Paola lo sapeva. Fin da bambina sentiva quell'impulso potente che la spingeva a ballare. Quella era la sua missione nella vita, quello era il suo futuro. Quante volte aveva passato ore davanti al televisore, ad ammirare le ragazze dei balletti degli show. Quante volte era rimasta sveglia di notte, a sognare ad occhi aperti, di calcare le scene dei teatri più famosi, danzare sulle note del "Lago dei cigni", magari arrivare ad esibirsi al Bolsciòi di Mosca...
Non lo aveva mai chiesto veramente, ma i suoi genitori l'avevano capita, non ci voleva molto: bastava vederla mimare i passi di danza, di nascosto, passando davanti la porta socchiusa della sua stanza.
Fu una festa per lei quando, a nove anni, suo padre e sua madre le avevano dato la tessera del corso di danza al quale l'avevano iscritta.
E da quell'età, era stato un susseguirsi di corsi, saggi, allenamenti.
Anche quando suo padre morì, lei non si fece abbattere dal dolore e continuò il suo lavoro. I soldi erano pochi, e così lei e sua madre avevano dovuto lasciare la città, e si erano trasferite al paese della mamma. Ma i corsi erano proseguiti anche lì. Sempre migliorando, andando avanti per la sua strada. Ed ora, a diciassette anni, c'era la possibilità di un ingaggio televisivo.

Ma adesso aveva sonno.
Paola era stanca di andare avanti ed indietro nel locale. La sala da ballo era ampia, ma era piena, come poteva esserlo l'unico locale del paese il sabato sera.
Oltre tutto si era allenata tutto il pomeriggio, ed i muscoli delle cosce le dolevano da morire. La lezione era stata dura, il dolore livido del muscolo le risuonava nei glutei ad ogni passo, quasi a voler protestare per tutto quel lavoro in più. I quadricipiti agognavano al riposo.
Però il locale era carino, la musica le piaceva: il repertorio tecno e trance degli ultimi mesi. E la compagnia di Claudio era quanto di meglio potesse desiderare, anche perché voleva mettersi con lui. Claudio lavorava in paese, era un meccanico, e le voleva bene.
Lo chiamò, urlando tra la folla, e gli fece cenno con la testa di uscire. Lui guardò l'orologio: erano le 03.46 del mattino, era ora di rientrare, anche se la domenica seguente avrebbe potuto dormire fino a mattina inoltrata. Passarono al banco del guardaroba facendosi largo tra i corpi che, intorno a loro, continuavano a ballare senza sosta: inermi manichini nelle mani di un burattinaio impazzito. Le luci stroboscopiche frammentavano i loro corpi, trasformandoli in fantasmi psichedelici, mentre la musica attorno a loro continuava a scandire il ritmo di una forsennata ipnosi.
Presero i loro giubbetti ed uscirono dal locale, lasciandosi la musica alle spalle. Era come uscire da un mondo per tornare ad un altro.
Il gelo spazzò via i suoi pensieri.
L'aria fredda della sera tagliò le loro guance con le sue lame gelide. Paola si strinse nel giubbetto. Claudio si avvicinò alla moto e dal bauletto prese i due caschi, ne porse uno a Paola e lei lo indossò; poi salirono sulla moto. Claudio accese il motore, e con un rombo schizzarono via.

Viveva in quella palazzina già da sei anni, da quando suo marito era morto e l'aveva lasciata con Paola. E lei si era dovuta mettere a fare la serva dalla signora, giù in paese. Era tutto quello che le era riuscito di trovare.
La palazzina aveva il piano terra ed un primo piano, più una piccola cantina; l'aveva comprata perché, essendo fuori dal paese, era venuta a costare meno di un appartamento al centro. Ed anche perché, a dire la verità, era un casolare fatiscente. Ma a lei non importava, i soldi che guadagnava dalla signora le servivano per mandare sua figlia a scuola di danza: Paola doveva diventare una grande ballerina, e con il suo successo l'avrebbe ripagata di tutti i sacrifici che ora stava facendo per lei, di tutte le ore trascorse in mezzo alla polvere, ai panni sporchi, ed alle chiacchiere di quella vecchia che non si stancava mai di sventolarle in faccia la sua ricchezza.
Quando sua figlia sarebbe finalmente diventata famosa, glielo avrebbe fatto vedere lei alla signora, e a tutte quelle altre quattro sceme che in paese le ridevano dietro.
