-Vai a dormire.-
-Ma non ho sonno mamma.-
-Tutti i bambini buoni, alle nove e mezzo di sera vanno a letto.-
-Ma mamma, ho dieci anni, fammi restare ancora un po' a vedere le televisione.-
-Ho detto di no. Su obbedisci.-
-Ma papà mi faceva restare fino alle dieci, e poi...-
-Ora basta! Ti ho detto che devi andare a letto, e non farmelo più ripetere!-
Luca si alzò dalla poltrona, aveva un'espressione sconsolata sul volto. Stava per uscire dalla stanza, poi ci ripensò, tornò indietro e diede un bacio alla mamma, lei gli sorrise.
-Buona notte,- gli disse, e con la mano gli arruffò i capelli castano chiari, fini e morbidi come seta. Lui ricambiò il sorriso, poi andò in camera sua.
Non gli andava di andare a dormire presto. Se suo padre fosse stato ancora vivo avrebbe potuto continuare a vedere la televisione fino alle dieci, forse anche fino alle dieci e mezzo; la mamma lo permetteva di rado, ma nonostante questo lui le voleva bene lo stesso.
Per lui non si trattava solo di restare sveglio fino a tardi, il vero nocciolo della questione era che i suoi genitori non avevano mai capito nulla della Cosa.
Entrò nella sua stanza che si trovava in fondo al corridoio. Accese la luce, poi entrò. La camera era vuota, logico: ora non poteva succedere nulla, c'era la luce accesa. Si mise il pigiama, accese la lampadina accanto al letto, poi andò a spengere la luce del lampadario.
La luce della lampadina del comodino era più debole, ma non faceva nulla, l'importante era che ci fosse stata luce. Si infilò nel letto, tirandosi le coperte fin sopra il naso, poi spense la lucetta.
E, lentamente, la sua paura ritornò.
Provava a non pensarci, ma era inutile. Si voltò di lato e si sporse oltre il bordo del letto sbirciando il pavimento. Nella stanza c'era un leggero chiarore, dovuto alle luci della strada che entravano dalla finestra, ma quel tenue chiarore non poteva certo dissipare l'oscurità che si apriva sotto il suo letto, quel basso regno di buio delimitato dai quattro piedi del letto.
La dimora dell'Uomo Nero!
Luca fissava la soglia di quel Buio, sapeva che se fosse stato attento, se non si fosse sporto, Lui non lo avrebbe preso, perché Lui era sotto il letto. Luca lo sapeva, e vegliava. Non si sarebbe mosso, non gli avrebbe dimostrato che era uno sprovveduto, no, sarebbe stato attento, sapeva come fare.
L'ombra guizzò da sotto il letto!
Luca urlò: era Lui, era uscito dalla tana!
Sua madre aprì la porta ed accese la luce, Luca la guardò piangendo, implorante.
-Mamma, l'Uomo Nero, è uscito da sotto il letto, voleva prendermi...-
-Luca, insomma, smettila. Non ti vergogni alla tua età, credere ancora a queste cose? Dai, mettiti giù e dormi, vedrai che se dormi non avrai più paura.-
-Ma mamma, ti dico che era vero...-
Ma lei era già uscita, spegnendo la luce, e lasciandolo da solo, di nuovo con il buio.
Perché i genitori non credono mai ai loro figli? Possibile che non si rendano conto del rischio mortale in cui li lasciano? E perché quando ci sono loro l'Uomo Nero sparisce? Ha paura di loro forse?
Luca si sdraiò di nuovo, il cuore gli batteva nelle tempie, cercava di coprirsi con le coperte più che poteva; cercò di incartarsi con le lenzuola. In fondo era facile, bastava stare attenti a non far sporgere fuori dal letto ne mani ne piedi, era sufficiente questo per essere sicuri di non venir presi.
Così chiuse gli occhi e si addormentò.


