I - L'inizio.
Il parco era bello, ma la cosa che più lo attirava era
il laghetto. Non il primo, quello più grande, ma quell'altro, il secondo,
quello che era un pochino più a valle del primo, e dal quale riceveva
le acque, tramite un piccolo ruscello. Andava sempre al laghetto, almeno due
o tre volte la settimana. Non era quello che si poteva definire un ragazzo socievole,
ne all'università ne fuori, e a ventun'anni gli andava bene così.
Non che disprezzasse la compagnia degli amici, altri ragazzi suoi coetanei,
però amava i suoi momenti, gli piaceva rimanere solo con se stesso, pensare,
soprattutto seduto sulla panchina accanto al bordo del laghetto. Era poco più
di una pozza, circa dieci metri per quindici, sul fondo di un avvallamento del
terreno del parco. Il ruscello era misero, e spesso durante l'estate si seccava,
ed il laghetto si riduceva veramente ad una pozza.
Ma la cosa che lo affascinava di più era il fatto che lui non era mai
riuscito a vederne il fondo, neanche quando lo specchio d'acqua sembrava essersi
ridotto al minimo, durante l'estate più calda che c'era stata.
La cosa che Geria amava di più era andare al laghetto nelle giornate
di cielo coperto, quelle giornate dove le nuvole non danno pioggia, ma sono
abbastanza spesse da coprire in parte il sole, permettendo ad una fresca brezza
di poter correre tra gli alberi e i palazzi. E in quei giorni Geria andava al
parco e si sedeva alla panchina, accanto al cespuglio di more che copriva, e
quasi nascondeva, la sua presenza alla maggior parte dei visitatori del parco.
Nonostante il parco si trovasse dentro la città, a poca distanza da una
delle vie centrali più trafficate, la sua grandezza non permetteva ai
rumori cittadini di turbare la sua quiete, e così Geria si staccava da
tutto, ed entrava nel suo mondo fantastico ed assurdo. Amava molto pensare di
poter creare mondi immaginari, popolati da creature strane, magiche e aliene.
Creature che magari potevano esistere in un luogo parallelo al nostro, e che
solo in rari casi si sarebbero potuti incontrare, magari in un alterato stato
di coscienza, o magari in qualche particolare circostanza o posto. Ed era bello
pensare a tutto questo, lasciare il presente, la vita quotidiana, i pensieri
e i problemi, e sedersi sulla sua panchina e guardare il laghetto, ed uscire
dal suo corpo per entrare in quel mondo che lo portava via. Era così
che quel laghetto, quel cespuglio di more diventava il suo mondo, e gli alberi
del parco, così grandi e antichi, divenivano la sua foresta. E Geria
vedeva tutto questo, la vita intorno a se, ma non vedeva la realtà: vedeva
il suo mondo. Era un mondo per lui reale, perché lo viveva con la mente
in tutti i particolari, ne poteva vedere ogni singolo elemento che lo costituiva
e andarci era così facile, così veloce che per lui era normale
"partire". Ed ecco che sapeva che nel lago esisteva qualche cosa.
In quel piccolo laghetto c'era sicuramente una presenza, una divinità
forse, un essere sovrannaturale. Non poteva essere altrimenti. In fondo non
conosceva la profondità di quel laghetto, e nulla vietava che potessero
esserci degli anfratti, delle tane, un qualche posto dove una creatura, della
grandezza di un uomo, potesse trovare dimora.
Era convinto che la creatura fosse un misto tra uomo e pesce, forse simile ad
una sirena, ma con fattezze meno umane, più simili ad un anfibio, anche
se sempre di sesso femminile.
E quella mattina il vento correva tra i rami degli alberi del parco, passando
attraverso le foglie, facendole ridere e ballare, divertite dalla sua carezza:
alcune di loro si lasciarono andare al suo trasporto, volando tra le altre,
che invece rimanevano salde al loro posto. Quelle che volavano portavano nel
bosco il colore rosso e dorato dell'autunno ormai iniziato.
Ed eccole cadere a terra o tuffarsi nella corrente del ruscello, fresco ed impetuoso,
forte e gentile, che con la sua acqua nutriva le radici dei vecchi faggi e querce
che si stringevano su di lui con le loro chiome. E sotto una quercia era seduto,
con la schiena poggiata al tronco, Geria, il giovane uomo.
Era venuto da lontano, e lontano sarebbe dovuto andare, ma per quella mattina
ciò che voleva era il riposo dopo una notte passata a vegliare e viaggiare
nella foresta.