Poi adesso c'era anche l'ingaggio televisivo! Sua figlia alla televisione... Allora sarebbe stata lei a ridere.
Andò alla finestra. L'asfalto era reso lucido dall'umidità che la notte vi aveva lasciato sopra: la luna piena si rifletteva sulla strada che conduceva al casolare. L'unica fonte di luce artificiale era la lampadina del portoncino, che lei lasciava accesa la sera, ogni volta che Paola usciva dopo cena.
Con lo sguardo spaziò verso le colline, oltre la valle: vide le tenui luci del cimitero accanto al monastero, circondato dai boschi, ai piedi della collina. A destra del monastero, qualche chilometro più giù, c'era il paese: sembrava lontano dalla finestra di casa sua, ma in realtà, con la strada diretta, ci volevano solo dieci minuti di machina. Rimase poggiata con i gomiti sul davanzale, a fissare la serenità della notte, ascoltando quel meraviglioso e fresco silenzio. Respirava l'aria fresca, riempiendosene i polmoni.

Una scheggia argentea che attraversava la notte, ecco come si sentiva Paola.
Era veramente una nottata fredda, e forse andare con la moto non era stata una buona idea. La prossima volta sarebbero andati con la macchina.
-Non staremo correndo un po' troppo?- Gli urlò attraverso il casco, cercando di scavalcare il rombo del motore.
-Non preoccuparti,- le rispose Claudio, urlando a sua volta, -tienti stretta, tra poco saremo arrivati.-
Paola si strinse su di lui, posò la testa sulla sua schiena, le braccia intorno alla sua vita. Sentiva di amarlo veramente. Guardò il cielo: limpido nella notte. La volta nera del cielo era imperlata di stelle, ce n'erano una quantità incredibile. Miliardi di luci brillanti.
"E' bellissimo..." pensò lei. Si sentiva parte di quell'universo, una stella anche lei.
La moto correndo, lasciava dietro di sé una scia nebbiosa di particelle d'acqua.
"Troppo freddo però..." pensò ancora.
E la strada continuava a srotolarsi davanti a loro, come il futuro, come la loro vita.

Stava cercando il suo scialle di lana nella panca dei maglioni, lo trovò e se lo mise intorno alle spalle. Sfregandosi le mani per scaldarsele tornò alla finestra. La bruma aveva invaso la valle, sfumando i lumicini del cimitero, avvolgendo il monastero in un'atmosfera irreale, da sogno. Vide insetti, forse moschini, non lo sapeva, volare intorno alla lampadina del portoncino. Il silenzio le dava pace alla mente.
Poi, da lontano, le arrivò alle orecchie un lieve ronzio, che aumentava sempre più. In fondo alla strada, proprio prima della curva, si delineò un cono di luce, poi la moto apparve alla sua vista.
Paola stava tornando, la sua bambina; ma ora non era più una bambina, aveva quasi diciotto anni, era una signorina ormai, e nuove cose le riservava la vita che aveva ancora dav...
Uno stridio enorme, come un urlo roco di civetta. La moto si inclinò verso sinistra, troppo, scivolando, cadendo sulla gamba della ragazza. Paola si staccò dalla sella, e prese a slittare sull'asfalto. Claudio stringeva ancora il manubrio, seguendo la traiettoria rotante che stava compiendo la moto: si avvicinavano alla palazzina come due pattini impazziti. Poi lo schianto contro il muro: i frammenti di ferro lanciati come frecce in tutte le direzioni. Il corpo del ragazzo si proiettava, novello uomo proiettile, contro la parete di cemento, per rimanervi attaccato qualche istante, e cadere a terra lasciando sul muro un fiore rosso.
Marta, alla finestra, aveva visto tutto.
La sua mente era invasa da un silenzio innaturale: fissava quella visione con totale indifferenza. Il suo cervello le stava dicendo che non era vero nulla, che era solo un frutto della stanchezza. Avrebbe fatto meglio ad andare a dormire, tanto Paola aveva le chiavi per aprire, e che...
Chiuse gli occhi per qualche istante, per dare tempo all'illusione di svanire. Ma quando li riaprì la scena era ancora al suo posto, davanti a lei: la moto in pezzi, il ragazzo accasciato a terra, accanto al muro, e sua figlia stesa sull'asfalto, al centro della strada.
