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La velocità era la sua passione! Sin da quando era ragazzo Giulio sognava di diventare pilota di formula uno. Amava le macchine, quei meccanismi così perfetti, pronti a prestare obbedienza ad ogni comando che veniva loro impartito. Erano soldati votati alla fiducia totale nel loro comandante. Non si ribellavano mai, neanche quando gli ordini erano sbagliati. Era questo che gli piaceva: la cieca precisione. Passava più tempo con i motori che con le persone. In fondo sapeva di non potersi fidare della gente; era una lezione che aveva imparato da bambino. Ricordava quando la sera suo padre tornava ubriaco. La sua compagna non era la mamma, ma la bottiglia. E certamente sua madre non faceva nulla per riconquistare l’amore dell’antica fiamma; aveva trovato altri focolari dai quali poter attingere il calore di un corpo maschile. Lui voleva bene a sua madre, ed in fondo anche a suo padre (quando era sobrio), e si fidava si loro due: erano la sua famiglia, la sua sicurezza, le sue fondamenta sulle quali costruire tutta la sua vita. Sennonché, quando Giulio aveva nove anni, sua madre se ne andò con il fornaio... Questo era successo, e questo aveva imparato: se non ci si può fidare della propria madre allora di chi ci si doveva fidare? Certamente non di suo padre. Quando a tredici anni Giulio lasciò la scuola e si mise a lavorare in un’officina, suo padre non ne sapeva nulla, ma anche se Giulio glielo avesse detto, probabilmente lui non avrebbe neanche capito. Ormai il suo cervello era affogato nell’alcool, alla deriva nell’oceano dei vini di marca zero, perso nel suo dolce dondolare nell’incoscienza, e quando poteva parlare, capire ed esprimersi in maniera sensata, si trovava in fabbrica, lontano dal figlio. Ormai diciottenne, Giulio decise di andare a vivere da solo. Non voleva nessuno accanto a sé, sapeva che ovunque la gente era cattiva, falsa. Lo era stata nella sua famiglia, a scuola e all’officina, dove lavorava senza mai scambiare una parola con nessuno... Tranne che con Piero. Non sapeva il motivo, ma in lui non era riuscito a trovare falsità. Era un ragazzo della sua stessa età che già da qualche anno prima di lui lavorava nell’officina. Così iniziò ad uscire con Piero, la sera, dopo il lavoro, ed in poco tempo i due divennero amici inseparabili. Intanto il tempo passava e Giulio, da brava e previdente formichina, si metteva i soldi da parte. Doveva comprarsi un sogno, e non lo voleva pagare a rate. Le rate erano una presa in giro (una delle tante...). Ti facevano credere che una cosa era tua, ma ti bastava saltarne una ed ecco che l'oggetto che era tuo ti veniva tolto. Ed allora? No, per lui niente rate, il sogno sarebbe stato pagato in soldoni contanti, uno per uno sull'unghia! Il tempo passava, ma lui sapeva aspettare, non aveva fretta. Poi, a venticinque anni, finalmente Giulio si comprò il suo sogno fatto di lamiera e motore: una Sierra Cosworth. Era circa in quel periodo che aveva cominciato a frequentare Daniela, la sorella di Piero. Aveva iniziato a conoscerla la sera, dopo il lavoro (e dopo la Sierra), durante le sue uscite con Piero e con i suoi amici. Non gli era sembrata una ragazza come le altre, non era una piagnucolosa femminuccia tutta tette e culo, come ne aveva viste tante, anzi... Era di due anni più piccola di lui, andava ancora all'università, facoltà di biologia, e contava di laurearsi entro l'anno. A lei Giulio era stato subito simpatico, alla mano, semplice, anche se ogni tanto vedeva in lui la scintilla di qualche cosa che non riusciva a capire, ma che trovava un pochino sinistro. Piero le aveva raccontato sommariamente la storia di Giulio, ma non era voluto entrare nei particolari, per rispetto del suo amico. Se Giulio voleva raccontare la storia per intero a Daniela, lo avrebbe fatto. Era una cosa che avrebbe dovuto decidere lui. Ma in fondo a Daniela non interessava il passato di Giulio, lei voleva vivere il