Emerse lentamente dal sonno, era come riemergere dal fondo degli abissi; come uscir fuori da un banco di nebbia che gli riempiva la mente. Era stato il freddo a svegliarlo. Era ancora notte, la finestra della sua stanza era accostata, ed il freddo gli aveva gelato il piede, sfiorandoglielo con gelide dita simili a zampe di ragno.
Il suo piede era freddo, freddo perché era fuori dalle lenzuola, fuori, oltre il bordo del letto! Gli prese una stretta al cuore: e se Lui lo aveva visto? Se lo stava spiando mentre dormiva poteva essere sicuro che non avrebbe rinunciato a quell'occasione per prenderlo, per ghermirlo e farlo suo, per sempre.
Sentì dei passi fuori dalla porta: qualcuno veniva per lui! Si raggomitolò sotto le lenzuola, fissando l'uscio. Era pronto a vederlo entrare, o vederlo sbucare da sotto il letto, o da qualunque altro posto oscuro, perché sapeva che Lui poteva essere ovunque. I passi si fermarono davanti alla porta, la maniglia ruotò cigolando, Luca sudava, pronto alla sfida: non si sarebbe dato senza combattere, avrebbe scalciato, urlato, anche sapendo che l'Uomo Nero era più forte, ma avrebbe lottato.
La maniglia scattò, e la porta si aprì: l'ombra di sua madre si stagliò sulla soglia, lo fissava, circondata dalla luce del corridoio.
-Avevi ragione,- la sua voce era incerta, Luca la ascoltava, non capendo cosa gli volesse dire, -Lui è qui!!!-
La madre avanzò di un passo, e la luce, riflessa dal vetro della finestra, illuminò il suo volto deturpato: quattro solchi di carne sanguinolenta correvano lungo la guancia destra della donna, fino al collo, alla carotide. Il biancore dei denti riluceva attraverso la guancia dilaniata.
Al collo una collana di sangue.
La donna cadde a terra, il volto si frantumò sul pavimento, Luca si sedette sul letto, ammutolito dall'orrore: doveva soccorrere sua madre! Si infilò le pantofole, e si fermò.
Ora intuì l'inganno. Troppo tardi. Sgranò gli occhi, fissò i suoi piedi infilati nelle pantofole, a terra, vicino allo spazio scuro sotto al letto.
Aveva abboccato all'amo.
Incapace di ogni pensiero. Aveva perso...
Le due mani sbucarono da sotto il letto, ed afferrarono le sue caviglie. Erano mani grandi, forti e pelose, e munite di artigli. Spietate.
Luca iniziò ad urlare, le mani lo stavano trascinando sotto il letto, nel regno oscuro. Lui si aggrappò alle lenzuola, le sue manine erano diventate come ancore, ultima, debole speranza di salvezza. Vide le lenzuola sfilarsi dal letto, cedere centimetro dopo centimetro, le lacrime gli rigavano le guance. Sapeva che stava morendo, e non voleva. Doveva resistere, almeno fino all'alba.
"Non ce la posso fare..." pensò, si aggrappò al materasso, affondando le dita nella stoffa, urlando tutta la sua disperazione, sperando che sua madre potesse sentirlo, potesse entrare nella stanza ed accendere la luce, ma fu tutto inutile: sua madre non sarebbe entrata, non lo avrebbe salvato. Ormai non più. La stoffa del materasso si lacerò, e le dita persero la presa...
Pochi istanti e nella stanza tornò il silenzio.


Erano le sette di mattina, e doveva andare a scuola. Sua madre entrò nella stanza.
-Luca, sono le sette, devi andare a scuola, e non cominciare a fare storie, tanto non attacca. Ma mi senti?-
Si avvicinò al letto, tirò via le coperte.
-Luca, ma dove ti sei cacciato? Guarda che se non esci fuori va a finire che...-
Vide il piede.
Sbucava da sotto il letto.
Prese delicatamente la caviglia e tirò, e Luca uscì da sotto il letto: un bambino sul cui volto si era stampata un'espressione di indicibile paura, e con la mente affogata in una catalessi dalla quale non sarebbe mai più uscito.
Sprofondato per sempre in un buio infinito.
Lui aveva vinto.