Poi i suoi nervi si sbloccarono, ed il suo cervello ricominciò a funzionare. Corse giù, in strada, verso il corpo di sua figlia. La sentì gemere.
-Paola, Paoletta, mi senti? Tesoro mio rispondimi, ti prego!- La teneva sollevata, la testa tra le braccia. Le baciava la fronte, scansandole i capelli dagli occhi con la mano.
Si guardò attorno in cerca d'aiuto, ma non c'era nessuno in giro. La doveva portare in casa, stenderla sul letto, poi da li avrebbe chiamato l'ambulanza, l'ospedale giù in paese.
Cercò di farla alzare, ma appena ci provò Paola lanciò un urlo. Marta non sapeva cosa fare: che cosa era successo, cosa le aveva fatto per farla gridare in quel modo?
La esaminò, rimase a fissarla, cercando di capire. Poi vide le gambe della ragazza.
La caduta le aveva spezzate in vari punti: il perone destro era rotto al centro, permettendo così alla gamba di piegarsi in avanti, in modo grottesco. Sembrava volersene infischiare delle leggi dell'anatomia. Dal canto suo il femore sinistro, ansioso di imitare il suo compagno, si era spezzato metà circa, e, forando la carne, era uscito fuori dalla gamba. Marta rimase a fissare la punta d'osso, lucida di sangue, fare capoccella dalla pelle lacerata.
In quel momento la sua mente si annullò: quelle gambe rotte avevano spezzato anche il suo sogno. Sua figlia non avrebbe mai più potuto danzare, e lei non sarebbe mai più stata ripagata di tutti i suoi sacrifici. Di tutte le ore passate a pulire, a subire le malignità della signora e delle altre del paese. Alla fine avrebbero avuto ragione loro...
Fine di tutto.

Non lo avrebbe permesso!
Paola gemeva tra le sue braccia. A forza la prese, la sollevò dirigendosi verso casa. Si voltò a guardare il cadavere di Claudio: era li, a terra, e non avrebbe mai più guidato la sua moto. Ma a lui avrebbe pensato dopo. Ora era più importante guarire sua figlia: lei doveva poter tornare a ballare, a qualunque costo!
Aprì la porta della cantina, facendo attenzione nello scendere la scala di pietra. Depose delicatamente sua figlia sul grande tavolo di legno. Rimase a fissarla, ed intanto le accarezzava il volto, il suo bel volto.
Tornò su, in cucina. Doveva fare presto se voleva salvarla, se voleva darle una nuova possibilità. Dal cassetto della credenza prese ciò di cui aveva bisogno, e tornò di corsa giù, nella cantina, da sua figlia.
Infilò la spina nella presa che si trovava accanto al tavolo da lavoro, e mise in moto il coltello elettrico. Paola, ancora stravolta dall'incidente, neanche avvertì il dolore, e così la lama scivolò nella tenera carne delle sue gambe, poco sotto il bacino. Nell'aria cominciò a diffondersi l'odore metallico del sangue.
Marta continuava il suo lavoro, circondata da una fitta nube di sangue, che leggera si alzava dagli squarci. Avvertì nella mano la resistenza che il femore opponeva alla lama, e spinse giù, con più forza. Il rumore del seghetto divenne più forte, poi l'osso cedette, lasciando il posto alla morbidezza della carne.
Quando ebbe terminato il lavoro con la prima gamba si affrettò a tamponare il moncone con della benzina, per poi darle fuoco, cauterizzando così la ferita.
Controllò come stava la ragazza: vide che era svenuta. Meglio così, pensò, avrebbe retto meglio il dolore. Iniziò a recidere l'altra gamba.
Quando ebbe terminato l'operazione prese le due gambe e le portò in cucina. Le mise nel camino, le cosparse di benzina e le bruciò: ormai non le servivano più, erano solo due inutili carcasse. Uscì dalla casa e si avvicinò al cadavere di Claudio. Spostò il rottame della moto e liberò il corpo del ragazzo. Claudio giaceva riverso su se stesso. La tempia destra era stata sfondata da un frammento di metallo, una specie di piccolo tubo che ancora gli usciva dalla carne, ma per il resto, a parte qualche escoriazione, non aveva ferite gravi. Prese il corpo e lo portò dentro. Per quella sera aveva più lavoro di un becchino...

Circa tre ore dopo aveva terminato il suo lavoro.
