Paola e Fabrizio scesero dal tram quando ormai l'ora di cena era passata da un pezzo. Erano le 22.36, ed i due cugini camminavano l'uno a fianco dell'altra, diretti verso casa di lei. Attraversavano la via illuminata dalle fredde luci dei lampioni, che spandevano la loro desolante illuminazione nell'isolato deserto.
-Cosa facciamo per cena?- chiese Fabrizio. L'aria gelida della sera penetrava fin nelle loro ossa.
Paola sembrò pensarci un attimo, poi rispose.
-Una bella caponata! Preparo io, tanto non ci sarà nessun altro: mamma e papà sono al paese e tornano domani, ed i fratelli sono a cena fuori, e mi sa che poi vanno in discoteca.-
-Casa libera allora. Possiamo vederci un bel filmetto, ho preso la cassetta di "Profondo rosso", ce lo vediamo mentre mangiamo.-
-Bello, che bella seratina. Tranquilla.-

Fabrizio aveva ventiquattro anni e Paola ventidue. A tutti e due piacevano i film, i libri ed i fumetti dell'orrore. A volte si inventavano anche storie, e le scrivevano.
Facevano una specie di gara a chi scriveva la storia migliore, o peggiore, secondo i punti di vista: chi dei due riusciva ad avere l'idea più malsana, più violenta o più schifosa vinceva. Ma di solito quelle sfide letterarie si chiudevano sempre in parità, terminando, ogni volta, nel classico, ma mai noioso, "bagno di sangue". Alcune volte succedeva che i loro racconti amatoriali finivano davanti ad una giuria di amici e compagni del liceo. Ma il verdetto era sempre favorevole.
Era un gioco: chi riusciva di più a toccare le corde del macabro, ad impressionare maggiormente il lettore. E se qualcuno storceva la bocca per il disgusto allora avevano vinto la sfida.
A loro piaceva l'orrore.
E quella sera la vena artistica si stava facendo sentire particolarmente ricca.

Fu Fabrizio ad iniziare. Era sempre lui il primo, perché riusciva sempre a cogliere il lato nascosto, oscuro, delle cose: sfumature, luci, atmosfere. Gli altri ci passavano sopra, neanche le vedevano. Ma lui le notava, e quando succedeva un mondo macabro si apriva davanti ai suoi occhi.
-Come è sinistra questa via...- disse.
Paola si guardò attorno. I palazzi silenziosi sfilavano ai loro lati. Costruzioni di due, tre piani, quattro al massimo.
Intorno solo silenzio.
-E' vero,- disse lei, -guarda i portoni, con le ringhiere delle scale in muratura, e quelle lucette squallide, gialle, all'interno degli ingressi, nei pianerottoli. C'è luce si e no...-
Fabrizio si voltò verso un altro palazzo.
-E guarda quello, con le sbarre alle finestre.-
Paola si voltò verso il palazzo e vide le inferiate, ferree barriere, erette contro chiunque avesse voluto entrare, od uscire...
-Chi sa cosa succede dentro quelle case,- continuò Fabrizio, -e noi non ci accorgiamo di nulla, pensiamo che è tutto tranquillo.-
-Già, magari uno tiene prigioniera e sevizia la figlia, e con le sbarre lei non può fuggire.-
Poco più in là c'era uno stretto cortile, illuminato soltanto dalle luci dei portoncini. I panni stesi tra un palazzo e l'altro ondeggiavano al gelido vento invernale, come corpi di condannati, lasciati a morire, appesi con corde ai muri. Prede della fame e del freddo. Macabri addobbi di un giudice corrotto.
-Immagina il maniaco che si aggira come un gatto tra i palazzi, -le disse Fabrizio. La sua voce era bassa, sussurrante.
-Nascosto tra le ombre, circondato e protetto dai veli dell'oscurità. Pronto a saltarti addosso, a possederti. A sgozzarti!-
-Mamma mia, ho i brividi.- Ridacchiò lei. Era nervosa.