Seduto, con le braccia incrociate al petto, gli occhi chiusi, poteva sentire
la serenità del bosco che da poco aveva schiuso la sua vita al nuovo
giorno. Ed il rumore del ruscello, che scorreva accanto a lui, era un suono
che lo riempiva di pace. Quasi lo sentiva parlare, quasi gli sembrava che lo
stesse chiamando…
Lo chiamava…
Lo chiamava, e nel dormiveglia poteva udire le sue parole, la sua voce dolce,
la voce di una donna, lieve e lontana, una voce che scorreva su di lui con la
freschezza dell'acqua…
(liberami… aiutami)
E lui le rispose, nel dormiveglia formulò la sua domanda, e credette
di sentire la risposta…
(sono imprigionata… un incantesimo che mi lega a quest'acqua che scorre,
senza mai portarmi via, per sempre costretta in questo lago, casa e prigione…)
Chi mai poteva essere che gli rivolgeva quelle parole, chi poteva credere che
lui, un ragazzo come tanti, magari solo un po' più fantasioso degli altri,
potesse aiutare un essere fatato…
(una fata, una dama costretta da un sortilegio in questa prigione, e colui
che mi trattiene ha il potere nel suo bastone… Tutti i maghi hanno il
loro potere nel bastone, è quello il fulcro della loro magia, è
per mezzo del bastone che convogliano il loro potere…)
Geria si chiese in quale modo avrebbe potuto liberare quella dama dal sortilegio;
seduto sulla panchina, accanto al laghetto, coperto dal cespuglio di more cercava
di capire in quale modo avrebbe potuto salvare una damigella in pericolo, nel
suo mondo fantastico…
(il bastone, sottrai il bastone al mago, e piantalo a terra, accanto a questo
lago, e così sarò libera…)
Se fosse stato veramente protagonista di una fantastica storia avrebbe certamente
tentato l'impresa, solo che non aveva la più pallida idea da dove iniziare
la sua missione e come portarla a termine. Pensò che se doveva essere
un ragazzo che combatteva un mago, come minimo sarebbe dovuto essere un mago
lui stesso, solo che non possedeva un bastone e neanche una qualche reliquia
magica. In quel momento sentì un fresco liquido scivolargli tra le dita;
seduto ai piedi dell'albero, avvolto nel suo morbido mantello blu oltremare,
sentì l'acqua carezzargli la mano, lambendo il bordo del ruscello e risalendo
oltre l'argine, contro ogni legge fisica. L'acqua fresca carezzò la sua
mano, e lasciò tra le dita del ragazzo una cosa che aveva trascinato
con sé, prima di tornare a scorrere nel suo letto.
( …ecco che ti offro questa sfera, il suo cristallo è di acqua
pura, ed in lui è chiuso parte del mio potere, ti potrà servire.
Ora ti prego, allunga la tua mano, afferra il tuo bastone di quercia e parti
verso ovest, verso il suo nero castello…Vinci la sua oscurità e
liberami dal suo maleficio, perché il mio tempo è giunto, devo
essere pronta per la battaglia che mi aspetta; il Male vuole tornare su queste
terre… )
Il suo bastone di quercia? La voce aveva detto che solo i maghi hanno il loro
bastone, e lui non lo era… O forse si? Allungò l'altra mano sul
terreno coperto d'erba accanto a lui, e li trovò, a terra, il suo bastone:
nodoso, e con intagliati i simboli e le rune degli incantesimi. Stretto nella
mano lo poteva sentire formicolare di quel potere che lui sapeva di avere.
Geria si alzò in piedi, osservando la sfera che il ruscello gli aveva
donato, una sfera di quarzo bianco, fresca e scintillante come l'acqua, ed il
calore della sua mano non sembrava intaccare quella freschezza. Mise la sfera
in una tasca interna della sua tunica marrone, poi si volse verso ovest ed iniziò
il suo cammino.
Andò avanti per ore, sempre verso ovest, attraversando
la foresta. Camminava tra gli alberi, scavalcando le poderose radici che attraversavano
quello che poteva essere un sentiero, ma era solo un solco creato dal passaggio
degli animali della foresta. Il sole attraverso i rami colpiva e scaldava la
sua pelle, e a mezzogiorno si fermò a mangiare, nutrendosi di quello
che la natura intorno gli offriva. Seduto su un tronco caduto osservò
la sfera che il lago gli aveva donato: era ancora fresca, il calore del suo
corpo non l'aveva minimamente sfiorata. Ed ora, nel momento in cui un raggio
di sole colpì la bella superficie della pietra, riuscì anche a
vedere fin nel suo centro. Così Geria si accorse che il nucleo della
sfera era liquido, brillante e cristallino. Si sarebbe detta acqua purissima,
di sorgente. Avvicinò la sfera all'orecchio, ed in effetti riuscì
a sentire il rumore puro e gioioso dell'acqua.