futuro, possibilmente con lui accanto. E gli avrebbe perdonato anche il fatto di passare molto tempo con la Sierra: la fissazione per una macchina era sempre meglio di una amante... Così passava il tempo. E più passava e più la Sierra era al centro dell'attenzione di Giulio. Con l'aiuto di Piero era sempre in garage, alla sua macchina, a lavorare a continue modifiche al motore o ad altre parti, per poterne migliorare le prestazioni. Per farla diventare sempre più potente, scattante, dinamica. Giorno dopo giorno, tra grasso, olio, ammortizzatori, candele, cavi elettrici. Appena ne aveva il tempo Giulio correva da lei. Contava i minuti che lo separavano da quell'incontro. Anche quando stava con Daniela, il suo pensiero andava al motore della Sierra, a quella che ormai era diventata la sua controparte meccanica. Poi Giulio sparì. Era ormai passata una settimana dall'ultima volta che si era fatto vivo con Daniela. Lei naturalmente sapeva che il motivo di quel silenzio era la Cosworth. Per questo decise di andare al garage. Trovò Giulio chino sul vano del motore. Indossava la sua tuta da meccanico. Lei rimase a guardarlo, senza dire nulla. Fissava il suo corpo, il suo fisico muscoloso ed asciutto, sotto la tela tesa della tuta da lavoro: quanto le piaceva... Avrebbe fatto di tutto per averlo, per toccarlo, sentirlo tra le sue mani, possederlo. Anche a costo di doverlo dividere con quella dannata macchina. -Cosa fai?- Gli chiese. Giulio trasalì, per poco non gli scivolò il cacciavite dalle mani. -Mamma mia! Mi hai fatto prendere un colpo. Avvisami che sei qui!- -Eri così preso dal tuo lavoro. Non volevo disturbarti.- -In compenso mi fai collassare...- Si voltò di nuovo verso il motore, Daniela gli si avvicinò, posandogli una mano sulla spalla. -Sto cambiando il filtro dell'aria, non andava più...- Rimasero in silenzio mentre Giulio richiudeva il coperchio del filtro. -Usciamo domenica?- Gli chiese lei. Aveva posto la domanda con un tono di scuse, come se stesse chiedendo una cosa che sapeva essere assurda. -Non lo so.- Rispose Giulio, rimanendo chinato sul motore. -Perché non lo sai?- -Forse devo andare da tuo fratello, dice che se trova i pezzi possiamo modificare le sospensioni.- -Ah...- Era delusa, ma non lo disse. Si avvicinò alla macchina, guardò il motore. E lo odiò. Si poggiò al lato del guidatore. -Togli le mani dalla portiera!- Scattò lui. -Ho lucidato la carrozzeria, mi ci lasci le impronte!- Era stato sprezzante. Daniela gli lanciò un'occhiata furiosa. Uscì dal garage senza dire nulla. Giulio rimase a guardarla, mentre andava via. Era possibile che quella donna non capisse la bellezza di quell'opera d'arte meccanica? Tornò alla sua Sierra. Era veramente un bel motore. In un momento dimenticò tutto: le impronte, l'occhiataccia di Daniela, lo spavento che lei gli aveva fatto prendere. Adesso c'era solo la Sierra. In uno stato simile all'estasi toccò la testata, verniciata di rosso. Si sentiva felice. Quella era la sicurezza che cercava. A quel tocco si sentì pervaso da una forte energia, una strana potenza fece vibrare tutti i peli del suo corpo. Chiuse gli occhi, la sua mente era invasa da ondate di potere, di velocità e vento, di miglia orarie bruciate sull'asfalto. Era stupendo. Quel motore era tutto. Come si faceva a non amarla, a non ammirarla. Era quella la gioia che lo riempiva. Quella macchina era parte di lui, era in lui, e lui ne era parte. Ebbe un'erezione... Era troppo, non poteva continuare così. Daniela non ne poteva più. Il modo in cui Giulio trattava quella macchina era morboso, anzi di più. Simbiotico. Ecco questa era la parola giusta. Quasi sicuramente preferiva quella macchina a lei. Non poteva continuare così. Era una situazione assurda, non poteva essere invidiosa di un misero pezzo di ferro. "Ti rendi conto...", si disse, "sono gelosa di una macchina. A questo mi ha portata..." Non le era mai successo di trovarsi in una simile situazione. Ma non le piaceva, tutta