Poi Fabrizio le parlò nell'orecchio.
-C'è uno che ci segue...-
Paola sgranò gli occhi. Una stretta al cuore.
-Stai scherzando?-
-Voltati.-
Dietro di loro, a qualche metro di distanza, c'era un ragazzo di una venticinquina d'anni che li seguiva. Aveva un giubbetto di lana dai colori smorti. Sulla testa portava un berretto di lana nero. Due profonde occhiaie gli circondavano gli occhi.
-Ci segue...- disse Paola. Era terrorizzata. Fecero alcuni metri ancora, poi Fabrizio si voltò. Vide il ragazzo entrare in un portone non illuminato.
-Aspetta,- disse a Paola fermandosi, -è entrato in quel portone.-
Stava indicando una palazzina di tre piani, al secondo c'era una finestra illuminata. Era chiaro che il primo ed il terzo piano erano abbandonati.
-Vieni, sediamoci qui.- Disse Fabrizio mentre si accomodava su una panchina sul marciapiede, di fronte alla casa.
-Ma cosa vuoi fare?- Gli domandò Paola mentre lo imitava. Fabrizio non le rispose.
Rimasero a fissare la finestra. Da dove erano seduti potevano vedere un angolo di pensile di cucina ed un lampadario di vetro bianco, a campana.
Rimasero alcuni momenti ad aspettare.
-Chi sa chi ci vive?- Disse Paola.
-Boh! Aspettiamo se si vede qualche cosa.-

Passò un quarto d'ora.
Stavano per alzarsi, poi una donna, di circa quarantacinque anni, aprì l'anta del pensile. Prese un barattolo. Aveva i capelli corti, legati a coda. In bocca una sigaretta le pendeva dall'angolo destro. Chiuse l'anta e sparì dalla loro vista.
-Hai visto che faccia?!- Le disse lui.
-Magari ha preso una scatola di veleno, e lo ha dato al ragazzo.- Disse Paola.
-Si,- continuò lui, -ed ora lo sta' guardando agonizzare.-
-Me la immagino con i capelli sciolti, tutti arruffati, così è più paurosa, e gli dice: ecco vedi? Tu che mi volevi sempre con i capelli legati, che non volevi mai farmi truccare. E poi si mette il rossetto calcato sulle labbra, come un clown.-
Mentre Paola era presa dal delirio del racconto, Fabrizio se la rideva di cuore. Ed intanto lei continuava a mimare i gesti della pazza.
Poi si bloccò di colpo. Istintivamente Fabrizio si voltò verso la finestra.
La luce era spenta.
Paola continuò.
-Ecco, adesso porta il cadavere in bagno per smembrarlo, poi tornerà in cucina per chiudere le persiane. Per non farsi vedere mentre fa sparire le tracce.-
Fabrizio continuava a sghignazzare. Si voltò verso la finestra, e le sue risa cessarono. La sua mano strinse il braccio di Paola, che di scatto guardò la finestra.
La donna era li, affacciata. Aveva i capelli sciolti. Con un gesto secco chiuse le persiane. I ragazzi la videro dietro la finestra, la sua sagoma stagliarsi contro la luce della stanza.
-Ci ha visti.- Disse Fabrizio.
-E allora?-
-Non so, è strano, vorrei sapere che cosa succede in quella casa.-
-Ma che ti importa. Stavamo scherzando.-
-E se fosse davvero successo qualche cosa?-
-E chi se ne frega... Dai, falla finita che ho fame. Voglio andarmene a casa.-
Fabrizio si alzò, diretto al portone della palazzina.
-Dove vuoi andare?-
-Voglio sapere cosa è successo.-
-Ma sei matto?-
Ma lui era già arrivato al portone. Lo stava esaminando. Il vetro infisso nell'intelaiatura di ferro era rotto. Tra le sbarre parallele, montate davanti al vetro, proliferavano le ragnatele, mentre la ruggine era padrona e signora di quel regno di cilindri di ferro. Gli bastò una leggera pressione con la mano per aprire il portoncino.
