"L'ho ucciso io, ma non credo che una qualunque giuria mi possa condannare, non dopo quello che ho da dire…
E sinceramente credo che la colpa non sia neanche mia, se lui non avesse agito in quel modo!
In fin dei conti io ero a casa mia, in salotto, comodamente seduto a veder la televisione, come faccio (facevo) ogni pomeriggio. Lui ha suonato alla porta, ed io, d'istinto, ho abbassato il volume. Vivo solo, ed ho la paranoia dei venditori porta a porta. Non mi va di aprirgli, e così, appena sento suonare, faccio finta di non essere in casa. Attendo dietro la porta, e li spio mentre sono li, testardi, in attesa che io apra. Poi, sconsolati, come a volermi far sentire in colpa per non aver aperto, li vedo girarsi, e scendere le scale, oppure suonare al campanello del vicino; ed io so che anche il vicino finge di non essere in casa…
Così quel pomeriggio sento suonare alla porta. Dopo aver abbassato il volume del televisore, mi alzo, e vado a vedere chi è. E così, attraverso lo spioncino, vedo quest'uomo con una tuta da lavoro, e con alcuni fogli in mano. Non è un venditore, perciò mi decido ad aprire, ma solo uno spiraglio. Lui mi guarda, e mi sorride, e mi dice che deve controllare il gas, deve fare la lettura del contatore, e mi mostra il tesserino di riconoscimento. In realtà io non ho mai visto un tesserino della società del gas, perciò quello che mi mostrava in quel momento poteva anche essere un duplicato della sua carta di credito, tanto non me ne sarei accorto. Ma lo lascio entrare, e lo conduco in cucina, dove c'è il contatore. Lui si china, e prende a segnare i numeri che sono sul contagiri. Una volta mi feci anche spiegare cosa significavano tutte quelle cifre, ma l'ho dimenticato, e quindi adesso non mi interessa più sapere che fine faranno quei numeri. So solo che servono per fare il calcolo di quanto dovrò pagare sulla prossima bolletta del gas. Quindi, ero rimasto all'uomo che segna i numeri. Poi vedo che ripone la penna e chiude il blocchetto dei fogli con i numeri segnati sopra. Bene, avrà finito, penso. Ma lui si volta, e mi fissa. E rimane così a fissarmi per qualche minuto, ed allora gli chiedo se va tutto bene, se si sentiva male; e lui mi risponde che no, non si sentiva male, voleva solo vedere se le mie proporzioni erano giuste… Poi ha sussurrato che io sarei potuto essere uno splendido esemplare per la sua collezione!
Collezione??? Ma di che cosa stava parlando? Mi sono subito immaginato di vedermi, tutto rintorcinato, dentro il vano di una grossa bacheca da parete… Poi capii, quando estrasse un lungo coltello dalla tasca interna della tuta, un unico pezzo di ferro, dalla lama al manico. La prima cosa che pensai fu: ma come faceva a tenerlo tutto in tasca? La seconda è stata che la sua collezione non era proprio delle migliori, e neanche delle più profumate: collezionare cadaveri non è mai stato il massimo dell'igiene…
La prima cosa che mi capitò sotto mano fu il barattolo dello zucchero, glielo lanciai contro, non facendogli un gran danno, ma in compenso il pavimento della cucina divenne più dolce. Corsi in camera mia, e chiusi a chiave la porta. Sentivo chiaramente i suoi passi lungo il corridoio, il suo ansimare simile ad un toro in calore. E seppi con precisione quando si fermò alla porta chiusa. E cosa potevo fare? Di solito nei film succede qualche cosa che salva la vittima, il protagonista; spesso erano delle cose assurdissime che alla maggior parte delle persone non verrebbero mai in mente. E allora dici allo schermo: che fortuna! Ma non pensiamo mai che quella fortuna è stata calcolata perfettamente a tavolino, da persone che per lavoro inventano "colpi di fortuna", proprio per poter stupire la gente.
