Ormai era rimasto solo lui nel vecchio palazzo.
Gli altri inquilini avevano ceduto alle loro pressioni, ed erano andati via, ma lui continuava a vivere la. Avevano cercato in tutti i modi di mandarlo via: regali, soldi, minacce. Ma era stato tutto inutile, lui aveva resistito.
La società voleva abbattere il palazzo per costruirvi un centro commerciale, si trattava di un affare miliardario, ma c'era di mezzo quel vecchio coriaceo…
Molto denaro gli era stato offerto, ma il vecchio non ne voleva sapere; c'era di mezzo quel discorso idiota e moralista del suo cuore che viveva in quella casa, del fatto che era li che era nato, e li sua madre era morta. La figlia era cresciuta tra quelle mura, e lui aveva dato il suo ultimo bacio a sua moglie in quella camera da letto… Insomma, tutte quelle stupidaggini sentimentaliste!
Bisognava trovare mezzi più convincenti per il vecchio.
Massimiliano era quello che ci voleva. Aveva già lavorato per loro, ed avevano ampliamente constatato che era un tipo affidabile.

Franco non se ne sarebbe mai andato da li, non gli avrebbe dato questa soddisfazione. Sarebbe arrivato anche a chiamare la polizia, se quelli lo avessero minacciato ancora. Lui era nato lì e lì sarebbe morto. Era la casa dei suoi genitori, e non aveva nessun'intenzione di lasciarla trasformare in un mucchio di negozi.
Prese una lattina di birra e si sedette davanti al televisore, la partita stava per cominciare.
Suonò la porta.
"Chi sarà a quest'ora?" Scocciato posò la lattina di birra sul bracciolo della poltrona, si alzò ed andò alla porta, in fondo al piccolo e stretto corridoio.
Guardò attraverso lo spioncino: sul pianerottolo, illuminato dalla squallida lampadina, c'era un ragazzo di circa trent'anni, alto, robusto, vestito con giacca e cravatta, sportivo ma elegante. Aveva un pacco postale in mano.
-Chi è?- Chiese Franco.
-Un pacco per lei, deve firmare una ricevuta-. Freddo e preciso.
"Mai sentito di postini che consegnano pacchi la sera, e con l'abito elegante per giunta". Pensò tra se e se. Mise la catenella di sicurezza ed aprì la porta di uno spiraglio. Il ragazzo gli sorrise, e attraverso la porta gli passò il foglio da firmare e una penna.
-Ecco, una firma li, dove c'è la croce, per cortesia-.
Franco prese carta e penna e si ritirò dalla porta per firmare, e Massimiliano diede una spallata alla porta, il pannello di legno cedette con uno schianto, mentre la catenella schizzò via, come un uccello impazzito. Franco sbarrò gli occhi, fissando il ragazzo che sembrava crescere davanti a lui. Massimiliano gli fu addosso, e cominciò a colpirlo con un manganello, uscito fuori da chissà dove.
Franco era a terra, e Massimiliano era sopra di lui. Ed il manganello colpiva, e colpiva, affamato di carne e curioso di sapere cosa c'era sotto la pelle, dentro la testa…
E con uno schiocco la testa del vecchio, ormai molle ed informe, si aprì. Un uovo di Pasqua fatto di carne e sangue, con una grigia sorpresa dentro.
Massimiliano si alzò, mentre rimaneva a fissare il suo lavoro, come sempre lo affascinava il modo in cui un corpo poteva rompersi tanto facilmente. Un essere tanto evoluto eppure tanto fragile…
Adesso doveva trovare qualche cosa, anche un sacco nero, di quelli usati per la spazzatura, andava bene. Avrebbe messo il cadavere (e tutti i suoi pezzi) nel sacco, e lo avrebbe lasciato in un qualunque secchio della spazzatura, magari a qualche isolato di distanza. Il manganello, invece, se lo sarebbe preso il fuoco, se lo sarebbe spolpato la fiamma, come un cosciotto di pollo: sparita l'arma, sparite le impronte, nessun'accusa per lui.
Certo, avrebbe anche potuto lasciare il cadavere nella casa, ma gli piaceva ingarbugliare le acque alla polizia: perché uccidere lì l'uomo e poi trascinare via il corpo? Non aveva motivo logico, ed era proprio questo che gli piaceva. Amava seminare misteri…
Andò in cucina a cercare il sacco; l'odore pungente della birra si aggrappò subito al suo naso, risalendogli su per la gola. Cavolo, non aveva mai sopportato la birra! Certo beveva, anche super alcolici, ma la birra proprio non riusciva a digerirla. Quel vecchio doveva essere un alcolizzato allo stadio terminale.
