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Voleva bene ai bambini.
Gli piaceva stare con loro, coccolarli, giocarci.
Forse perché, da bambino, i suoi genitori non avevano voluto bene
a lui. Suo padre tornava ogni sera ubriaco fradicio, mentre sua madre
era continuamente imbottita di tranquillanti. Di conseguenza lui serviva
da valvola di sfogo per le continue liti.
In particolare suo padre. Possedeva una fantasia veramente fervida, per
escogitare sempre nuovi modi per picchiarlo. Ernesto era ormai sicuro
che li trovava sul fondo della bottiglia di turno. Svuota la bottiglia
e scopri cosa hai vinto: una cinta, un bastone od un tirapugni nuovo di
zecca!
E così era cresciuto con una mancanza d'affetto tipica delle persone
che condividevano il suo stesso destino familiare.
Ma lui aveva saputo reagire. Sapeva che molti, nella sua stessa condizione,
si sarebbero lasciati andare alla deriva in un oceano d'odio. Una reazione
giusta come conseguenza di anni di terrore. Ma una debolezza, dal suo
punto di vista, dell'animo delle persone che non avevano saputo trovare
il modo di trasformare tutto quell'odio, quel dolore, in qualche cosa
di buono. Lui ci era riuscito, e ne era orgoglioso.
Ora, a venticinque anni, Ernesto era andato via da casa, aveva trovato
un lavoro e viveva solo in un appartamento di due stanze e cucina.
Ed amava i bambini.
Per questo ne aveva così tanti.
La chiamava la sua collezione. Li teneva tutti in quello che aveva battezzato
il suo studio. Li aveva rimediati un po' ovunque: nei parchi, sottraendoli
a madri distratte, indegne della fiducia che i loro figli le offrivano
ciecamente.
Li aveva portati a casa sua. Li aveva accuditi. Li cullava tra le braccia.
Solleticava le loro guanciotte paffute. Mordicchiava le loro rosee braccine
morbide. Carezzava le loro gambine, così vellutate. Passava la
punta del naso sulle loro pancine, inspirando a fondo il profumo della
loro pelle fresca, profumata di pulito e di talco mentolato. Nella sua
mente echeggiavano le loro risatine mentre, con la lingua, faceva loro
il solletico nell'ombelico, e poi giù, giù, oltre i pannolini.
Tra le loro gambine. E loro erano contenti.
Si, lui voleva veramente bene ai suoi bambini. Un bene che nessun altro
poteva dare loro.
Sapeva cosa dicevano i giornali e la televisione di lui: lo chiamavano
mostro, maniaco. Non potevano sapere, capire...
Ma a lui non importava. Lui aveva i suoi bambini da amare.
In fondo non era cattivo.
Una volta aveva anche restituito un bambino.
Fu quando rapì due gemelli, in un mercato. Era stato incredibilmente
facile: aveva preso la carrozzina ed era sparito nella folla, e nessuno
si era accorto di nulla. Troppa gente, troppa confusione.
Tornato a casa, però, venne preso dal rimorso: in fondo potevano
anche esserci genitori che amavano i loro figli. Non poteva fare di tutta
un'erba un fascio!
Aveva così deciso di restituire un dei gemelli alla madre.
Erano circa le due di
notte quando entrò nel palazzo. La polizia se ne era andata verso
mezza notte, ma lui aveva voluto aspettare lo stesso, per sicurezza.
Per fortuna il portone era aperto, così poté entrare indisturbato.
Caricò la carrozzina nell'ascensore, con un po' di difficoltà,
ed arrivò al terzo piano. Prese il rotolo dello spago dalla tasca.
Prima di restituire il bambino voleva essere sicuro di affidarlo a buone
mani. Doveva avere la certezza che quelli sarebbero stati buoni genitori
per il suo bambino. Carezzò la guancia del bimbo con un dito, delicatamente.
Il bambino gli rispose con un sorriso carico di tutta la gioia di questo
mondo. L'ascensore si fermò. Ernesto uscì dalla cabina.
Si caricò la carrozzina su per la rampa di scale che portava al
pianerottolo superiore. La posò e legò un capo dello spago
ad uno dei due manici della carrozzina. Cominciò a scendere le
scale, svolgendo lo spago dietro di sé. Si fermò sul pianerottolo
inferiore, e lesse il cognome di ciascun campanello, delle tre porte che
si affacciavano al piano. Si fermò davanti ad una. Cercò
di tenere lo spago teso, e lo legò al pomello della porta.