Entrò nell'edificio seguito da Paola.
-La vuoi smettere di...-
-Ascolta!- La interruppe lui sottovoce.
Un rumore provenì dal buio del pianerottolo, in cima alle scale.
-Cos'era?- Domandò lei, sempre sottovoce.
-Non lo so.- Le rispose mentre iniziava a salire le scale. Poi il clangore metallico. Il fracasso di qualche cosa che precipitava giù dalle scale, verso di loro. Il rumore allagò le loro menti con un'ondata di panico, di terrore allo stato puro. Scendeva giù per quelle scale come una valanga d'acido corrosivo, pronto a bruciare tutto il loro coraggio.
-SPOSTATI!!!- urlò a Paola, spingendola di lato, prima che la sedia a rotelle li travolgesse con tutto il suo peso.
Si schiantò al suolo. E l'unico rumore fu il cigolio della ruota che girava a vuoto, ultimo gesto estremo prima della sua morte.
Poi vi fu silenzio.

I due si fissarono, poi, rimessisi in piedi, uscirono dal palazzo.
La finestra era ancora illuminata e, dietro le persiane, la sagoma della donna continuava a fissarli. Poi si voltò ed andò via. La luce si spense.
-Chiamiamo la polizia?- Propose lei.
-Si, e cosa gli diciamo?-
-Non lo so, potremmo dire che abbiamo sentito degli urli provenire dalla casa. Ci siamo spaventati e così...-
-No, non va bene. Potrebbero smontarci in un istante. Ci vuole qualche cosa di più sicuro.-
-E cosa? Il cadavere del ragazzo?-
-Ma non sappiamo neanche che cosa è successo...-
-Bravo, l'hai detto. E allora lasciamo perdere.-
-Non posso. La cosa mi ha preso.-
-Che vuoi dire?-
-Ma non capisci, finalmente stiamo vivendo quello che abbiamo sempre scritto. E mi piace...-
-Ma tu sei scemo...-
-Sarà, ma io voglio sapere come va a finire.-
-E come farai?-
Fabrizio andò verso la casa.
-Cosa vuoi fare ora?-
-Entrare. Incontrare quella donna!-
-Ma falla finita!-
Ma lui era già arrivato al portone, e stava entrando.
-Paola, vieni a vedere.-
Controvoglia Paola lo raggiunse.
-Cosa c'è ora.-
Fabrizio indicò a terra: la sedia a rotelle era sparita.
-Deve averla presa lei, mentre noi stavamo parlando.-
-Sei paranoico.-
Poi Fabrizio iniziò a salire le scale. Sbuffando Paola lo seguì. Lentamente, gradino dopo gradino. Pronti a ritrarsi in caso di un'altra carica di sedia a rotelle. Ma non vi furono cariche e neanche fughe. Arrivarono al pianerottolo del secondo piano. Ovunque silenzio. La porta dell'appartamento era accostata.
-Ed ora cosa facciamo?- Domandò Paola, anche se temeva di sapere la risposta.
-Entriamo.-
Ovviamente...

La casa era piccola: cucina, bagno, salotto. I mobili erano pochi e vecchi. Lo specchio accanto all'ingresso era incrinato. Evidentemente l'arredamento non rientrava negli interessi dei padroni di casa. Erano mobili che servivano solamente per essere usati. Non donavano eleganza, funzionalità o calore all'ambiente. Erano del tutto squallidi.
Su tutto regnava il rancido odore del fumo di sigaretta. C'erano posacenere ovunque. Tutti trasbordanti di mozziconi di sigaretta della marca più a buon mercato. L'aria era quasi irrespirabile. In cucina, in un angolo, c'era una sedia a rotelle. Paola e Fabrizio si scambiarono uno sguardo. Ora non avevano più dubbi: in quella casa c'era qualche cosa che non andava.