quella storia li stava portando ad un bivio. Prima o poi lui avrebbe dovuto scegliere: o lei o la Sierra. "E se lui sceglie la Sierra?" Non ebbe risposta... Domenica sera. Erano da poco passate le ventitré. I fari scivolavano nell'oscurità della sera, illuminando la strada che metro dopo metro appariva davanti a loro. L'asfalto, coperto dall'umidità, rifletteva quella luce in un mosaico di mille perle argentate. La festa a casa di Piero era stata di una noia mortale. Giulio e Daniela avevano lasciato i loro ospiti poco prima dell'inizio di un entusiasmante "gioco della verità"(entusiasmante come avere un nido di vermi in una scarpa)! Era stata una vera fuga tattica... Viaggiavano in silenzio. Daniela guardava fuori dal finestrino: alti faggi costeggiavano i bordi della strada di campagna, creando un panorama monotono in quell'oscurità. Si voltò verso Giulio. Osservò la sua faccia: come sempre, quando il ragazzo era al volante della sua macchina, il suo volto emanava un'aria di beatitudine. Sembrava un uomo che avesse scoperto il senso della vita, e avesse capito quali erano i veri valori dell'esistenza. Daniela spostò ancora lo sguardo, questa volta verso il cruscotto. Le spie luminose le sembravano occhi, furtivi, che la osservavano dalle loro piccole tane. Controllavano lei, i suoi gesti, i suoi pensieri. Lei le odiava, e loro lo sapevano... La voce di Giulio la riportò bruscamente alla realtà. -Allora? Cosa ne pensi?- Le domandò sorridendo. Daniela rimase spaesata, non aveva la minima idea di cosa stesse parlando. -Di che cosa?- -Della tenuta di strada.- "Della macchina!" -Ho ribassato gli ammortizzatori, ora in curva ha più stabilità. E' che ho dovuto...- Daniela si portò una mano alla fronte: non ne poteva più. "Ecco ora ricomincia con la macchina. Come può arrivare ad una simile fissazione. Sempre e solo la macchina." Ed intanto le parole di Giulio continuavano a stillarglisi nella mente, come la tortura della goccia cinese sulla fronte. "E' solo un pezzo di ferro..." Le parole del ragazzo le risuonavano nel cervello. Era diventato un concerto di echi assordanti, amplificati in contorti riverberi sonori. "E continua a parlare, non capisce neanche che non lo sto ascoltando, che non voglio ascoltarlo". Le sembrava che stesse parlando da ore. E quelle parole andavano alla deriva nel suo cervello. -... che cambiando la centralina ho... con la vernice originale... e capirai che le gomme...- "Suoni nella mia testa, onde, alti e bassi..." -... perché il manto stradale... nel filtro dell'aria quando... per questo le gomme... lo sterzo è più... e frenando...- "Ancora, una marea di parole, concetti, meccanica, rimbalzano da una parte all'altra del mio cranio... Ma che vuol dire? Che significa? Perché a me? Basta..." -... la centralina... e l'olio dei freni...- "Basta... Ti prego..." -... con la tappezzeria... e lucidando...- "Basta..." -... il cambio... il cruscotto e...- -BASTAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!- Urlava isterica, le mani tra i capelli. Giulio con gli occhi sbarrati. -NON NE POSSO PIÙ'- Continuava ad urlare, preda di una crisi isterica. -QUESTA MACCHINA E' UNA MERDA! LA ODIOOOOOOO!!!!- Impugnò il volante con entrambe le mani, scalzando Giulio di lato. Daniela sterzò violentemente verso destra. Giulio non poté evitare nulla. La macchina sbandò. Giulio schiacciò il freno. Un urlo di gomme che scivolavano sull'asfalto bagnato. Il muso della macchina si schiantò contro l'albero. Il parabrezza divenne polvere brillante. Poi la notte ingoiò tutti i rumori. Ed anche la mente di Giulio. Passarono due settimane, durante le quali Giulio non si era fatto vivo. Perciò Piero decise di andarlo a trovare. Dopo l'incidente lo aveva sentito poche volte, solo per telefono. Anche con Daniela non si era sentito molto, ma la prima volta che si erano richiamati al telefono, subito dopo l'incidente, la sorella gli aveva assicurato che nessuno dei due si era fatto male. In quanto alla Sierra... Beh, quello era un altro discorso... Come Piero aveva previsto Giulio non era in casa. Sicuramente era in garage, e naturalmente aveva ragione. Giulio era lì, intento a lucidare i vetri della Sierra. Aveva fatto veramente un ottimo lavoro. La macchina era praticamente nuova. -Ciao.