Poco dopo riprese il cammino, ancora era tanta la strada da fare, ma non si
scoraggiava certo. In fondo si trattava solo di arrivare al castello di un mago,
di sconfiggerlo e prendergli il bastone, ed il gioco era fatto.
Sentiva intorno a se alzarsi l'umidità della sera. Il legno della panchina
iniziava a sembrare bagnato, mentre una lieve brezza fredda si insinuava tra
i suoi vestiti. Stese le gambe davanti a se, mentre cominciava ad essere stanco
di star seduto sulla panca. Si chiese se era ora di tornare a casa, ma l'idea
di quanta strada lo aspettava ancora lo fece desistere: doveva arrivare al castello
prima di notte. Sperava di arrivare verso il tramonto, non voleva sfidare il
mago al buio, anche perché sapeva che i poteri oscuri si potenziavano
con l'avvento delle tenebre.
La foresta iniziava ormai a diradare, gli alberi si facevano man mano meno verdi,
più scarni, e le forme dei tronchi diventavano sempre più contorte.
Geria capì subito che qualche cosa di negativo influenzava quella zona,
un potere nero, per il quale gli alberi si deformavano, e la terra inaridiva.
E poco dopo, ormai fuori dal cimitero di alberi che era diventato la foresta,
scorse l'immagine del castello del mago.
Il sole era tramontato da poco, ma ancora la luce primeggiava nel cielo, tanto
da dargli la forza, il coraggio, di continuare, di avvicinarsi a quel torrione
oscuro, che si innalzava dal centro della pianura brulla come un serpente teso,
all'erta, pronto a colpire con il suo veleno le terre circostanti.
Il suo cammino si fece difficile, inciampava, mentre intorno a lui gli alberi
erano mutati: i rami non crescevano più in altezza, ma in larghezza.
Non si alzavano più di due metri dal terreno, ma in compenso si allargavano
in senso orizzontale, intrecciandosi tra loro, come braccia contorte, grigie
cineree, che si stringevano le une alle altre, come a voler impedire agli sconosciuti
di passare; e Geria cercava di farsi largo in quell'intrico, mentre l'ombra
del castello si allungava verso di lui, come a volerlo schiacciare con il suo
potere nero.
Il bastone gli era utile in quell'intrico di rami, e forse era veramente magico,
visto che colpendo i rami li riduceva in frantumi, sfaldandoli come fossero
stati legno bruciato; e così, lento ma inesorabile, si faceva strada
verso le mura della torre. Il sole era calato quando giunse al portone del castello.
Si avvicinò timoroso, ma vide che era aperto: il mago che lo abitava
era dunque così sicuro del suo potere da permettersi di far entrare chi
voleva nelle sue stanze? Geria ebbe paura, quest'idea si fece strada nel suo
cuore e il timore crebbe nel suo animo. Era davvero potente quel mago che sembrava
non temere nulla…
Spinse il portone socchiuso, e nessun rumore turbò il silenzio delle
sale. Oltre la porta c'era solo oscurità.
Entrò, la porta si chiuse alle sue spalle, un colpo secco. E intorno
a lui solo oscurità, totale ed impenetrabile. Colpì con il suo
bastone a terra, ed un lampo esplose nell'aria, e la cima del bastone si illuminò
rischiarando la sala. Il locale era vuoto, non c'era nulla, ne arredi ne altro,
solo muri di pietra, e pavimento in terra battuta. Di fronte a lui una scala
saliva dritta di sopra. Iniziò a salire, cauto e lento; ma nulla rivelava
la presenza di esseri viventi. Giunto al piano superiore vide una luce filtrare
attraverso la porta socchiusa di una stanza, quasi di fronte alla scala. Con
la poca luce del suo bastone non riusciva a scorgere altre porte. Si diresse
verso la porta, e guardò dentro: un camino, enorme, illuminava la stanza,
forse un laboratorio alchimistico, una libreria colma di volumi stava alla parete
di destra, mentre una sedia dallo schienale alto e scolpito con figure arcane,
era al centro della stanza, rivolta al caminetto. E un uomo era seduto su quella
sedia, un uomo che dava le spalle a Geria.