Adesso ero li, in quella camera, e non c'era nessuno che studiava per me un colpo di fortuna! Intanto lui cominciava a colpire la porta, e mi sembrava di non aver mai trovato, in tutta la mia vita, una persona che volesse incontrarmi con tanta furia. Quei colpi erano atroci, il solo sentirli mi riempiva di disperazione, mi annunciavano che una qualunque fuga sarebbe stata inutile, che avrebbe solo prolungato la caccia i cui esiti erano già decisi. Ma non volevo neanche stare lì ad aspettare come una pecora al macello. Già, ma cosa avrei fatto? Oltre tutto non avevo neanche tanto tempo, visto che la porta stava cedendo all'insistenza di quel coltello… La cosa assurda è che non avevo proprio voglia di fare qualche cosa, mi sembrava che tutto sarebbe stato inutile, e quindi me ne restavo lì, seduto per terra, nell'angoletto tra l'armadio ed il letto, a sudare e lacrimare, e a chiedermi perché!
Ma ormai la porta aveva ceduto, il foro era abbastanza largo da farci passare la mano per sbloccare la serratura, e così fu. E oltre tutto, per mettere la mano dentro il foro, si graffiò anche il dorso con le schegge di legno, ma sembrava non importargli nulla. Assurdo che tutto ciò che colpì il mio interesse, in una situazione simile, fu vedere i pezzi di pelle pelosa rimasti attaccati al legno spezzato. Intanto lui era entrato e mi fissava, ancora lì, fermo sulla porta.
Che cosa dovremmo fare ora? Passiamo un po' di tempo a guardarci, poi magari te ne esci dicendomi che è stato tutto uno scherzo? Una candid-camera?
Neanche me ne accorsi quando fu su di me, tanto breve era lo spazio che ci separava. Un passo bastò? Credo di si. Ed eccolo sopra di me, il coltello nella mano sanguinante, la stessa mano che aveva lasciato i suoi pezzi tra le schegge di legno della porta. Quanto mi sembrava alta quella mano…
Poi tutto mi cadde addosso, sulla mia testa.

Sapevo di essere a terra, e sapevo anche che era da un po' che mi trovavo in quella posizione. Cosa mi aveva fatto quell'uomo? Non lo capivo ancora. Il mio corpo era pesante, e non voleva rispondere ai miei ordini neurali. In realtà neanche il mio cervello era tanto a posto; non che lo fosse mai stato, in realtà, però in quel momento lo era meno del solito, il che poteva essere un po' più grave…
Intanto sentivo l'uomo del gas che girava per casa, cercava chissà cosa. Magari un sacco o qualche cosa per portarmi via, tanto in quelle condizioni non mi potevo certo ribellare. Poi cominciai a sentire che stava buttando a terra delle cose, sedie e soprammobili, immaginai. Tonfi dal bagno… Certo che la gente è strana! Magari c'era rimasto male perché non aveva trovato quello che si aspettava. Intanto io continuavo a stare fermo, anche se sentivo che, lentamente, riprendevo contatto con i miei centri nervosi; riuscii anche a muovere di poco le dita della mano. Ho cominciato ad impegnarmi, e così, lentamente, mooolto lentamente, riprendevano vita altre parti del mio corpo. Credo che fosse passata circa mezz'ora da quando ripresi coscienza. E in quella mezz'ora avevo, a fatica, riattivato la maggior parte del mio organismo. Certo che doveva avermi dato una bella botta per ridurmi a quelle condizioni.
Intanto lui aveva continuato a girare per casa, non curandosi minimamente del mio stato di salute. Ed io ne approfittai, mi sforzai, e riuscii anche a mettermi seduto. La testa mi girava, come se fossi stato in una botte, insieme con un maiale, che rotola giù per le montagne russe (la botte, non il maiale, lui era lì solo per darmi un po' di puzza)… Mi sentivo la testa come incastrata in qualche cosa. Come se mi avessero messo un casco di traverso.