Marta era stanca, ma soddisfatta. Andò a dormire quando fuori iniziava ad albeggiare.
"Il meritato riposo!" pensò tra sé e sé. E mentre si sdraiava sul letto il gallo cantò.

Dormì fino al primo pomeriggio. Appena sveglia la prima cosa che fece fu di telefonare alla signora, per dirle che quel giorno non sarebbe potuta andare a lavorare, che sua figlia stava male; e che le pulizie potevano anche aspettare. Per quello che poteva importargliene la signora poteva affogare nella sua ricca polvere...
Mezz'ora dopo aver fatto colazione (pranzo...), le telefonò la madre di Claudio: era molto preoccupata, e le chiese se il ragazzo fosse rimasto a dormire da lei, visto che a casa non era tornato.
-No, ieri sera ha riportato Paola a casa, poi è andato via. Forse avrà incontrato degli amici e sarà andato a dormire da loro, lo fa a volte.-
-Si, ci ho pensato anche io, ma di solito mi telefona...Mah! Chiamerà...-
-Certo Franca, stai tranquilla, non starti a preoccupare prima del tempo, vedrai che tutto si sistemerà... Ora ti devo salutare, devo andare da Paola, non si sente tanto bene.-
-Poverina, che cos'ha?-
-Qualche linea di febbre, questa notte, con quel gelo, deve aver preso un po' di freddo-
-Falle i miei auguri, ciao.-
-Ciao, e richiamami se sai qualche cosa di Claudio, va bene? Ciao.-
Posò la cornetta, rimase qualche istante a riflettere: Franca aveva creduto a quello che le aveva detto? Si, sicuramente. Era stata naturale nel parlare, aveva recitato alla perfezione. Scese in cantina.

La chiamò con voce dolce.
-Paola, mi senti?-
Le palpebre della ragazza fremettero debolmente, poi aprì gli occhi. La sua mente era annebbiata, come se vagasse in una densa nebbia. Un caldo liquido amniotico la circondava, e la faceva andare alla deriva. E lei veniva cullata da quel liquido. Nell'aria solo l'eco della voce di sua madre, che da spiagge remote la chiamava. Uno strano dolore permeava il suo corpo intorpidito. Poi, lentamente, iniziò a riprendere coscienza di sé.
-Mamma, dove mi trovo...-, la voce le giungeva flebile all'orecchio.
-A casa tesoro mio...-, le sorrise. Paola cercò di muoversi. Il dolore iniziò a farsi sentire sempre più forte. La colpiva ad ondate, sempre più potenti, iniziava a non sopportarlo più. Si guardò attorno con fatica: capì di trovarsi in cantina, sul tavolo da lavoro. Cercò di tirarsi su, ma non ce la fece, il dolore le frustò la schiena. Ricadde sul tavolo.
-Stai buona, ferma, non devi muoverti,- le disse Marta, -non è ancora il momento.-
-Cosa mi è successo...- le chiese Paola, mentre un bruciore atroce le saliva dalle gambe fino al cervello. Era come se le avessero ficcato dei carboni ardenti nelle cosce.
-Hai avuto un incidente con la moto...- Marta si strinse le mani, -ti sei rotta le gambe...-
Ed in quel momento Paola ricordò tutto: la moto, la frenata inutile, la scivolata sull'asfalto, Claudio...
-Claudio, come sta' Claudio?- mormorò cercando gli occhi di sua madre, ma lei abbassò lo sguardo.
-E' morto...-
Paola rimase senza fiato, poi cominciò a piangere. Il dolore alle gambe si acutizzò; si asciugò le lacrime con la mano, poi si voltò verso sua madre.
-Ma perché siamo in cantina?-
-E' stato un brutto incidente, piccola mia, non potevo portarti in paese, non ce ne era il tempo. Dovevo curarti al più presto, le tue gambe non erano più buone. Non avresti più potuto ballare... Ma ora...- Le sorrise.
Paola non riusciva a capire. Cercò di muovere le gambe, ma non ce la fece: le sentiva pesanti, morte. Anzi, non se le sentiva affatto. Portò le mani alle cosce, il movimento le provocò una fitta di dolore alla schiena.
Appena si sfiorò le cosce ritrasse immediatamente le mani .