Il ragazzo entrò, silenzioso.
-Credi veramente che con tutto il mio potere io non sappia che tu sei li?-
Geria rimase di ghiaccio, il mago sapeva che lui era nella stanza, forse sapeva
addirittura che si trovava nel suo bosco, già dal momento in cui vi aveva
messo piede.
Il mago si alzò, con lenta maestosità, e si voltò verso
di lui.
-Naturalmente sei qui per sfidarmi.- Gli chiese, ma Geria non rispose, osservava
quell'essere alto, il volto simile a quello di un pipistrello, gli occhi dilatati
e brillanti nel riflesso del fuoco. Il mago fece qualche passo verso di lui,
facendo frusciare le pieghe della sua tunica rossa, come se l'abito vivesse
di vita propria.
-Benissimo allora, accetto la tua sfida…- Il mago tese il braccio verso
destra, e subito il suo bastone gli arrivò nelle mani, come se gli fosse
stato lanciato da qualcuno, ma non c'era altri nella stanza, a parte il mago
e Geria.
L'essere puntò il bastone su Geria, ed il ragazzo urlò. Corde
roventi gli cingevano il corpo, anche se lui non poteva vederle; gli bruciavano
la pelle, eppure non c'era ustione sulle sue carni. Ma Geria era a terra, e
si contorceva dal dolore….
E' terribile pensò, non riuscirò mai a sconfiggerlo… Mi
ucciderà, ed io non avrò fatto nulla.
(Sei un mago, convinciti di questo…)
Era la voce che aveva già udito alla fonte.
(Prendi il tuo bastone, ed usa la tua magia!)
Il dolore era atroce, ma riusciva a sentire le risate del mago, gioioso nel
vedere la sofferenza che riusciva a provocare.
Il mio bastone, pensò il ragazzo, e si concentrò, per quanto poteva
permetterglielo il dolore. Ma bastò, in un istante il suo bastone era
nella sua mano. Di nuovo colpì terra con il bastone, e ancora quel breve
lampo illuminò la stanza, Geria si ritrovò in piedi, di fronte
al mago.
Si fissarono, poi il mago urlò il suo sdegno, ancora il fuoco cercò
di stringere nelle sue spire Geria, ma questa volta non ci riuscì, perché
il ragazzo si difese con altrettanta forza.
I due colpi si bilanciavano, mentre i contendenti si sforzavano di resistere
l'uno all'altro. Il mago rimase stupito dal potere del ragazzo, cercò
di colpirlo con più forza, e Geria percepì il potere accresciuto
del suo nemico. Sentiva il potere farsi strada verso di lui, scalzando le difese
del suo bastone.
Ci sta riuscendo, mi sconfiggerà…
(No, hai la sfera con te.)
La sfera che il fiume gli aveva donato. Cercò di resistere mentre prendeva
la sfera dalla tasca interna della sua tunica, e la tirò fuori. Fu a
quella vista che il mago sgranò gli occhi: caricò con più
forza il suo potere, lo scagliò su Geria. Il ragazzo indietreggiò,
sconvolto dalla forza dell'attacco, sentiva il fuoco avvicinarsi ancor di più;
ma reagì: un colpo d'ira e la sua energia per una attimo respinse il
fuoco del mago, giusto il tempo di scagliare la sfera del fiume verso il suo
nemico.
Quando la sfera si frantumò ai piedi del mago il suo urlo di dolore fu
atroce. Immediatamente lasciò la presa del bastone, mentre l'acqua pura,
cristallina, del fiume turbinava intorno a lui. E quel potere, limpido e fresco,
unito alla forza del bastone di Geria fu fatale per il mago. Si contorceva e
si consumava come cera, perdeva il suo potere e la sua vita, sciogliendosi nel
liquame che scorreva nelle sue vene, mentre il suo corpo si disfaceva, come
il ghiaccio si scioglie al sole, finchè di lui non rimase che una nauseabonda
pozza ribollente di liquido nero…
Veloce Geria prese il bastone del mago, lasciò la stanza e la torre,
nel silenzio notturno.
Era già nel bosco quando, voltandosi verso la torre del mago, la vide
brillare del fuoco che la consumava dall'interno.