- Giulio si volse, di scatto. Appena lo riconobbe gli sorrise. Aveva il volto raggiante. Era chiaro che sapeva di aver fatto un bel restauro, e ne era orgoglioso. -Ciao, come stai? Non ti avevo sentito.- -Si, me ne ero accorto,- Piero si avvicinò alla macchina, -hai fatto un bel lavoro. Non si vede neanche un graffio.- -Infatti. Mi sono preso un mese di ferie per rimetterla a posto. E' tornata nuova, come quando la comprai. Ho sostituito tutti i pezzi. Sono andato a prenderli personalmente, uno per uno. Non potevo permettermi di aspettare le lungaggini degli ordini. E' tutta nuova...- La guardava con un sorriso beato. -E il motore?- -A posto anche quello, devi sentire che cos'è. Ho fatto anche qualche modifica. E' un leone adesso!- -Lo immagino. E con Daniela come va'?- -Bene, bene.- -Dici sul serio?- -Certo, è tutto ok. Abbiamo parlato molto, ci siamo chiariti, abbiamo ammesso gli errori di entrambi. Certo, lei ha esagerato un pochino con la sua reazione; ma credo che per lei è stata dura starmi dietro, sopportarmi. La trascuravo. Ma ora ci siamo perdonati a vicenda.- Continuava a guardare solo la macchina. -Io ultimamente non l'ho sentita, ma tra il mio lavoro, e l'università, non abbiamo avuto molte occasioni... Non posso sapere come è andata tra voi. Ma se tu mi dici che è tutto a posto...- -Certo, tranquillo.- Solo allora parve scuotersi dal torpore che lo teneva fisso sulla Sierra. -Anzi, le ho anche fatto un regalo!- -Che regalo?- Piero era curioso. -Aspetta, ti faccio vedere. Non te lo immagineresti mai...- Giulio aveva stuzzicato la sua curiosità; e questa aumentò quando vide il ragazzo mettersi davanti al cofano del vano motore. -Guarda che meraviglia...- Disse Giulio. Piero gli si avvicinò, e lui aprì il cofano. -E' stato un lavoro duro, ma alla fine ci sono riuscito.- E mentre Giulio sorrideva, Piero si sentì sprofondare il cuore in una voragine di disperazione. L'espressione di angoscia, di dolore, con cui lo stavano fissando gli occhi di Daniela era sconvolgente. La testa della ragazza era incastonata a forza tra la testata, il contenitore del liquido dei freni, il serbatoio dell'acqua e l'ammortizzatore. All'interno della bocca spalancata, tra i denti dalle gengive ormai violacee, c'era un tubo di plastica largo circa quattro centimetri, foderato all'interno da una specie di guaina di gomma. Accanto alla turbina e al filtro dell'aria erano incalcate le sue mani mozzate. Sugli ammortizzatori, con la colla, era attaccata la pelle dei suoi seni. Piero si voltò verso Giulio. Lacrime nei suoi occhi, disperazione nella sua mente e dolore nel suo cuore. Giulio sorrideva. -Allora? Non è stupendo? Si era anche rotta la cinghia di trasmissione. Ho passato una notte intera ad intrecciare muscoli e tendini, funziona a meraviglia...- Piero muto. Lo guardava con gli occhi sbarrati, non aveva nulla da dire, da pensare. E che cosa poteva dire davanti a tutta quella follia? Tutto era superfluo, inutile. -Sei pazzo...- Giulio non riusciva a capire. Perché gli parlava così? Era l'invidia che gli suggeriva le parole? Invidia per la sua splendida, potente, Sierra Cosworth. Poteva essere che in fondo anche Piero non fosse diverso da tutte le persone che aveva conosciuto nella sua vita. Persone false, traditrici. Anche lui si era rivelato come gli altri. Come aveva potuto sbagliarsi. E l'antica rabbia, quella che gli aveva bruciato il cuore quando sua madre lo aveva lasciato, tornava a farsi sentire, a riaccendere il bruciore che credeva di aver ormai estinto da tempo. -Come ti permetti. Tu non puoi capire la bellezza, la magnificenza. E' perfezione. Arte allo stato puro. Sono riuscito ad unire insieme le due cose che amo di più.