"Caro amico,
ti scrivo per raccontarti alcuni fatti che non esito a definire strani.
Sai che già da un certo periodo vivo a Roma, mi sono trasferito qui circa tre mesi fa'. Ho trovato un appartamento al secondo piano di un palazzo della periferia. La porta del mio appartamento non dà su un normale pianerottolo, ma comunica direttamente con l'esterno, con una scala di metallo che arriva fino alla strada. Non capisco il perché di questa scelta strutturale, ma la cosa non mi dà particolarmente fastidio.
L'appartamento non è che sia tanto grande: ha una stanza che uso per dormire e come studio, una cucina, un piccolo bagno ed un piccolo corridoio. La porta d'ingresso dell'appartamento è in metallo, ed è molto robusta.
La camera da letto, o studio, a seconda di cosa vi sto facendo, è illuminata da due lampade al neon, parallele, sul soffitto, due plafoniere per capirci. Sono poste perfettamente al centro del soffitto, parallele, a loro volta alla parete del letto.
Nella parete di fronte si trova la scrivania con il computer, mentre alla parete di destra si trova la finestra, quasi al capo del letto. Di fronte alla finestra, e quindi ai piedi del letto, si trova la porta della stanza.
Ti ho descritto la mia casa, perché ti sia chiara in mente tutta la sua planimetria, e la disposizione dei mobili; credo che così ti sarà più semplice capire i fatti che sto per narrarti nella maniera più esatta possibile, starà a te decidere poi se quello che ho vissuto è stata allucinante realtà o terribile fantasia.
Sai che mi sono trasferito in questa città per continuare i miei studi particolari, quel particolare interesse che mi porta a voler conoscere cose che la maggior parte delle persone neanche si sogna di voler sapere. Ricorderai dei discorsi che facevamo insieme la sera, discorsi su questo ed altri mondi, nascosti ai nostri sensi.
E' sempre stata una passione che ci accomunava, da quando ci conoscevamo, capisci, dunque, perché ho deciso di venire qui, quando ho saputo che potevo procurarmi una copia dei "Diari di Broderik", il negromante. Dopo vari giri in librerie antiquarie, robivecchi e cantine di privati, che mi rimandavano dall'uno all'altro, alla fine ho trovato i tanto aborriti diari.
Un vecchio me li ha praticamente regalati! Devo dire che mi sembrò ansioso di liberarsene, e da come si sono poi messe le cose non posso certo dargli torto.
L'unica cosa che mi ha detto dopo avermelo venduto è stata: attento al guardiano.
Sulla strada di casa ho molto riflettuto su queste parole, e mi è tornata alla mente la storia del negromante. Per chiarezza te la esporrò brevemente.
Anselmo Broderik visse intorno al 1325 d.C., la data di nascita non è nota. Fece studi occulti molto approfonditi, ed arrivò a crearsi una setta. Le persone che lo ascoltavano lo veneravano come un potente sacerdote. Fu nel 1489, più di cento anni dopo, che Broderik portò a termine i suoi studi, scoprendo l'ubicazione delle tre porte dell'Inferno, ma in quello stesso anno venne arrestato dalle autorità e condannato al rogo, e le sue ceneri furono disperse al vento. Ma non credo che questo sia bastato a fermarlo!
I diari sono racchiusi in un unico grande libro rilegato in pelle: la copertina è spessa, color ebano. Ho portato il libro in casa, ed ho cominciato subito a sfogliarlo.
Mi ha fatto un certo effetto aprire quel volume, come se una vibrazione mi attraversasse il corpo, ho provato come una scossa alla base della nuca.
Erano circa le ventidue quando iniziai a leggere le prime pagine del diario. Non so se in quel momento nel palazzo ci fosse qualcun'altro, ma credo di sì. Durante il giorno il tempo era stato bello, la mattina era assolata, l'aria fresca, ed anche il pomeriggio era passato senza cambiamenti climatici; ma verso sera dense nubi avevano cominciato ad oscurare il cielo, e già verso le 21 una fitta pioggerella aveva cominciato a cadere. Alle 22 il temporale era al pieno della sua potenza.
Io continuavo a leggere il testo, scannerizzavo sul computer le pagine che contenevano particolari disegni, figure e simboli di vari cerimoniali di invocazione e di protezione. Non mi accontentavo di copiarli, perché pensavo che magari potevo riportare delle proporzioni sbagliate, o non far caso a certi particolari, che sai anche tu quanto possano essere importanti i dettagli in questa materia. Una volta scannerizzati creavo un'icona per ogni simbolo, cosicché, premendo con il mouse sull'icona, il disegno desiderato mi appariva direttamente sullo schermo.