Mi poggiai al letto e cercai di alzarmi, e mi è costato farlo. Altro che giramento di testa col maiale, mi sa che in quella botte c'era un elefante… Ci vedevo doppio, e intanto mi reggevo con entrambe le mani sul letto. Non è che stavo proprio in piedi, però c'ero vicino. Respirai profondamente, anche se mi sembrò che non servisse a nulla, e mi misi dritto, in piedi; ed ecco, ora sulle montagne russe c'ero davvero, senza botte e maiale (o elefante), da solo, in caduta libera, il fatto era che la pista era solo in discesa, non c'era mai una salita che potesse rallentare la marcia. Il vomito prendeva l'ascensore nel mio stomaco, su e giù, su e giù.
Che schifo di sensazione, neanche nelle peggiori sbronze avevo provato un male simile. Ma almeno ero in piedi. Feci qualche passo verso la porta, facendo attenzione a non vomitarmi sui piedi, mentre il maiale e l'elefante si facevano un tango nel mio stomaco. Giunto sulla soglia mi fermai, e lui si fermò, l'uomo del gas.
Eravamo di fronte, io e quel pazzo.
La prima cosa che vidi era il suo volto, che in pochi istanti si era fatto bianco e sudato. I suoi occhi erano tanto sbarrati che pensai che potevano cadere fuori da un momento all'altro. Magari, ci avrei giocato a ping pong! Si allontanò di qualche passo da me, neanche avesse visto un fantasma. Ma cosa c'era che non andava? D'istinto mi voltai verso lo specchio del corridoio: io non sbiancai, perché ero già bianco, come un cadavere.
Anzi, ero un cadavere. Lo capii nel momento in cui vidi il manico del coltello che sbucava dalla mia fronte, la lama piantata, ben bene, in mezzo agli occhi, un po' più in alto. Cavolo, pensai, e adesso cosa faccio? Non è che posso andare alle pompe funebri e dirgli: salve, mi seppellite? Cadde qualche cosa, mi voltai a guardare l'uomo del gas: era alla parete ed aveva fatto cadere, con la schiena, un quadro. Era uno dei dipinti che preferivo. Non so se fu l'avermi ucciso o l'aver rotto il quadro che mi fece incazzare, so solo che mi gettai su di lui, mentre piangeva (!!!), e gli infilai indice e medio negli occhi. Ero veramente fuori di me, perché la mia mano non si fermò, andò in profondità, spostando occhi e tendini, carne che neanche sapevo cos'era, superai il duro dell'osso con facilità, e capii di essere arrivato troppo in fondo. Così ripiegai le dita e tirai forte. Lo stappai! Tirai via tutto e sulla sua faccia rimase un buco che comprendeva gli occhi e l'inizio del naso. Avevo fatto un macello, mi sa che quello che uscì fuori era cervello, giallo grigiastro… Intanto il sangue gli usciva come ad una fontanella. E c'era anche l'occhio che penzolava: un classico, pensai. Pochi istanti dopo scivolò a terra, e non si mosse più.
Mi portai la mano alla fronte e tirai via il coltello: fu come se dell'aria fresca entrasse, all'istante, nella mia mente, e mi sentii subito meglio.
Così, tanto per fare, ho infilato il coltello nel foro dell'uomo del gas, la dove avrebbe dovuto esserci l'attaccatura del naso, e l'ho lasciato lì.
Adesso sono seduto alla poltrona del salotto, come prima che arrivasse quell'idiota. Non sto vedendo la televisione, che intanto era rimasta accesa per tutto il tempo. Sono qui, e aspetto nulla. Cosa dovrei fare ora? Non so, non so più nulla…
Già, ho ucciso un uomo, ma chi mi può condannare? Quale giuria? E poi che pena mi possono infliggere? Magari mi danno il carcere a vita!!!"