- Guardava la testa di Daniela, dal colore olivastro, inizio della putrefazione. La pelle delle guance, già ustionate dal calore del motore, era ridotta a secche scaglie pustolose. -Pensavo che tu avresti capito la bellezza di tutto questo. Ma mi sbagliavo: non puoi perché sei corrotto come tutti.- L'aria era immobile, arida, intorno a loro. Un sudario di silenzio li circondava. -Sei pazzo...- -Vattene...- -Pazzo...- -VATTENEEEEEEEEEEEEEEEEE!!!!!!!!!!!!!- Piero si voltò, sconvolto, confuso, disperato, e corse via, fuori da quel luogo che gli sembrava ora lontano dal mondo, un altro pianeta, sul quale aveva trovato solo follia. Corse su per la rampa del garage, verso la pura luce del giorno. "Non può capire, come ho fatto a illudermi. E' nella natura umana tradire." Andò a tirare giù la saracinesca del garage, poi tornò alla Sierra, davanti al motore. "Le macchine invece non ti tradiscono mai. Sono loro la perfezione." Si tolse la maglietta, i pantaloni, le mutande. Gettò i vestiti a terra. "Io voglio solo la perfezione. Ed ora, Daniela, tu sei perfetta..." Nudo si sdraiò sul motore. Era eccitatissimo. Si strusciava contro i meccanismi sporchi di grasso. Con le mani carezzava il motore, baciava le labbra tumefatte di Daniela. Poi, muovendosi lentamente, arrivò ad infilare il suo membro nella guaina del tubo, nella bocca del cadavere. Il suo corpo iniziò a sussultare, i glutei si alzavano e si abbassavano, mentre rochi gemiti volavano nel garage. I muscoli della sua schiena erano lucidi di sudore, tesi in preda del piacere. Con le dita sfiorava i cavi iniettori, la cupola del filtro dell'aria. Vertigini di goduria si inseguivano nel suo stomaco. Finché con l'urlo esplose l'orgasmo. Estrasse il suo pene gocciolante dal tubo, ed iniziò a leccare le aride labbra della ragazza. La sua lingua risalì sulla guancia screpolata, staccando frammenti di pelle morta, ed andò oltre, sulla testata del motore. Il sapore acido del grasso inondò la sua bocca. Svitò il tappo dell'olio, intinse l'indice ed iniziò a passarselo sul corpo: sotto il mento, sul collo, intorno ai capezzoli, ed ancora più giù, all'inguine. Carezzandosi il corpo, tracciando disegni tribali con lucide scie scure. Disegnò cerchi alla base del suo membro, che subito tornò turgido, ridestato al richiamo di un nuovo, imminente piacere. Giulio aprì gli occhi, lentamente si alzò dal motore. Chiuse il cofano, e, ancora nudo, si sedette al volante della Sierra. Accese il motore e sorrise a quel rombo potente. A quel saluto che era solo per lui. La sua erezione aumentò, divenne marmorea. -Io e te, Sierra amore mio...- Lontano le sirene della polizia. La volante della polizia era ferma in cima alla rampa del garage. Piero e due agenti scesero dalla vettura. Piero indicò la saracinesca del garage in fondo alla rampa. -E' quella li.- Disse agli agenti. Fecero per muoversi. In quel momento il boato. La saracinesca del garage esplose. La Cosworth balzò fuori dalla sua tana, rilucente pantera di metallo lucido. Il cofano volò via, mettendo a nudo il motore, e portandosi dietro la testa di Daniela, sbalzata dall'urto. La testa cadde poco distante, sull'asfalto, con un tonfo secco, pesante, spaccandosi. Il parabrezza divenne una scarica di prismi taglienti proiettata in avanti, brillanti farfalle in volo. I tre si gettarono di lato appena in tempo. La Sierra si impennò sulla salita, fece un balzo, e con uno schianto assordante, atterrò sulla volante. In una frazione di secondo, che durò per infiniti attimi, Piero vide Giulio all'interno della Sierra. Vide la sua gioia assoluta. Vide il suo corpo fulgido compenetrato dalle lamiere distorte. Vide esplodere le fiamme, le vide bruciare e fondere la carne con la plastica. Ed in un istante di gloria infernale vide Giulio e la Sierra Cosworth unirsi in un unico, meraviglioso, elemento di affascinante potenza. Inseparabilmente forgiati dalle fiamme di un amore impossibile e sincero. |