Continuavo a leggere il testo, a catalogare disegni, e non mi accorsi del tempo che passava, finché, con gli occhi appesantiti dalla fatica della lettura, non mi addormentai. Mi risvegliai qualche istante dopo, guardai l'orologio: era 1.07
Decisi di sdraiarmi, non volevo andare a dormire, la voglia di continuare a leggere era tanta; così mi stesi sul letto. Le due lampade al neon erano accese entrambi, voltai lo sguardo verso lo schermo del computer illuminato da una schermata verde, guardai il libro aperto sulla scrivania, poi tornai a fissare le due lampade. Potevo sentire la pesantezza dei miei occhi, e non potei più resistere al sonno che mi stava cogliendo. Chiusi gli occhi e mi addormentai.
Il tuono esplose con un boato assordante, sicuramente il fulmine era caduto nel parco di fronte a casa mia. Spalancai gli occhi, il cuore mi era salito in gola! La stanza era illuminata dalle due lampade, la porta che dava sul corridoio era aperta, ed oltre la soglia c'era solo il buio, una densa coltre di nero, come non l'avevo mai vista. Pensai che quell'oscurità non si sarebbe mai potuta illuminare, che avrebbe potuto inghiottire anche la luce di un faro da mille watt. Sentii che quel buio era il nero, l'annullamento di tutti i colori.
Mi voltai, faticosamente, verso l'orologio: erano le 2.36. Mancava ancora tanto all'alba. La pioggia rombava contro la finestra, mentre potevo sentire il vento urlare tra le vie della città. La tempesta era nel suo culmine più selvaggio. Ma c'era qualche cosa nell'aria che non riuscivo a decifrare, una sensazione di pesante attesa, ma non riuscivo a capirne l'origine. Finché non guardai il diario: un lieve bagliore viola si irradiava dalle pagine aperte! Volevo capire, vedere cosa fosse, ed allora cercai di alzarmi dal letto, e da qui ebbe inizio tutto. Ancora tremo al ricordo di quelle orrende sensazioni, ignorando ancora se si sia trattato di verità o di fantasia.
Come ti ho già scritto cercai di alzarmi dal letto, ma non ci riuscii. Il mio corpo si era fatto pesante, inerme. Il mio cervello diceva ai miei muscoli di muoversi, ma loro non lo ascoltavano, si rifiutavano di rispondere agli ordini del loro superiore.
Cercai di alzare una mano, ancora intorpidito dai fumi del sonno, ma mi sembrò come se pesasse centinaia di chili; piegai le braccia e mi issai sui gomiti, la testa mi cadde indietro, pesante. I muscoli del collo non riuscivano a sostenere il peso del mio capo, e rimasi così per qualche tempo, ed intanto nella mia mente i pensieri si rincorrevano: cosa mi succede? Sto ancora sognando? Tutto questo non può essere vero. A fatica voltai la testa verso il libro, emanava ancora luce, e mi sembrò che più passava tempo e più quella luce aumentasse d'intensità.
Sforzandomi rialzai la testa, poi feci scorrere le gambe di lato, finché, con un tonfo pesante, i piedi non caddero a terra. Ruotai il busto finché con le mani arrivai ad aggrapparmi alla spalliera ai piedi del letto, e tirando con forza mi issai a sedere.
Sempre appoggiandomi alla spalliera mi alzai in piedi, con uno sforzo sovrumano, e subito la testa mi prese a girare, vedevo la stanza ruotare attorno a me, mentre la tempesta infuriava contro la mia finestra. Allungai un braccio verso la sedia della scrivania, mi ci buttai sopra malamente, urtai un fianco ad un bracciolo, e rimasi lì, seduto scompostamente, incapace di mettermi comodo. Avevo la schiena indolenzita, ma non ce la facevo a mettermi in una posizione migliore, era come se una cappa di piombo fosse calata sul mio corpo. Mentre il libro continuava ad emanare luce viola.
Con un colpo di reni mi avvicinai alla scrivania, e mi accasciai sui gomiti, e cedetti, non volevo più muovermi.
Sentivo quel piombo fuso colarmi lungo le membra, fissandole per sempre nell'immobilità.
Poi il terrore dilagò nella mia mente: qualcuno, qualche cosa, stava salendo la scala fuori dal mio appartamento; potevo sentire chiaramente il rimbombo metallico dei passi sui gradini di ferro. Fu allora che ricordai le parole che quell'uomo mi disse quando mi diede il diario: attento al guardiano.
Il guardiano! Chi era il guardiano? Stavo forse per conoscerlo? Quale entità poteva aver evocato quel perverso Broderik a guardia del suo sapere? Sicuramente non avevo nessuna voglia di incontrarlo. Ricordai allora dei simboli magici che avevo inserito nel computer. Con uno sforzo sovrumano spostai il mouse, finché il cursore sullo schermo si posizionò sull'icona del simbolo che nei rituali offre protezione contro creature ultraterrene. E sullo schermo mi apparve una frase, una richiesta: APRIRE?