La luce dell'alba iniziava a dissolvere l'oscurità quando
Geria tornò al torrente, nel punto dove aveva ricevuto la sfera. Alzò
il bastone del mago e lo piantò a terra. Ed ecco che subito spuntarono
delle radici dal bastone, che penetrarono nel terreno. Poi il bastone iniziò
a crescere, ed ecco spuntare rami e foglie, ed un fresco profumo di fioritura
si sparse nell'aria. Ecco che da un ramo si staccò una mano, dolce e
leggera, e subito un volto di fanciulla, lieve e lucente, si fece strada attraverso
la corteccia del tronco. La fanciulla porse una mano a Geria, e lui la aiutò
ad uscire dall'albero.
Si fissarono.
- Mi hai liberato… Grazie.- Gli disse la ragazza, bella e semplice, la
pelle luminosa e profumata di resina. Geria la fissava, non credendo a tanta
bellezza, alla brillantezza dei capelli, tanto neri quanto lisci, a quegli occhi
verdi splendenti di smeraldo. Era sicuramente una creatura del cielo quella
donna.
-Sei bellissima…- Le rispose Geria. - Chi sei?-
-Il mio nome è Melindar, e sono principessa del reame elfico dei boschi,
e tu hai salvato la mia vita ridandomi alla mia gente. Di questo il mio popolo
te ne sarà sempre grato.-
Sfiorò con la mano il volto del ragazzo, subito la serenità riempì
il suo animo, sparirono tutte le fatiche del viaggio e dello scontro con il
mago.
Era sereno ora, poteva tornare a casa.
Prese un sasso da terra, un sasso piatto e, dalla panchina sulla quale era seduto,
lo lanciò sulla superficie del lago. Il sasso rimbalzò per tre
volte sulla superficie prima di scomparire nell'acqua. Poi Geria si alzò
dalla panchina e fece per andare, poi si voltò un istante al lago:
- Arrivederci Melindar,- sussurrò. Poi si incamminò verso casa.
II - Il ghiaccio.
La città era grigia, già da un
po' di giorni. Il cielo non prometteva nulla di buono, era un continuo variare
da pioggia a vento, e di sole non se ne vedeva neanche quel giorno. Geria sapeva
che sarebbe continuato per tutta la settimana, sapeva che qualche cosa non andava
per il verso giusto.
Era strano, ma in qualche modo lui sapeva le cose, gli succedeva da quando quella
volta, sulla panchina, aveva salvato quella donna dal mago, quella ragazza imprigionata
nel bastone magico. Ebbene, era da quella volta che nella sua vita di tutti
i giorni erano cominciate a succedere cose…
Certe volte si trattava di cose banali, ad esempio sapere in anticipo cosa stava
per dirgli suo fratello; altre volte le cose erano più particolari, come
quella volta che a casa di un suo amico, il quale aveva perso un libro che doveva
mostrargli, lui se ne era uscito dicendogli di guardare nell'armadio dove la
madre teneva le riviste di moda. Il libro era li naturalmente, ma il fatto era
che Geria non sapeva nulla delle riviste di moda della madre del suo amico;
naturale che il ragazzo avesse lodato le facoltà divinatorie di Geria,
lasciandolo anche un pochino interdetto: lui non aveva facoltà divinatorie…
Sapeva che l'aver salvato quella ragazza (Mellindar, si ricordava ancora quel
nome) era legato a questa sua nuova condizione. Ricordava perfettamente che
lei gli aveva detto che era un mago, ma un conto era una fantasia avuta seduto
ad una panchina, ai bordi del laghetto del parco cittadino, mentre un conto
era la vita reale.
Adesso si stava recando al parco, voleva tornare alla panchina, e riflettere
su quello che gli era successo, ma anche perché il tempo grigio lo spingeva
a farlo, a tornare in quel luogo particolare. L'aria nel parco era umida, le
foglie degli alberi erano ricoperte di goccioline d'acqua, il freddo si insinuava
tra le cortecce, e tra i vestiti che lo coprivano. Ed erano a luglio.
L'anno prima in quel periodo si andava in giro con le mogliettine ed i pantaloni
corti, adesso invece ancora indossava il suo giubbetto di jeans.
Era giunto al suo laghetto preferito, e si sedette alla sua panchina. Il legno
era umido, e subito sentì bagnarsi il fondo dei pantaloni, ma si abituò
a quel fastidio.
Come sempre fissò il laghetto, che fece nascere, ancora una volta, la
solita domanda: chissà quanto era profondo…
Di nuovo ebbe il pensiero del misterioso abitante del laghetto, quasi desiderando
di poterlo vedere, improvviso, innalzarsi dalla superficie, davanti ai suoi
occhi.