Svolse tutto lo spago dal rocchetto. Giaceva a terra come la seta sputata
fuori da un ragno in agonia. Era una tela spessa e malata. Rimase a fissarla
per qualche istante, pensando che quel filo segnava la vita del bambino.
Era il Filo della Vita delle Parche. Ed ora lui era il loro rappresentante
sulla terra. Guardò il rocchetto di legno che teneva ancora in
mano. Lo soppesò, come a volersi rendere conto del suo peso. Non
era molto leggero.
Scagliò il rocchetto in alto, verso la carrozzina, centrandola
in pieno. Poi corse giù per le scale. E, contemporaneamente, il
bambino cominciò a piangere, ad urlare.
Ernesto rimase in attesa due piani sotto. Udì dei rumori, delle
voci, da dietro quella porta.
(E' mio figlio)
Erano grida concitate, di speranza, di gioia e di ansia.
(E' lui, il mio bambino!!!)
Un rumore di chiavi infilate nella porta.
(E' lui, me l'hanno riportato!!)
La serratura che scatta.
(E' vivo...)
La porta che si apre. Lo spago che si tende, dal pomello alla carrozzina,
in alto. Le ruote della carrozzina che girano. Oltre il bordo del pianerottolo,
verso la rampa di scale. La porta spalancata, la madre sulla soglia. A
fissare la carrozzina che precipita giù dalla rampa. Il bambino,
sbalzato fuori, fece un mezzo giro nel vuoto. La donna fissava allucinata
quella corda. Sentì, avvertì, più con la mente che
con le orecchie, lo schianto della testa del piccolo contro lo stipite
di marmo.
Con fragore la carrozzina terminò la sua rovinosa caduta ai piedi
della donna, ricadendo sul corpo inerme del bambino.
La donna svenne.
Ernesto aveva visto giusto: non era una buona madre. Troppo ansiosa! Sarebbe
venuto su un ragazzo complessato, pauroso. Un debole, in definitiva. Era
stato meglio così.
Poi un giorno era successo.
Non sapeva come. Bussarono ala sua porta. Ernesto guardò all'occhiello:
erano poliziotti, lo avevano trovato!
E sapeva che cosa erano venuti a fare. Volevano portargli via i suoi bambini.
Ma lui non lo avrebbe permesso.
Corse nello studio e si chiuse la porta alle spalle. Si voltò verso
la stanza priva di mobili. Poteva sentire il rumore della polizia che
prendeva a spallate la porta di casa. Cominciò a vagare nella stanza:
la disperazione aveva preso possesso della sua mente. Cosa poteva fare
per fermarli? Forse consegnarsi a loro? Ma non gli avrebbero lasciato
i bambini comunque. Glieli avrebbero portati via. E cosa sarebbe stato
di lui.
Camminava tra le catene che pendevano da soffitto. Ogni catena terminava
con un gancio. E, ad ogni gancio, era appeso per il mento uno dei suoi
bambini. E lui andava, tra quei macabri trofei, tra i suoi tesorini, ridotti
ormai pelle ed ossa. Li accarezzava, voleva baciarli tutti e cinquantasei.
Prima che glieli portassero vai, per sempre.
Sentì la porta di casa cedere ed aprirsi con uno schianto. Erano
entrati, tra poco sarebbero venuti...
Non percepì il movimento alle sue spalle. Quelle braccine che,
issandosi sulle catene, liberavano i loro corpi dai ganci.
Fu il tintinnare del metallo a farlo voltare. Loro erano la, davanti a
lui. Tutti i suoi bambini, con le catene uncinate nelle loro dolci manine.
Li fissò estasiato. Sorrise. Allargò le mani, come a volerli
accogliere tutti in un ultimo abbraccio. Un estremo atto d'amore. Un estremo
saluto paterno.
E le catene vorticarono nell'aria. Fiori di carne e sangue esplosero in
una pioggia cremisi. Ed il sangue scorreva ad ondate sul pavimento. Una
doccia scarlatta che grondava dal corpo. Ed il metallo aggrediva la carne
con profondi solchi.
E la gioia sul volto di Ernesto era inenarrabile.
La porta dello studio si spalancò. L'odore del sangue era palpabile.
Ed i poliziotti rimasero sulla soglia, a fissare quell'immagine: Ernesto
era al centro della stanza. Cinquantasei ganci erano affondati nelle sue
carni piagate, lasciandolo penzolare dal soffitto, in un groviglio di
catene.
E sotto di lui, in un'onda di sangue, si specchiavano i cadaveri, ormai
in decomposizione, dei suoi amati bambini.
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