Era la prima volta che mi veniva richiesta questa cosa dal computer, rimasi a bocca aperta. Dovevo premere il pulsante "invio" sulla tastiera per poter aprire l'icona, solo allora il simbolo sarebbe apparso sullo schermo, e mi avrebbe offerto il suo aiuto.
Ed intanto il rumore dei passi si faceva sempre più vicino. L'unico rumore che riuscivo a sentire nel fragore della tempesta, che non riusciva a soffocarlo, ma anzi, lo esaltava.
Dovevo assolutamente premere quel tasto, vedevo la scritta "Invio" ondeggiare davanti ai miei occhi, ma la mia mano non si muoveva. La giuntura del polso era cementata. Rumori cigolanti provenivano dalla porta di casa, i passi si erano fermati fuori dal pianerottolo, la cosa, il guardiano era davanti alla porta, e stava cercando di entrare; dovevo fare presto, ma stavo male, tropo male. Dovevo premere quel dannato bottone, poter porre fine a quell'incubo.
Un tonfo. La porta dell'ingresso si era chiusa. Lui era entrato, anche senza vederlo sentivo che si trovava nel corridoio. Ero disperato, non riuscivo a focalizzare il bottone, il sudore mi bruciava gli occhi. Voltai la testa in alto e guardai il soffitto: una delle lampade al neon si era spenta, e metà della stanza, quella con la porta, era caduta nel buio. Era assurdo, ma era proprio così, metà della stanza era sparita in un nero senza fondo, l'unica cosa che vedevo ancora era la sagoma della porta che dava sul corridoio. Tornai a fissare la tastiera del computer, a cercare con lo sguardo il pulsante, mentre quella domanda insignificante continuava a brillare sullo schermo. Le lacrime cominciarono a sgorgarmi dagli occhi, vedevo tutto sfocato, e con il dito scorrevo sui tasti, sempre accasciato sulla scrivania, dovendomi sforzare per ogni minimo movimento. Premetti il pulsante sbagliato, mi voltai verso la porta, vedevo solo oscurità, ma sapevo che il guardiano era li, che da quella oscurità mi osservava con un ghigno beffardo, mi fissava e si divertiva del mio terrore. Perché non si faceva vedere, era così spassoso continuarmi a far soffrire in quel modo? Che mi prendesse allora, era meglio, che mi sbranasse, purché la smettesse con quella tortura.
E fu come se mi avesse ascoltato: dal buio, da quel nero infinito, emerse una mano simile ad una zampa di lucertola, con artigli sulla sommità delle dita.
La mano si posò sullo stipite della porta, e vidi due occhi rilucere nell'oscurità oltre la soglia: volevano me!
E quel ghigno atroce, quella voragine di denti brillanti, taglienti, bramava la mia carne. Non potevo vederlo, ma sapevo che era così.
Raccogliendo le ultime energie che mi erano rimaste strizzai i miei occhi per liberarli dalle lacrime, il vento si stava accanendo contro le imposte della finestra, spostai la mano verso la tastiera, lentamente, cautamente, fino a quando non fui sicuro di trovarmi, con l'indice indolenzito dallo sforzo, sul tasto giusto. Il boato del tuono mi fece trasalire, le mura della casa vibrarono, ma non spostai il dito. E con un gemito premetti "Invio".
Il simbolo apparve sullo schermo, sentii un rigurgito nella mia mente, e fu come se una trave di legno mi colpisse alla schiena. In quel momento il vetro della finestra andò in frantumi, poi persi conoscenza, e non seppi mai cosa successe veramente nella stanza.
Quando riaprii gli occhi mi trovavo sul letto. Le luci erano ancora accese, mi voltai verso la finestra, il vetro era intatto, e fuori il sole stava sorgendo, rischiarando il cielo sereno. Mi alzai dal letto, e mi guardai attorno: il computer era spento, e sulla scrivania non c'era nessun libro. Il Diario di Broderik era sparito, o forse non era mai esistito, forse mi ero inventato tutto, anche il vecchio che me lo aveva dato, anche il guardiano. Nella mia mente i ricordi si confondevano con la realtà e con il sogno. Mi colse un senso di vertigine, barcollai e mi appoggiai allo stipite della porta, ed allora vidi: quattro righe scavate nel legno. Quattro solchi paralleli simili ai graffi di quattro artigli.
Questo è tutto. Lascio a te il giudizio finale, per quanto mi riguarda non mi interesserò più a cose che non sono di questo mondo, e credo che sia giusto così.
Ti mando i miei più caldi saluti, e spero di sentirti presto."