Alzò la testa e le vide: gambe muscolose, pelose, cucite malamente, con dello spago di nylon nero, al suo bacino. Quegli arti estranei, che avevano già cominciato ad assumere un colore violaceo. Quelle gambe...
Le gambe di Claudio!
Paola urlò, di dolore, di follia e di disperazione.
La cantina si riempì della sua voce. Lei si dibatteva sul tavolo, percependo il nylon che gli tirava la carne cicatrizzata dal fuoco. Era come essere morsi da centinaia di piccole bocche fameliche dai denti affilati come aghi. Urlava allargando le braccia, annaspando alla ricerca di un oggetto al quale aggrapparsi, come ad una scialuppa di salvataggio, dalla quale farsi portare alla deriva da quell'oceano di dolore. Ed intanto sua madre la osservava, le lacrime agli occhi, cercando una spiegazione al suo stupore.
-Paola ti prego, calmati. Non fare così, lo so, non è bello a vedersi, ma la cicatrice sparirà, e tu potrai tornare a danzare, anche meglio di prima. Sono gambe forti quelle...-
Paola si dibatteva sul tavolo, con quelle due appendici morte, inermi. Si voltò sulla pancia, e le gambe si incrociarono, l'una sull'altra. Alcuni punti si sfilarono lacerando la carne cicatrizzata. Lei si aggrappò al bordo del tavolo e tirò, ed il nylon si strappò: Paola cadde a terra, le gambe rimasero sul tavolo.
-Paola, ma cosa stai facendo...- mormorò sua madre, imbambolata dall'incapacità di capire: perché sua figlia stava rovinando tutto il suo lavoro?
Paola continuava a gemere mentre si trascinava verso la porta; sua madre non sapeva cosa fare.
-Non urlare, zitta...ZITTA... Tu devi solo pensare a danzare... Al resto penserò io...-
Paola cercava di salire la scala della cantina, voleva uscire da quel posto, lontano da sua madre, uscire e respirare l'aria fresca delle colline, continuare a vivere lontano da quelle gambe, da quegli osceni moncherini.
Si issò sul primo gradino facendo forza con le mani. Le cicatrici si erano riaperte lasciando una scia irregolare di sangue a terra, il dolore era atroce. Si accasciò piangente sugli scalini. Sua madre le si avvicinò con rabbia, una furia senza più controllo.
-Guarda cosa hai fatto, ora dovrò ricominciare tutto da capo!!!-
Prese la ragazza per le ascelle e la trascinò di nuovo verso il tavolo. Il pavimento ruvido le graffiava le vive carni sanguinolente, strappandone brandelli che rimanevano appiccicati sulla pietra. Altre ondate di dolore si inseguivano nel suo corpo, lei continuava a piangere, distrutta dalla disperazione. Profondi respiri le riempivano i polmoni, ogni volta che nuovo dolore arrivava alle sue carni. Sua madre la depositò sul tavolo, sulla schiena. Paola poté vedere quei due monconi accanto a sé: quelle ossa che sbucavano fuori dalle carni recise, carni ormai tumefatte. Grumi di sangue secco erano impastati con i folti peli di Claudio. Quelle sarebbero state le sue nuove gambe. Tutta la vita unita agli arti putrefatti del suo fidanzato morto!
Marta andò alla credenza degli attrezzi, e prese il rotolo di nylon nero e la forbice.
Paola la stava osservando nell'operazione: sua madre era impazzita, e non ci sarebbe stata più speranza, né per lei e né per se stessa.
Marta tornò al tavolo, svolse il nylon e ne tagliò un pezzo. Ed in quel momento Paola afferrò il polso della madre, quello con la mano che teneva la forbice; e prima che Marta potesse reagire, si affondò la forbice nel petto.
Marta lasciò andare la forbice, fissando il corpo di sua figlia. Lo guardava senza capire, inebetita, la bocca socchiusa, gli occhi spenti, la sua mente ormai inutile.
Poi la sua rabbia esplose.
-DEFICENTE!!! Ora devo fare un lavoro DOPPIO!!!!!-
Si recò verso l'angolo della cantina dove si trovava il cadavere di Claudio. Lo afferrò per un braccio e lo trascinò sotto la lampada, poi, preso un coltello, cominciò a colpirlo al petto, sotto lo sterno.
Un colpo dopo l'altro, con feroce determinazione.
-Speriamo che il cuore sia ancora in buone condizioni...- si disse, ed intanto si preparava al trapianto.