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Pioveva quel pomeriggio.
Il cielo grigio aveva steso sulla città un manto di cupezza, di
tristezza riflettendo nelle nuvole il grigiore dell'asfalto.
Laura suonò a quella porta verso le 16.30.
La porta si aprì: davanti a lei stava una donna di circa sessant'anni,
sessantacinque al
massimo, alta, snella, giovanile per la sua età, sicuramente dimostrava
meno di quello che
aveva. Il suo volto era decorato da un sorriso gentile, conferendole un
aspetto gioviale e
cortese. Delicato.
-Desidera?-
-Buon giorno, sono Laura, le ho telefonato questa mattina per il lavoro.-
-Prego, si accomodi-, le disse la donna; i capelli, tendenti ad un grigio
chiaro, erano
raccolti sulla nuca da due forcine. Laura entrò nell'appartamento.
Era un luogo arredato
con gusto, praticamente rispecchiava l'animo di chi l'abitava. Le sembrò
di essere stata
trasportata in un'altra epoca, alla fine del secolo scorso: le tende ai
lati delle porte, il
grande specchio ovale sopra il piano di marmo appeso alla parete, le piante
agli angoli, i
centrini fatti a mano; tutto caldo, intimo ed accogliente... Antico.
Si sedettero al divanetto.
-Venga cara ragazza, si sieda. Le posso offrire una tazza di thè?-
-Grazie, ma non si deve disturbare per me.-
-Nessun disturbo, stavo giusto per farne un pochino quando lei ha suonato
alla porta, si
tratta solo di aggiungere un po' d'acqua. Sarà più piacevole
parlare di lavoro davanti ad
una bella tazza di thè calda.-
-Se è così, allora lo prendo volentieri.-
-Farò in un attimo,- disse la donna mentre si alzava. Sparì
nel corridoio stretto, verso la
cucina.
Laura aveva ventitré
anni, era ancora disoccupata e stava cercando un qualunque lavoro
per poter rimediare qualche soldo. Il Natale incombeva, ed i regali da
fare erano tanti...
Quel giorno sul giornale aveva trovato l'annuncio, e lo aveva ritagliato.
Era l'inserzione
di una donna "matura" che cercava una ragazza che potesse aiutarla
nelle faccende
domestiche, e che magari le avrebbe potuto dare anche un po' di compagnia;
il tutto,
naturalmente, dietro buon compenso. Così aveva telefonato alla
donna ed aveva fissato
quell'appuntamento nel pomeriggio. Ora che si trovava lì pensò
di aver fatto la cosa
giusta: la signora le sembrava simpatica e disponibile, ed il lavoro di
accudire la casa non
le appariva particolarmente faticoso, sempre che la donna non avesse delle
manie
particolari, ma non le sembrava, quella casa parlava per lei.
L'appartamento non era molto grande. Dal salottino, dove si trovava, vedeva
in pratica
tutta la casa. L'ingresso era direttamente nel salotto, stile americano.
Poi dal salotto
partiva un corridoio stretto, sul quale si affacciavano tre porte: quella
della cucina, del
bagno e probabilmente quella della stanza da letto. Il tutto avvolto da
quell'alone di luce
antica, d'epoca.
Dopo qualche minuto la
donna entrò nella stanza con un vassoio in mano. Sul vassoio
c'erano due tazze da thè, una teiera, un bricchetto di ceramica
per lo zucchero ed un
piattino con pochi biscotti. La misura era sicuramente una delle virtù
di quella donna.
Posò il vassoio sul tavolino di mogano, di fronte a loro.
-Venga, si sieda qui accanto a me, facciamo un po' di conversazione.-
Laura fece come la donna le aveva detto, si versò il thè
nella tazza.
-Lei vive sola?- Chiese alla donna.
-Si. Avevo un figlio, ma è morto in un incidente stradale...-
-Mi dispiace, non volevo...-
La donna le sorrise.
-Non si preoccupi, sono cose che possono accadere nella vita di una donna.-
Laura mescolò un po' di zucchero nel thè.
-Fino a poco tempo fa vivevo con la figlia, mia nipote.-
-E la moglie di suo figlio?-
La donna ebbe un sussulto, gli occhi si strinsero in due fessure.
