avrebbe anche potuto... Le rispose una voce fredda, metallica, registrata. -Grazie per aver scelto il nostro servizio. Dopo il segnale acustico componga il numero con il quale vuole entrare in contatto. La preghiamo di attendere...- Rimase seduta sul bracciolo, in attesa. Il cuore le pulsava all’impazzata. Non voleva attendere, voleva parlare con Romeo, ora e subito. Sentì il segnale fischiargli nell’orecchio. Si gettò sulla tastiera per comporre il numero, come una drogata in crisi d’astinenza, pronta a ricevere la dose di cocaina tanto agognata. Le dita scivolarono sui tasti, componendo il numero del cellulare di Romeo. Franca rimase in attesa... Poi guardò fuori, oltre la finestra. Il vento che scivolava tra i palazzi, veloce e sinuoso come un serpente di mare. "Ma cosa stò facendo..." si disse. Lentamente posò la cornetta sulle forcelle. Non udì mai il segnale di libero che risuonò nel microfono. Lontano, nel cimitero sulla collina, circondata dalle nebbie, echeggiò lo squillo di un cellulare. In quel momento non c’era nessuno tra le tombe a piangere i propri cari... Franca si stava preparando a fare la doccia quando, circa due ore dopo quella chiamata, suonarono alla porta. "Chi può essere?" Pensò. Lanciò uno sguardo all’orologio: erano le 17.38. Non poteva essere Federico, sarebbe tornato dal lavoro solo tra due ore, alle 19.30 circa. Forse era Adele, l’eterna amica di scuola, che veniva ancora a trovarla, nonostante il liceo fosse finito ormai da dodici anni. Adele continuava a farsi vedere, piombandole a casa senza alcun segno di preavviso. Arrivava, si impiantava sulla sedia della cucina (quella accanto alla finestra), e cominciava a sciorinare le sue chiacchiere: ricordi di compiti in classe, assemblee d’istituto, scioperi ed autogestioni. E i loro compagni, gente che Franca non vedeva da anni, ed i cui volti cominciavano ad appannarsi nella sua memoria. Ed in fine, immancabilmente, Romeo. L’eterna tiritera di: Come ti senti ora? (Da schifo, come sempre!) Bene grazie. Ti manca ancora? (Si, da morire!!!) Un pochino, ma sai con il tempo ci si abitua a tutto. Vedrai, che passerà. (No che non passa, lo sogno ogni notte della mia vita.) Si, lo so, devo andare avanti... Odiava le visite di Adele! Uscì dal bagno, diretta verso la porta di casa. -Un attimo Adele,- urlò verso la porta, -ero in bagno...- Arrivò alla porta e tolse il catenaccio, pronta a sorridere all’amica. Quando aprì la porta il sorriso le morì sulle labbra. La prima cosa fu l’odore, il tanfo insopportabile, nauseante, che si aggrappò alle sue deboli narici, mai aggredite in quella maniera oscena. La seconda cosa ad essere offesa furono gli occhi, costretti a dover subire la vista di quello strazio. Ed infine, il cervello, sconvolto dalla logica che gli impediva di capire cosa stesse succedendo. Romeo era lì, davanti a lei, in piedi sulla soglia. E lei fissava i suoi occhi vuoti, inesistenti. Le due pozze nere, lasciate al loro posto, dalla putrefazione che si era mangiata i globi oculari del cadavere . -Ciao Franca, - biascicò, la voce gorgogliante, simile ad uno scarico intasato , -sono tornato a casa...- Franca si portò una mano alla bocca ed urlò, un urlo muto, un sibilo che raggiunse le sue stesse orecchie, come proveniente da una terra lontana: una terra di sogno, d’incubo. Il cadavere avanzò verso di lei. Il piede si mosse con un rumore acquoso, simile ad un grappolo d’uva schiacciato con una mano. Lo stesso rumore sembrava provenire dallo stomaco di Franca, rivoltato dal disgusto. Entrò in casa, chiuse la porta alle sue spalle, muovendosi lentamente, lasciando frusciare gli abiti, o quei pochi stracci che ne restavano. Franca non urlava più ora, ma continuava a tenersi la mano alla bocca. Lui le si fermò davanti. Le sorrise ( o così le sembrò). -Sono io... Romeo!