Lo vedeva ergersi dalla superficie, bianca e immacolata, in tutta la sua ampiezza.
E la costa che circondava il lago era dello stesso colore bianco, una vasta
distesa di neve e ghiaccio. Gli alberi in torno erano spogli, sembravano braccia
adunche di giganti piantate a terra, una foresta di arti legnosi.
Geria si strinse nella tunica marrone e si alzò dalla roccia; si guardò
attorno, ed ebbe la conferma di ciò che aveva sempre saputo: la neve
giaceva su tutta la terra che riusciva a vedere, fino all'orizzonte, mentre
continuava a fioccare dal cielo con lenti passi di danza. Della foresta, del
ruscello non c'era più traccia. Solo bianco.
Doveva incontrare Melindar, lei sapeva sicuramente cosa era successo.
Tenendo il suo bastone con entrambe le mani si concentrò su di lei, e
la chiamò. Poco dopo la figura della fanciulla gli apparve davanti: era
come la ricordava, bellissima, avvolta in un vestito di veli verde smeraldo,
che riflettevano la luce che emanava dal riverbero della neve.
-Speravo in una tua venuta,- gli disse.
-Dimmi Melindar, cosa sta succedendo, perché tutto questo gelo.-
-Dobbiamo parlare, vieni, ti condurrò nel mio palazzo.-
Nel cuore della foresta si ergeva il palazzo
di Melindar, splendente intrico di rami cristallizzati, un tempio in ode alla
natura creato dalla pazienza e dall'amore per gli alberi che solo gli elfi potevano
avere. Il palazzo era una costruzione enorme, che racchiudeva in se molte altre
costruzioni, dimore degli elfi che vivevano presso la corte. Superato il portone
d'ingresso i due entrarono nel salone principale, sotto lo sguardo di quanti
si trovavano nella sala. Geria potè ammirare quegli esseri tanto maestosi
ed eleganti quanto delicati nei lineamenti. Erano intenti in varie attività,
ma tutto faceva trapelare un certo senso di disagio nei loro comportamenti,
un disagio dovuto certamente al gelo che era sceso sulla loro terra.
Melindar arrivò in una stanza molto ampia, con un grande tavolo al centro,
e diverse sedie intorno, ed anche questi arredi sembravano essere forgiati con
i rami degli alberi cristallizzati, alle ampie finestre erano tende delicate,
intessute di filigrana brillante e foglie finissime che a Geria sembravano di
ametista. Il ragazzo notò anche che non c'erano fonti di luce nella sala,
o nel palazzo in genere, perché la luce scaturiva dalle pareti.
Ammirando quell'ambiente fu preso da un enorme senso di meraviglia, mai provata
prima. Si sentì allargare l'animo davanti a tanta bellezza e magia.
Melindar gli fece cenno di accomodarsi ad una sedia, ma proprio in quel momento
entrò un altro elfo, scortato da quelle che dovevano essere due guardie.
L'elfo si diresse, con passi sereni ma solenni, verso Geria allungando una mano
al ragazzo, che subito la strinse. Non potè non notare la levigatezza
della pelle della mano dell'elfo.
-Grazie,- fu la prima cosa che disse l'elfo, la voce suadente e serena, - io
sono Lasendell, e tu hai riportato al nostro popolo mia figlia, di questo te
ne sarò sempre debitore.-
D'istinto Geria si inginocchiò, avendo capito di essere di fronte al
re di quel regno fatato.
-Alzati, ti prego.- Lo guardava con un sorriso di gratitudine.
-Maestà, è stato un onore poter salvare vostra figlia dalla sua
condizione.-
-No l'onore è mio, ad ospitarti nella mia dimora.-
Geria era imbarazzato, non sapeva cosa dire.
-Padre,- si intromise Melindar, -Geria è qui per sapere cosa è
successo al regno.-
-Si, - continuò Geria, -da dove viene tutta questa neve.-
Il re si sedete al tavolo, subito imitato da Geria e Melindar.
-Non sai nulla dunque di ciò che è accaduto…-
-No, vorrei che me lo diceste.-
-E' una storia lunga, che nasce da lontano, da prima che Melindar venisse su
questa terra…-
Il re rimase un attimo in silenzio, stringeva delicato la mano della figlia,
come a voler riordinare le idee, Geria e Melindar attendevano pazienti che cominciasse
a narrare.