-Una sgualdrina! Neanche una settimana dopo l'incidente si è messa
con un altro uomo.
Lei diceva che era solo un amico, ma io lo so come vanno queste cose...
Non ha neanche
pensato a sua figlia, anzi è stata contenta di liberarsene. Per
lei ormai era un peso. Così
l'ho presa con me, l'ho allevata come una figlia. Le voglio un bene enorme.
Per me è tutto,
capisce?-
-Certo. Adesso dov'è sua nipote? E' fuori?-
-No. E' in camera sua, sta dormendo.-
La donna indicò la porta che Laura aveva creduto che fosse la stanza
da letto della
donna.
-Vedrà, andrete d'accordo. E' una ragazza tanto simpatica, tranquilla.
Ho fatto bene a
toglierla dalle grinfie di sua madre. Aveva già cominciato a farla
diventare come lei. Ma
sono arrivata in tempo. Io l'aiuterò a crescere.-
Laura ascoltava quelle parole senza dire nulla, rapita da quel monologo.
Da quelle
parole che non riusciva a comprendere, come se quella donna le avesse
detto qualche
cosa che non le tornava giusto. C'era qualche cosa di sbagliato in tutto
quel ragionamento.
La donna si alzò.
-Mi scusi, devo andare un attimo in bagno, lei intanto, se vuole, può
visitare la casa...-
-Grazie, con molto piacere. Tanto dovrò abituarmi alle cose, se
verrò qui a lavorare.-
-Si, ha ragione. Dopo parleremo del lavoro, di ciò che desidero
che lei faccia in questa
casa. Vedrà, non si pentirà di aver accettato.- Le sorrise
la donna, poi si recò verso il
bagno.
Laura posò la sua tazza sul tavolo, si alzò e si mise ad
osservare la casa.
Ce ne erano di anticaglie. Sembrava un museo dei ricordi. Tutto era antico
in quella
casa. Forse la donna era una collezionista di antiquariato. Andò
verso la cucina. Anche
questo era un ambiente che sembrava essere tirato fuori da una stampa
d'inizio secolo:
c'era persino una macchina del gas di ghisa. Come poteva cucinare su quella
cosa? Ci
sarebbe morta di caldo...E chissà dov'era andata a pescarla una
cosa del genere.
Antica... Forse troppo all'antica.
Nulla di moderno.
Ora che ci faceva caso non c'era neanche un televisore, o una radio...
Un lieve disagio si stava allargando in lei. Tutto antico. Vecchio. Ma
come viveva
quella donna? Comincio a non essere più sicura di voler accettare
quel lavoro. Ma forse
stava facendo lavorare troppo il cervello.
(Uno sbaglio...)
Forse stava permettendo alla sua fantasia di correre troppo.
(Una contraddizione...)
Certo, quella donna viveva con la nipote, aveva dovuto tirarla su da sola.
Non c'era
tempo per lei di distrarsi con il progresso.
(Non è nell'ambiente, neanche nella donna...)
Non poteva seguire le mode, doveva trovare di che vivere, sola con una
nipote e una
casa sulle spalle.
(Un gesto? Una frase? Qualche cosa che aveva detto?)
Una famiglia da mandare avanti. Non c'erano stati svago e divertimenti
per lei nella vita,
ma solo duro lavoro...
(Era durato poco, un istante, il tempo di un battito di ciglia...)
Arrivò davanti alla porta della bambina, la nipote.... sua nipote...
(Vivevo con mia nipote...)
La nipote.
(E' in camera sua, sta dormendo...)
(...vivevo...)
(... sta dormendo...)
Laura sentì una vertigine alla bocca dello stomaco. Posò
la mano sulla maniglia e
spalancò la porta: l'odore di putrefazione tranciò via le
sue narici. Si portò una mano al
naso, mentre cercava di tenere a bada un conato di vomito. Il thè
che aveva sorseggiato
poco prima le salì alla gola, sapeva di acido. Sul letto, al centro
della stanza, c'era il
cadavere della nipote. Il corpo, ridotto ormai ad uno scheletro, era quello
di una ragazza
di circa diciotto, venti anni. Sulla sua fronte c'era un foro di circa
quattro o cinque
centimetri. Il corpo indossava un vestitino di raso e pizzo bianco, che
sarebbe potuto stare
bene ad una bambina di cinque anni... Un cadavere. La carcassa di una
vita tagliata da
una mente distorta dalla vecchiaia.