Trovò il sacco dentro lo sportello sotto il lavandino, vide che era grande abbastanza. Tornato in corridoio cominciò, a fatica, a mettere il cadavere nel sacco: si sentiva un becchino che veste il defunto per il funerale.
Trascinò il sacco fuori della casa, sul pianerottolo delle scale.

La luce della lampadina tremolò, evidentemente c'erano degli sbalzi di tensione nella rete elettrica. Quel palazzo doveva avere parecchi anni, forse era nato insieme al vecchio… Massimiliano guardò le scale: le pedate erano corte e i bordi arrotondati, troppo facile scivolare giù trascinando il cadavere. Era meglio prendere l'ascensore.
Si avvicinò alla porta della cabina e spinse il pulsante di chiamata. Si domandò perché non l'avesse preso per salire… Si era fatto cinque piani a piedi!
Ascoltava il rumore dei macchinari e delle ruote che facevano salire la cabina, i cigolii degli ingranaggi vecchi di anni. La cabina, con un ultimo clangore, si fermò al pianerottolo. Massimiliano aprì la porta e cominciò a trascinare dentro il corpo.
La cabina era piccola, le pareti di legno, uno specchio rovinato alla parete destra (di solito lo specchio era sulla parete di fondo…); c'entravano appena due persone. Che posto schifoso quel palazzo. Stava iniziando ad odiarlo seriamente. Sarebbe stato contento il giorno in cui lo avrebbero buttato giù, anzi, se avesse potuto si sarebbe fatto assumere come operaio ed avrebbe dato una mano a farlo saltare!
Era riuscito ad entrare nella cabina; chiuse a fatica le porte e premette il pulsante del piano terra. Un sussulto, forte, e la cabina iniziò a scendere. Attraverso il vetro delle piccole porte vedeva il muro, vecchio e muffo, scorrere tra un piano e l'altro. E la discesa continuava, lenta ed inesorabile, verso le profondità delle fondamenta del palazzo.
Stava pensando a come spendere i soldi che la società gli avrebbe dato, quando ci fu il nuovo calo di tensione.
L'ascensore si bloccò.
Solo, al buio, con un cadavere ai suoi piedi.
Premette i tasti alla rinfusa, ma naturalmente non servì a nulla. Rimase in silenzio, respirando lentamente, calmandosi e pensando: la corrente era andata via, c'era solo da aspettare, restare calmi, e sarebbe tornata. Magari qualcuno lo avrebbe soccorso, e trovato in compagnia di un cadavere…
No, doveva controllare le sue emozioni. Era solo andata via la luce, non c'era da farne un dramma. Si era trovato in situazioni peggiori di quella. Controllò il quadrante luminoso del suo orologio: erano le 22.47.
Si sedette a terra, in un angolo, accanto al sacco. Buio. Silenzio. Il tempo passava.
In poco si addormentò.

Lentamente passò dal sonno alla veglia; era intontito ed indolenzito, si sfregò gli occhi, cercando di capirci qualche cosa, provando a mettere a fuoco, di ripulirsi gli occhi lacrimosi. Poi si guardò attorno, provando a penetrare l'oscurità che era intorno a lui. E in pochi istanti ricordò tutto: il vecchio, l'ascensore. Guardò l'orologio: segnava le 24.03. Mezzanotte.
"L'ora dei fantasmi", pensò sorridendo. Doveva andare al bagno, ma si tratteneva, non poteva certo farla lì. Si alzò, cercando di sgranchirsi le gambe intorpidite. Cercò ancora, inutilmente, di premere i pulsanti. La cabina rimaneva ferma, davanti a lui solo il muro che divideva un piano dall'altro. Adesso che i suoi occhi si erano abituati al buio riusciva anche a distinguere le sagome; c'era una lievissima luminescenza che non riusciva a capire da dove provenisse.
In quel momento cominciò ad avvertire l'odore della putrefazione del suo ospite insaccato; e subito lo stomaco ebbe un singulto di nausea. Quanto poteva resistere una persona, in un ambiente piccolo, chiuso, con un tanfo di morte che aumentava di minuto in minuto? Poco, fu la conclusione.