- Franca fissava le orbite vuote, poi fu come se un lampo le rischiarasse la mente. Capì. Il suo cuore si allargò, come a voler incamerare una dose di aria pura, cristallina. Le sgorgarono lacrime dagli occhi. E sorrise. Distese le braccia verso di lui, Romeo inclinò la testa di lato, come faceva sempre (da vivo) quando voleva far finta di non capire quello che lei gli aveva detto. Poi Franca si gettò tra le sue braccia. E pianse. Di gioia, di felicità infinita, di amore. Nascose il suo volto nell’incavo putrefatto del collo di Romeo, lo bagnò con le sue lacrime, mentre lui ricambiava l’abbraccio. Era tornato, era lì per lei, ed ora non lo avrebbe più lasciato andare via. Mai più. Potevano avere una seconda possibilità, ricominciare ciò che non avevano mai potuto finire. Vivere insieme. Si staccarono, lei lo continuava a fissare con gli occhi lucidi. -Mi sei mancato, mi sei mancato da morire. Non ci posso credere che sei qui, non è possibile. Ti prego, fa che non sia solo un sogno...- -No, non è un sogno, sono qui, e non ti lascerò, mai più.- Lei sorrideva, radiosa. E lo baciò. Le loro labbra serrate insieme. La lingua di lei che scivolava nella bocca putrida di lui, tra i suoi denti marci, cercando la sua lingua arida, finchè non la trovò. E rimasero a baciarsi, in un sogno di passione che Franca non aveva più provato da tanto tempo. Si staccarono, lui la fissava. -C’è una cosa che devo dirti...- le disse. Il tono della sua voce, del suo gorgoglio, era diventato triste. -Che cosa? Non te ne vorrai andare di nuovo?!- Franca era allarmata, terrorizzata dall’idea che il suo amore potesse andare via una seconda volta, e, probabilmente, per sempre. -Non si tratta di questo, anche se il motivo, in fondo, possa sembrare lo stesso.- -Parla, ti prego...- Franca si rese conto che le sue lacrime di gioia si stavano per trasformare in lacrime di dolore. -Ascoltami bene, cerca di capirmi. Non posso vivere così...- le disse -...devo nutrirmi.- -Che significa?- -Il processo di putrefazione del mio corpo è lento e costante. Le mie cellule muoiono, e devo sostituirle in continuazione.- Franca ritrovò il sorriso. -Non ti preoccupare per questo, ti nutrirò io, troverò io il cibo per te. Basta che rimani in casa, penserò a tutto io.- -Non è così facile...- Romeo rimase in silenzio, la testa chinata, in meditazione, come a voler cercare le parole giuste. Alzò la testa e la fissò con il vuoto dei suoi occhi. -Io mi devo nutrire di carne umana...- 19,38. Le lancette segnavano l'ora come indici accusatori. Le chiavi sferragliarono nella serratura, girarono, la porta di casa si aprì. Federico entrò nell'ingresso. -Franca, sono tornato...- Posò le chiavi sul mobile accanto alla porta, posò la valigetta accanto al mobile ed attaccò il soprabito all'attaccapanni. Si guardò intorno. La casa era silenziosa, in attesa. Non sentiva, non riusciva a sentire i rumori che solitamente giungevano dalla cucina. Franca era uscita. Strano, non era sua abitudine uscire a quell’ora. Ma forse era venuta quella sua vecchia amica del liceo, una visita a sorpresa, come al solito, e questa volta aveva costretto Franca a seguirla in qualche giro di negozi. Fece un passo, e le suole delle sue scarpe slittarono sul pavimento, come se ci fosse stata la cera. Federico abbassò gli occhi e vide del liquame. Dal colore sembrava grasso per le macchine, tra il grigio ed il marrone, ma l’odore che ora cominciava a sentire era