E nessuno si era mai accorto che quella donna viveva con un morto? Nessuno
si era
chiesto che fine avesse fatto quella ragazza?
Fissava impietrita quella follia, mentre la donna era alle sue spalle.
-Allora? Non la trova simpatica?-
Laura si voltò a fissarla, la donna aveva un sorriso smagliante.
-Sono sicurissima che andrete d'accordo. Anche se devo dire che mia nipote
è una
ragazza di poche parole, le posso assicurare che è molto di compagnia.-
Laura non disse nulla, continuava a guardarla negli occhi, come a voler
cercare, nelle
profondità delle sue pupille, l'origine di tutta quella follia.
-Mi ricordo che i primi tempi che stavamo insieme era molto disubbidiente.
Andava in
giro con abiti tanto impudichi: pantaloni, magliette attillatissime, le
si vedeva tutto. Le
dicevo che la sua anima era sporca e peccaminosa, volevo strapparle via
quelle
sconcezze. Una volta mi colpì persino. Ma io sono stata severa,
non mi sono lasciata
mettere i piedi in testa, e l'ho punita. Come avrebbe fatto una buona
madre. Con questa...-
Mostrò a Laura la mano che fino a quel momento era rimasta dietro
la schiena. Tra le dita
ossute c'era una forchetta.
Laura si mosse. Fu veloce. Colpì la donna con una spallata, mandandola
contro il muro,
e corse verso l'ingresso.
La donna si riprese, lanciandole sguardi taglienti come lamette arroventate.
-Lo sapevo. LO SAPEVO! Anche tu sei come lei... Siete tutte uguali. Sgualdrine,
sempre attaccate ai pantaloni degli uomini. Anche tu, sei cattiva!-
Laura era alla porta di casa, ma quella non si decideva ad aprirsi, non
ne voleva sapere
di farla uscire. Quella vecchia pazza l’aveva chiusa a chiave; aveva
previsto tutto
La donna arrivò al salottino, Laura si voltò verso di lei.
Iniziarono a girare intorno al
tavolo, come due iene precipitate in un delirante girotondo di caccia:
solo una si sarebbe
salvata, e l’altra avrebbe fatto da pasto
-Non fare i capricci Erica, vieni da tua nonna.-
"Mi ha chiamata Erica, pensa che io sia sua nipote E’ totalmente
pazza "
-Fermati e VIENI DA TUA NONNAAAAAAAAAAA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!-
La vecchia brandì la forchetta. Scintillante e tagliente come denti
di topo.
Laura afferrò la teiera dal tavolo; con entrambe le mani la scagliò
verso la donna. La
vecchia cercò di ripararsi il volto con le braccia, ma fu inutile.
La teiera si frantumò in un
volo di piccoli cocci brillanti, le schegge le ferirono il volto, ed il
thè ancora bollente si
fece largo tra le ferite aperte. La donna barcollò, il vapore che
si alzava dalla pelle del
volto. Alle sue spalle il grande specchio ovale: lo colpì con la
schiena, cadde. Laura
chiuse gli occhi, ma le sue orecchie si riempirono del fragore dei vetri
infranti, e delle urla
della vecchia.
Quando riaprì gli occhi c’era solo silenzio. La donna era
a terra, sotto la cornice vuota
dello specchio. Il cristallo aveva colpito la vecchia in vari punti, al
collo, al volto. Lievi
gemiti uscivano a stento da quella bocca, come lumache deformi che scivolavano
fuori
dalle sue labbra segnate di rosso. Pelle e carne lacerata offrivano al
pavimento il loro
debito di sangue, impregnando il tappeto ingordo. Poi l'ultimo frammento
di vetro rimasto
nell'intelaiatura di legno, grande come una mano, sussultò, si
staccò, e cadde. E Laura lo
vide scendere verso la vecchia, con la lentezza di un sogno, con la sicurezza
di una morte
dolorosa, verso quell'unico occhio non ancora devastato dalle schegge.
Lo vide entrare in
esso e trovarvi riposo, un umido letto di carne destinato ad accoglierlo
in un attimo che
sarebbe durato per sempre.
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