Sentirono la porta dell'ingresso chiudersi a chiave.
Poi Fabrizio cadde a terra svenuto.
Paola si voltò: la donna era dietro di loro. I capelli ancora sciolti, e la bocca distorta in una grottesca smorfia dal rossetto sbafato. Nella mano stringeva il bastone con il quale aveva colpito Fabrizio.
-Che cosa volete. Perché vi siete impicciati dei cazzi miei!- Alzò il bastone.
Paola reagì, spinse la donna di lato. La pazza urtò la credenza ad un fianco e mandò un gemito. Paola cercò di aprire la porta dell'ingresso, ma fu inutile. La pazza l'aveva chiusa, ed aveva lei le chiavi. Paola si voltò verso la cucina, la donna si stava riprendendo dal dolore. Paola non aveva un minuto da perdere. Corse verso la porta del salotto. La aprì e si chiuse dentro. Osservò la stanza: c'era un divano letto, ancora da riordinare,. Le lenzuola erano sparse a terra. Accanto al divano c'era un armadio, ed un piccolo tavolo rotondo alla parete. La finestra era chiusa, le persiane accostate.
La pazza cominciò a colpire la porta a spallate. Paola doveva trovare qualche cosa per difendersi. I tonfi alla porta si facevano sempre più forti. E la serratura era debole, non avrebbe retto ancora per molto. Aprì l'armadio. Il cadavere del ragazzo cadde su di lei. Aveva il cranio spaccato.
Paola cadde a terra sotto al peso del corpo. Urlava, isterica.
La porta si spalancò con uno schianto, la donna entrò urlando a sua volta. Un coro di voci folli.
-Maledetta! Farai la stessa fine di quel bastardo di mio figlio!!!-
Scalzò via il corpo del figlio, e si gettò su Paola. Era immobilizzata dalla donna, pronta a colpire. La pazza alzò il bastone, urlò e cadde a terra, di lato a Paola.
E lei poté vedere Fabrizio, in piedi. Nella mano stringeva un posacenere di ferro.
Gemendo la pazza si trascinò fino alla porta del salotto. Ma Fabrizio le fu sopra. Ed il posacenere iniziò a colpire selvaggiamente. E sangue sul pavimento rovinato. E cervello e ciocche di capelli rimanevano attaccati al posacenere. E frammenti d'osso schizzavano sul volto del ragazzo, che con gli occhi sgranati continuava a colpire.
La mano di Paola gli fermò il braccio. Fabrizio si alzò. Del volto della donna non era rimasto nulla di utile per riconoscerla.
Paola si alzò fissando i due cadaveri. Madre e figlio distrutti dalla follia.
-E adesso?- Chiese a Fabrizio. Lui rimase in silenzio, il fiato gli inciampava tra i denti.
-Non lo so. Dobbiamo far sparire i corpi.-
-Portiamoli in cucina e li facciamo a pezzi.-
-Si, buona idea. Poi mettiamo i pezzi nei sacchi della spazzatura e li buttiamo nei cassonetti, in strada.-
-Bene, mettiamoci al lavoro.-
Presero i cadaveri per i piedi e li trascinarono in cucina.
-Sai che storia ne possiamo scrivere...-Disse Fabrizio.
-Magari la dovremmo cambiare un pochino... Aspetta.-
Paola andò alla finestra aperta, stava per chiuderla , quando chiamò Fabrizio.
-Vieni a vedere, corri.-
Fabrizio si avvicinò alla finestra: sulla panchina stavano seduti un ragazzo ed una ragazza. Stavano parlando, e guardavano al secondo piano.
Paola e Fabrizio si guardarono sorridendo.
Poi Paola si voltò verso i due. Spalancò la bocca in un sorriso folle e, fissandoli con gli occhi sbarrati, chiuse lentamente la finestra.
Fabrizio scoppiò a ridere.
Un'altra storia stava per nascere.