quello della carne lasciata a marcire all’aria, per lungo tempo. Le mani, dure, ossute, lo presero al collo, da dietro. Federico lanciò un gemito, nulla di più. Barcollò e cadde a terra, sulla schiena. Urtò con il piede la valigetta, che cadde con lui. Non aveva la minima idea di cosa gli stesse succedendo, era stato tutto troppo veloce. Come un’apparizione vide quella bocca aperta, spalancata, piombare su di lui. Vide quei denti marci. Sentì l’alito puzzolente di morte ferire le sue narici. E sentì le fauci chiudersi sulla sua spalla. Attraverso il tessuto della giacca, i denti si fecero strada lacerando, penetrando come lamette attraverso la carne. Il bruciore di mille tagli infiammò la mente di Federico. Urlò. Colpì, con la mano aperta, quel volto: voleva allontanarlo da lui. Quell'alito lo faceva stare male più dello squarcio nella spalla. Il suo indice affondò nella putrefazione dell’occhio del mostro. La testa del morto si ritrasse con un grugnito, le mascelle serrate su un grosso brano di carne sanguinolenta. Federico stramazzò a terra, portandosi la mano sulla rossa distesa, spugnosa e lucida, che aveva ora al posto della spalla sinistra. Il sangue scorreva a fiotti dalle sue dita, che cercavano disperatamente di tenerlo nella ferita, ma lui si divertiva a scivolare fuori, da quella stupenda, enorme via di fuga. Gli sembrava di avere dei tizzoni ardenti dentro la sua spalla. Il mostro fu di nuovo su di lui, e Federico gemette. Ancora quell'odore di fogna, di topi al lavoro tra gli scarichi, a divorare avanzi marci. Vedeva quel volto avvicinarsi inesorabile, come la locomotiva di un treno a tutta velocità. I denti affondarono nella tenera cartilagine dell’orecchio, e lo strapparono via. La guancia destra divenne cremisi, l'assurdo trucco di un clown impazzito. Federico sentì il sapore ferreo del sangue scivolargli in bocca, annegando l’urlo che stava per emettere, trasformandolo in un liquido gorgoglìo. Adesso i tizzoni ardenti erano nella sua testa. Spingeva con le mani le spalle dell’essere, per tenerlo lontano da lui, dalla sua vita, ma non ci riusciva. Quell’essere, vergognoso resto di un uomo, osceno simulacro di una vita terminata, ma che non si arrende all'evidenza della morte, non si allontanava dal suo collo, anzi, al contrario. Di nuovo, il morto si avvicinava al vivo. Gli occhi di Federico fissi nei pozzi neri delle orbite del cadavere. Poi il bacio, l’ultimo addio alla vita del vivo. I denti, freddi e taglienti, si strinsero sul collo di Federico. E quello fu l’ultimo dolore che percepì prima che l’incoscienza calasse su di lui. Adesso, nella casa, si udivano soltanto i soffici rumori della masticazione. Franca si avvicinò a Romeo, lui le dava le spalle, ancora chino a terra, intento nel suo pasto. Lei si chinò e gli posò una mano sulla spalla, delicata come una farfalla che si posi su un fiore. Lui si voltò a guardarla. Distese le aride labbra in un sorriso. -Come ti senti adesso?- gli chiese. Lo fissava con gli occhi gravidi di amore. -Meglio...- le rispose semplicemente, con la voce impastata di sangue. Si alzò, e le fu di fronte. Lei gli posò entrambe le mani sulle spalle, e le intrecciò dietro la nuca di Romeo. Si fissarono, in silenzio. Non avevano bisogno di parlare, sapevano cosa volevano dirsi, e conoscevano le risposte. Poi Franca lo attirò a se, lo strinse. Romeo esitò un istante. Poi la baciò. Ai loro piedi il cadavere spolpato, martoriato, di Federico. Lenzuola bianche, ormai sporche di sudore e putrefazione. I due corpi stretti, in un abbraccio infinito. Nudi, l’uno sull’altra. Baci profondi, le lingue avide delle bocche