Spostando il sacco con i piedi riuscì ad aprire le porte interne della cabina. Un lieve refolo d'aria fresca sembrò rinfrancarlo, ma sarebbe stato poco in ogni caso. Tra poco il fetore sarebbe diventato insopportabile. Ma c'era dell'altro. Un altro aroma cominciò a solleticargli il ventre, come un ditino che gli scivolava alla base dello stomaco, dentro, provocandogli un nauseante, lieve, prurito. Un aroma che non riusciva ad identificare, ma che mise in allarme i suoi centri nervosi… Un odore strano, stantio. Doveva fare qualche cosa… Ma cosa? Era inutile urlare, chiedere aiuto in un palazzo vuoto, se la corrente non fosse tornata lui sarebbe rimasto lì. C'era poco da pensare.
Poi il fruscio…
Massimiliano si fece di pietra, mentre il cuore gli si era allargato in tutto il corpo, invaso dallo spavento: era stato come se il sacco si fosse mosso! Lo toccò con la punta del piede, ma non successe nulla, naturalmente: i morti non si muovono!
Poggiò la schiena alla parete della cabina, cercò di calmarsi. Ma ancora quel rumore, e questa volta era sicuro, il sacco si era mosso…
E intanto il suo stomaco cominciava a contorcersi, reagendo a quell'odore strano, forte e deciso, che ormai aveva preso possesso d'ogni centimetro cubo della cabina; era quello che lui aveva intuito all'inizio: era puzza di birra! La stessa fragranza stomachevole, che aveva sentito nella casa del vecchio. Quello schifo! Non riusciva più a reggere, la sua mente stava cedendo. Si voltò, oltre le porte aperte, e cominciò a picchiare i pugni sul muro, e dietro di lui il sacco si muoveva. Ora lo vedeva bene, la plastica nera che s'ingobbiva, si tendeva, si lacerava. E dallo squarcio della plastica si riversò, come un torrente di fango e melma, l'odore forte e rancido della putrefazione e della birra.
Poi le cose iniziarono a saltargli intorno ai piedi. Lui urlava, come una donna impazzita. I topi lo attaccarono alle caviglie; i ratti, usciti fuori dal sacco. Lui non sapeva come, ma li vedeva bene, sbucare fuori dalla testa spaccata del vecchio, con il pelo impastato di cervello e sangue, con quell'odore di birra che esalava dalle loro bocche. Tre, quattro, dieci bestie, grandi come piccoli gatti, lo ghermivano con le loro zampette, salivano sui suoi pantaloni, mentre lui, totale marionetta comandata dall'isteria, cercava di spingerli via. Il corpo nel sacco, il cadavere, si contorceva, mentre partoriva, da quella testa spaccata, la sua oscena prole. Lui urlava, mentre le bestie salivano sul suo corpo, sul suo volto; quelle dita microscopiche e spietate che si aggrappavano alle palpebre degli occhi, per arrivare a lui, per morderlo, per strappare via pelle dalla sua fronte, per mordergli gli occhi, e nutrirsene. Inutilmente cercava di tirarli via da se, la pelle e la carne venivano via con loro. E le urla, con la loro eco che correva nella tromba dell'ascensore, mentre il sacco continuava a far fiorire pelosa vita. Lui cadde a terra, ed il cadavere cominciò a farsi strada su di lui: lo strinse, con le sue mani morte, alle caviglie, mentre Massimiliano gemeva con il volto ferito, a pezzi, cibo di bocche bavose e minute.
Poi Massimiliano fu a faccia a faccia con Franco.
Si fissarono, un istante d'assoluto silenzio, di totale immobilità.
Franco si avvicinò al volto di Massimiliano, aprì la bocca e lo baciò. E Massimiliano, stremato e agonizzante, non poté fare altro che rispondere a quel bacio. Aprì la bocca ed il topo passò dal cadavere a lui, direttamente in bocca, sulla lingua, pelo ispido contro il palato, tra i denti. Scese giù, nella gola. Massimiliano ebbe dei moti di vomito, subito soffocati, e bruciore atroce, mentre il topo mordeva e graffiava dentro di lui. Mentre si nutriva…

La polizia fu chiamata da un ragazzo che ogni due giorni portava la spesa al vecchio.
L'ispettore fissava la cabina, ferma al piano terra, le porte aperte. Dentro due corpi, uno in un sacco di plastica nero, l'altro a terra, accanto al primo, il volto orrendamente deturpato, pezzi d'interiora sparse fuori dalla bocca. Perché?
Ecco, ora sarebbero cominciate le domande; domande che volevano risposte: un duplice delitto dalla dinamica assurda. Un mistero.
C'era gente che amava seminare misteri…