Poi il re parlò, e Geria seppe tutto.
Secoli prima c'era stata la guerra, come sempre
tra Bene e Male. Il Male voleva dominare, ed il Bene voleva sopravvivere nell'armonia.
Tre poteri erano sul campo di battaglia: da una parte Lassendell e Ingrehad,
la maga, mentre dall'altra, in tutto il suo odio, stava Derthog, il Nero, l'oscuro
male che era sorto dalle viscere del Gargmoth, l'inferno sotterraneo di fuoco,
lava e cenere, nel quale solo le anime nere vivono, urlano e si contorcono al
dolore del magma rovente.
Invidioso della luce, della vita fresca e gioiosa della terra Derthog aveva
mosso guerra alla luce, e scatenato le sue orde oscure sulla superficie.
La guerra era stata lunga, e molta la distruzione. Solo alla fine, l'unione
dei due eserciti di Lasendell e di Ingrehad aveva permesso la sconfitta del
Nero, ed il suo nuovo esilio nella Piramide.
Li era stato chiuso, dall'unione dei due poteri, e sperduto nel deserto il Nero
giaceva indebolito e stremato.
E così era tornato l'equilibrio, tra il sole ed il freddo.
Ma ora quell'equilibrio, per qualche misterioso motivo, si era incrinato, ed
il freddo, il ghiaccio, regno di Ingrehad, si stava velocemente espandendo su
tutta la terra. La maga voleva il potere su tutto, cancellando il calore del
sole ed imponendo il suo potere.
Lasendell rimase in silenzio, Melindar guardava il volto di Geria, quasi a voler
cercare in lui uno sprone per continuare a far parlare il padre.
Geria si rivolse al re.
-Cosa bisogna fare?-
Lasendell lo guardò, poi rispose.
-Bisogna fermare Ingrehad, prima che il gelo che ci stringe nella sua morsa
diventi ghiaccio perenne. Perché se questo succedesse allora per noi
non ci sarebbe più scampo. Diventeremmo aridi, il nostro cuore si farebbe
duro, e la pace, la serenità del nostro mondo diventerebbe solo fredda
indifferenza, ed allora ci sarebbe orgoglio, rabbia, odio. E così l'equilibrio
sarebbe presto spezzato, e Ingrehad avrebbe il dominio su tutto.-
-Ma lei era con voi contro Derthog, perché ora dovrebbe farvi guerra?-
-Perché comunque era costretta a rimanere accanto a noi, il Nero l'avrebbe
sconfitta facilmente se fosse stata sola, lui aveva più potere di ogni
essere vivente, e questo l'ha spinta a legarsi a noi. Ma nel profondo Ingrehad
era desiderosa di comandare, di regnare da sola, di guidare gli eserciti come
unica regina.-
Geria capiva adesso la gravità del tutto, la minaccia che incombeva con
il suo bianco manto su quelle pianure splendenti: l'odio di Ingrehad era un
veleno che, stillato lentamente su quelle terre, avrebbe portato all'estinzione
gli elfi. E lui sapeva bene cosa succedeva ad un elfo corrotto, sapeva che sarebbe
potuto diventare un folletto, crudele e oscuro. Aveva saputo di elfi corrotti
che erano mutati in troll, orchi, e creature oscure, fate e incantatrici della
notte che avevano perduto molti uomini e donne, facendone degli schiavi senza
volontà, o addirittura portandoli alla morte, trascinandoli con loro
nei regni desolati, nei grovigli delle foreste dimenticate o nel profondo dei
loro acquitrini di paludi grigie.
Lasendell continuò a parlare.
-Il male sta già dilagando: ai confini del regno, quelli più esposti
al ghiaccio, già gli elfi stanno cedendo al cambiamento. Alcuni di loro
si sono lasciati sedurre dal gelo e sono diventati troll, e adesso vanno vagando
per le foreste oltre le porte del regno. Sono smarriti per adesso, si sentono
soli e abbandonati, e questo alimenta il loro odio. Presto si incontreranno,
e cominceranno ad unirsi, mentre dall'est gli altri servi di Ingrehad inizieranno
ad avvicinarsi a noi.-
-Ma c'è un modo per fermare tutto questo. Il modo c'è sempre.-
Melindar lo guardò, poi si rivolse al padre.
-Digli del Diamante, padre.-
Geria fissò Lasendell, e lui parlò.