dell’altro. Lei lo baciava, baciava la sua bocca, le sue labbra ritratte sulle gengive, la sua lingua dura, ruvida come carta. Ma l’amore che li avvolgeva non conosceva la repulsione. I corpi che strusciavano l’uno contro l’altro, i seni di lei contro le costole incrostate di terra e carne secca di lui. Lui che passava le sue dita scheletriche tra i capelli di lei, e lei che cercava la mano di lui, per potergliela baciare, leccare. Gli baciò le guance, il collo, il petto, scese giù, fino a quello che una volta era l’ombelico, e poi più giù, per risalire, e tracciare una scia di saliva sul corpo del suo amore. Saliva che veniva subito assorbita dai tessuti secchi, avidi di liquidi. La passione enorme, la gioia di Franca senza limiti. Era li con il suo amore, ancora, dopo tanti anni. Di nuovo felice. E lui scivolò dentro di lei... Il movimento dei loro corpi, come serpenti in una danza di spire. Poi l’urlo. L’orgasmo. Erano stesi nel letto, vicini. Franca lo guardò. -Cosa hai, sei triste?- Lui si voltò a guardare il soffitto, Franca si poggiò su un braccio. -Cosa c’è, non vuoi dirmelo?- Gli sfiorò la fronte rugosa, priva di pelle. Giocherellò con la punta dell’indice su un pezzo di osso del cranio. -Non posso restare...- Franca sgranò gli occhi. Era come se avesse ricevuto un pugno allo stomaco. (Come se le avessero detto che il suo ragazzo era appena stato travolto da un camion...) -Come dici?- -Devo andare via. Non posso stare con te, ho bisogno di nutrirmi, sempre. Sarebbe pericoloso per te. Se ci scoprissero ci dividerebbero, o peggio...- -No, non voglio...- Le lacrime scesero sulle sue guance. Si portò una mano agli occhi per asciugarseli. Lui le sfiorò i capelli. -Capisci che non posso restare?- Lei alzò lo sguardo, freddo, calcolatore. -Verrò con te!- -Ma...Non puoi... Tu non sei come me.- -Lo sarò. Hai detto che devi nutrirti in continuazione?- Lui la guardava, sapeva che cosa voleva che lui facesse. Ma non poteva farlo, non a lei. Ma Franca non voleva cedere. -Puoi farmi simile a te... Ti amo troppo, non potrei vivere con l’idea di non rivederti più. Specialmente ora che ti ho ritrovato. Non lo permetterò. Saprei che tu sei vivo, che cammini per il mondo, ma non accanto a me...- Era seduta di fronte a lui. -Ed ora, se è vero che mi ami, fallo. Subito!- Romeo la fissava, le accarezzò la guancia. Le sfiorò le labbra con un bacio. Continuò a guardarla. Decise che era giusto farlo, per lei. Non poteva pensare che una volta tornato, lei lo avrebbe lasciato andare una seconda volta. E poi non lo voleva neanche lui. Ma il pensiero di farle male... No, neanche lui voleva lasciarla. Averla rivista lo ripagava di tutto il dolore che la morte gli aveva dato, strappandolo a lei. Adesso, nel suo marciume, si sentiva ancora una volta vivo. Rimase a guardarla, lei così bella, così luminosa, così fresca. Non voleva lasciarla, non voleva morire ancora e restare solo. Voleva vivere, o morire, con lei. Le si avvicinò, ebbe solo un momento di esitazione. Lei con gli occhi chiusi, in silenziosa attesa, impassibile e risoluta. Affondò i denti nel suo seno. "Chiama chi vuoi risentire" 090-47.17.13 Il vento scuoteva le fronde. Il gatto scivolò, tra le tombe, cercando di raggiungere il topo che gli toccava per cena. Il sole brillava nel dorato arancione del tramonto, mentre i corvi volavano ai loro nidi. Un mulinello di foglie volò tra i cespugli. Ed il telefono squillò nel cimitero. Un movimento nella terra, un fremito. Poi qualche cosa si mosse, ritornò alla vita. E nella bruma della sera, insieme, si allontanarono, mano nella mano, per sempre. In un sogno d’amore eterno. |