-Il Diamante, la fonte del potere, la nostra salvezza e la nostra minaccia…
Il Diamante rinchiude in se i molti poteri.-
Geria spostò lo sguardo da Lasendell a Melindar.
-Non capisco, spiegatemi…-
Lasendell unì le mani sul tavolo, il piano cristallino rifletté
il viso del sovrano creando il miraggio di un doppio volto, e gli occhi del
riflesso sembrarono più profondi di quelli dell'elfo in carne, e fu l'immagine
nel cristallo che rispose a Geria.
-Il Diamante è fonte, difesa e arma nello stesso tempo! Il Diamante è
un frammento di cristallo, di diamante appunto, purissimo, non lavorato, non
violato nella forma dalla mano di nessun essere vivente; una parte del cuore
della Madre Terra, dell'entità che è fonte di vita per tutti noi.
E' la nostra benedizione, una parte della forma che ci ha portato su questo
mondo. Dalla Madre Terra noi prendiamo il nostro potere, ed il Diamante è
l'emblema della Madre, perché nasce dal profondo di essa. Ogni essere
di luce, nel momento estremo della sua morte, offre il suo potere al Diamante,
per continuare sempre ad esistere nell'energia della Terra. Ed adesso Geria
immagina un Diamante che possiede in se il potere di interi eserciti di esseri
fatati, compreso gran parte del potere del Nero, quella parte di cui riuscimmo
a privarlo!-
Geria spalancò gli occhi, colpito dalla rivelazione.
-Vuol dire che voi avevate il Diamante quando avete sconfitto il Nero?-
-Si, quando i nostri eserciti si scontrarono contro quelli di Derthog molte
furono le perdite, ma ogni soldato della luce, al momento della morte, offrì
il suo potere al Diamante, ed egli cresceva in magnificenza, un faro nell'oscurità
del campo di battaglia. Alla fine il suo potere era enorme, e quando io con
Ingrehad unimmo i nostri poteri, concentrandoli nel cristallo, questi si moltiplicarono
all'infinito, ed il Nero non potè far nulla contro tale grandezza. E
dopo la sconfitta del Nero il Diamante era custodito qui, a monito e protezione
dagli oscuri poteri che potevano minacciare il reame elfico. Arma potente, capace
di tenere a bada, con la sua sola presenza, molti pericoli incombenti.-
Geria si voltò da Melindar.
-Usate questo Diamante allora, con lui potrete allontanare i ghiacci e ristabilire
l'equilibrio, potrete anche controllare Ingrehad.-
-Potremmo,- rispose Lasendell, - ma ora il Diamante è scomparso, è
nelle mani di Ingrehad, ed è proprio tramite il Diamante che lei spande
il suo odio. Per questo dobbiamo riprenderlo e distruggerlo, così da
liberare la luce e portare nuova speranza e serenità sul nostro popolo.-
-Perché non lo avete distrutto prima?-
-Te l'ho spiegato, non lo abbiamo fatto perché lui era una garanzia per
la pace nel nostro regno, mai avrei pensato ad un atto tanto scellerato da parte
di Ingrehad.-
Lasendell si portò le mani alla testa, affondando il suo volto nella
disperazione.
Melindar si portò una mano alla bocca, a coprire un sussulto, mentre
lacrime le scivolavano sulle guance candide, Geria le strine una mano nella
sua, poi di nuovo si rivolse al Re.
-Maestà, cosa vi impedisce di andare da Ingrehad a riprendervi il Diamante?-
-Il dovere nei confronti del mio popolo: se io dovessi lasciare il castello
gli elfi che vi dimorano e quelli delle terre intorno rimarrebbero senza una
guida, alla facile mercè di possibili nemici. Un re deve restare nel
suo regno, non può spostare il centro del potere al di fuori delle sue
terre, soprattutto nei periodi più gravi, ed un re è il centro
del potere di un popolo!-
Il re si alzò voltandosi e recandosi, lentamente, alla finestra, da li
poteva vedere tutta la desolazione del bianco che invadeva le sue terre.
Senza voltarsi parlò a Geria.
-Vuoi salvarci?-
- Certo…- Geria rispose senza indugio, semplicemente accettando, come
se era una cosa più che naturale per lui. Subito pensò alla risposta
che aveva dato, quasi spaesato da tanta sicurezza… Cosa lo spingeva a
dire di si, non considerando neanche i pericoli a cui andava incontro?
Melindar si strinse a lui, ma Geria sentì in quell'abbraccio molto più
che semplice gratitudine.